CHIESA MARONITA 4 

Apro un'altra pagina sul mio sito  'sacerambro.it ' dedicata alla crisi del mondo arabo  in Medio Oriente. In particolare, come già nelle tre pagine precedenti, tenterò di riportare per sentirmi coinvolto personalmente in quella tragedia ,  quanto   dichiarano  chi ha responsabilità pastorali in quelle terre, i vescovi  cattolici e i patriarchi cattolici e ortodossii in primis e poi da personalità della cultura e della politica di quei paesi a fronte delle vicende nelle quali si trovano coinvolti e che noi occidentali difficilmente comprendiamo. Ma in quelle terra sta succedendo qualcosa che definità il futuo. Là regna l'inconmpresione, la divisione, l'indisponbilità reciproca, la violenza...mentre la gente continua a vivere il suo quotidiano con la paura nel corpo pensando, se cristiani, di lasciare le loro terre per un 'poco' di pace per sè e i loro figli.

Qualcuno mi ha chiesto perchè faccio questo lavoro, alle volte impegnativo. Non credo di riuscire a 'dare una risposta'.  La realtà è che da tempo e fin quando il Signore me lopermetterà, seguirò 'la storia' quotidiana di quel paese che amo, il Libano e della gente del Medio Orientre, in Siria, in Giordania, in Israele.....C'è qualcosa che mi preme 'dentro' e mi spinge a occuparmi e a interessarmi di questa storia. Non bastano le ragioni storiche (sono terre che hanno visto nascere il cristianesimo e dove si è formato il Credo  nei concili più importanti, non solo per motivi personali avendoli visitati tutti più volte. No è una ragione che mi riesce difficile definire: ecco, forse un senso di rabbia                                                                                                   a per tutto quello che potenze straniere vanno facendo distruggendo patrimoni stupendi dell'umanità e delle confessioni religiose, la rabbia di assistere a una presenza demoniaca che induce a pensare che Dio chieda la morte del prossimo. In un certo senso mi pare di appartenere anch'io ai gruppi che lottano....ma per ragioni ben diverse e non con le armi, con una violenza inumana. Ecco perchè continuerò a tenermi aggiornato, sentendo il vissuto alle volte tragico di quei popoli, segnati ormai dalla paura e dalla delusione, dalla rassegnazione......Solo dal  mondo cristiano, laggià, inascoltato purtroppo, sale il grido della speranza, ' l'annuncio di un futuro diverso, di una pace possibile....

So che a pochi in fondo interessa quello che offro in queste pagine.....Abbiamo i nostri problemi, dicono....personali, sociali....ma so anche che un cristiano è un 'cittadino' del mondo: non è possibile che si rinchiuda neìgli affari suoi, è un'anima aperta  sugli altri...In quell'area del mondo c'è un sorda, sporca guerra che non finirà mai  perchè si svolge nell'indifferenza e nell'incapacità di rispettarsi e di dialogare, soprattutto  una violenza che ha alla sua origine gli interessi dei potenti che speculano sulla carne degli essere umani. Il grido del Papa mi ha impressionato quando ha denunciato i mercanti d'armi. Ma è già passato l'eco di quell'urlo!

Ecco perchè continuerò questo mio 'piccolo coso' anche se chi sa navigare nel web potrebbe trovare queste notizie facilmente.  le riunisco per riuscire a costruirmi una 'visione' complessiva dei problemi del Medio oriente appassionatamente, da ribelle alla logica umana e nella speranza del credente che affida alla logica di Dio, di un Dio che ama l'uomo quando mostra la sua cattiveria (Cristo è venuto per i peccatori!) e vive il dolore, la sofferenza, la morte! Proprio come si prega nei salmi del popolo eletto!

 ......................................

Nel mio ministero al cnfessionale in Seregno  ho incontrato una giovane ragazza, insegnante, C., che mi ha mostrato un anello che riportava il volto di San Charbel, monaco libanese. Mi ha confidato che si appresta a creare un gruppo di preghiera in nome del Santo libanese. Sono rimasto stupito. Non sapeva che avevo visitato con Mons. Hanna Alwan, ora vescovo maronita, il suo santuario in Libano. Non sapeva del mio affetto per quella Chiesa della quale seguo gli eventi spesso  drammatici (attentati a Sidone e a Beirut....). Non sapeva della mia amicizia con molti sacerdoti maroniti....Soprattutto questo incontro mi ha  indotto a chiedermi come mai in queste pagine dedicate alla chiesa maronita e al ibano io non abbia mai parlato di questo santo la cui devozione è diffusa in tutto il mondo in particolare tra gli esuli libanesi. Ed eccomi a riparare la grava mancanza. Su un interessante sito che si occupa del Medio oriente 'Osservatorio sul Medio Oriente, ' ho trovato questo articolo sul santo che riporto integralmente ringraziando chi l'ha scritto.  Poichè ho visitato la sua tomba nel suo santuario nel Libano sttentrionale queste notizie mi hanno aiutato ad avvicinarmi a questa grande figura di monaco.

 

Il Santo “medico”: San Charbel Makhlouf

Al grande eremita libanese, morto nel 1898, vengono attribuite centinaia di guarigioni miracolose.

San Charbel

Yusef (Giuseppe) Makhluf nacque nel villaggio di Biqa Kafra, sul massiccio del Monte Libano, nell’anno 1828, quinto figlio di una famiglia di contadini. Rimase orfano di padre in giovanissima età e la madre si risposò con un uomo di profondi sentimenti cristiani che addirittura alcuni anni dopo ricevette il diaconato. Yusef sentì fin da giovane il richiamo della vita religiosa tanto che già a quattordici anni, mentre portava al pascolo le sue pecore, sovente si ritirava in una caverna a pregare e meditare. I ragazzi suoi coetanei non di rado si prendevano gioco di lui per questo suo atteggiamento, ma Yusef accettava le loro burle quasi con gioia, dando già prova di quella straordinaria mitezza che sarebbe divenuta la caratteristica più significativa della sua vita e del suo carattere.

A vent’anni, trovandosi nella condizione di dover scegliere tra il matrimonio e la vita religiosa, Yusef decise di prendersi un periodo di tre anni di meditazione durante il quale ascoltare solo la voce di Dio. L’ordine che ricevette fu inequivocabile: “lascia tutto, vieni e seguimi!”. Fu così che nel 1851, senza salutare nessuno, egli lasciò la propria famiglia e si presentò al convento della Madonna di Mayfouq dove chiese di essere accolto. Qui fece due anni di noviziato, terminati i quali venne inviato nel Monastero “San Maroun” di Annaya, un villaggio ad una trentina di chilometri da Byblos, dove egli fece i voti perpetui come monaco il 1° novembre 1853 prendendo il nome di Charbel, un martire del secondo secolo.

Dopo alcuni anni trascorsi nel monastero di San Cipriano vicino a Batroun allo scopo di studiare la teologia venne ordinato sacerdote il 23 luglio 1859, all’età quindi di 31 anni. Ritornato al monastero di San Maroun di Annaya fece la normale vita del monaco per sedici anni durante i quali si distinse per la straordinaria mitezza e l’assoluta obbedienza agli ordini dei suoi confratelli e superiori. Quindi chiese ed ottenne il permesso di ritirarsi in eremitaggio su un colle posto nelle immediate vicinanze dello stesso monastero di Annaya. Per i successivi ventitre anni egli visse in una piccola abitazione priva di qualunque riscaldamento, utilizzando un sasso come cuscino, portando il cilicio e trascorrendo il tempo in preghiera salvo quello necessario a coltivare la terra da cui otteneva il necessario per il suo unico pasto giornaliero. Morì per un colpo apoplettico a settant’anni il 24 dicembre 1898 mentre si accingeva a celebrare il Santo Natale.

p003_0_01_01

La tomba del santo

Gli anni di eremitaggio furono contraddistinti -oltre che dalle durissime condizioni di vita- da una straordinaria mansuetudine nei confronti dei confratelli e dei superiori tanto che egli chiedeva sempre per sé i lavori più umili e sgradevoli che gli altri non gradivano. Non ci furono folle di fedeli che lo andarono a trovare in vita, anzi la fama della sua vita austera superò di poco i confini del villaggio di Annaya e neppure miracoli clamorosi. Per la verità si ricorda un solo fatto apparentemente straordinario: una sera rientrò tardi dai lavori nei campi ed il Superiore per penitenza non gli consegnò l’olio per la lampada. Quando il Padre Superiore si ritirò nella sua camera, vide che dalla cella di San Charbel proveniva una fioca luce. Entratovi trovò il monaco che leggeva gli Uffici alla luce della lampada e quindi gli chiese come si fosse procurato l’olio. “Non ho messo olio” rispose candidamente San Charbel “ma  acqua”. Incredulo il Padre Superiore prese la lampada, che subito si spense, e la vuotò vedendo che effettivamente usciva effettivamente usciva solo dell’acqua. Allora, prima di uscire, si inginocchiò.
Nessun fatto straordinario e nessun miracolo clamoroso durante la vita, ma tutto cambiò dopo la morte di San Charbel. Qualche mese dopo la sua sepoltura, infatti, dalla tomba del monaco incominciarono a uscire strane luci. Venne allora riaperto il sarcofago ed il corpo di San Charbel apparve incorrotto e ricoperto di uno strano sudore misto a sangue. Intanto incominciarono a diffondersi le voci di guarigioni inspiegabili attribuite proprio all’ intercessione del monaco. Nel 1925 venne aperto il processo di canonizzazione e nel 1950 venne ancora riaperta la tomba. Una commissione di medici potè così verificare l’integrità del corpo e la persistenza del sudore misto a sangue rilevato già mezzo secolo prima. Charbel Makhlouf venne dichiarato Beato nel 1965 ed infine proclamato Santo il 9 ottobre 1977 durante il sinodo mondiale dei Vescovi. A convincere la Chiesa a fare questo passo furono soprattutto le guarigioni scientificamente inspiegabili attribuite al grande mistico. Nel processo di canonizzazione ne vengono citate tre: la guarigione miracolosa e istantanea da un’ulcera maligna di Suor Maria Abel Kamari il 12 luglio 1950, il recupero della vista di un cieco, certo Iskandar Obeid, avvenuto mentre il fedele stava pregando sulla tomba del futuro Santo nel 1937 e la guarigione da un cancro alla gola in fase terminale di Myriam Aouad avvenuta invece nel 1967. In realtà però presso l’apposito registro del monastero di Annaya sono ormai raccolti i racconti di centinaia di guarigioni inspiegabili secondo la scienza medica. Non solo racconti di libanesi; ovunque nel mondo venga conosciuta la fama di San Charbel lì si verificano miracoli, persino recentemente in Messico e in Russia. Non a caso proprio dalla Russia è giunta in Libano negli anni ’80 una commissione di scienziati per effettuare studi sulla tomba del Santo. Ad essere miracolati non sono solo cristiani, ma anche musulmani e drusi. E’ nota la storia di una giovane drusa libanese a cui negli anni ’50 crebbe una gamba (originalmente più corta dell’altra di cinque o sei centimetri) dopo che sulla stessa venne posto del fango formato da acqua benedetta e terra raccolta attorno alla tomba di San Charbel. Il fatto venne testimoniato con una dichiarazione giurata dagli stessi notabili drusi del villaggio.
Chi scrive queste righe è stato -con altri amici- in Libano nel 1990 per oltre un mese a distribuire aiuti alla popolazione provata da quindici anni guerra. Durante questo periodo mi è stato raccontato un fatto che oggi, per la prima volta voglio riferire e che sarebbe avvenuto pochi mesi prima del nostro arrivo, in un villaggio della regione cristiana del Keshrouan.

Una signora attendeva un bambino ed era arrivato il momento del parto che però si presentava difficile. Non vi era la possibilità di ottenere aiuto in ospedale perchè la strada che portava alla città più vicina era teatro di  combattimenti. Il marito disperato, temendo di perdere sia la madre che il figlioletto rivolse una preghiera a San Charbel facendo voto, se tutto fosse andato bene, di portare immediatamente il neonato al monastero di Annaya per farlo battezzare. Il parto si concluse felicemente e il neopapà, benchè ormai fosse notte, salì sull’autovettura con il bambino dirigendosi al convento di Annaya. Qui giunto entrò nella chiesa dove vide un monaco raccolto in preghiera a cui spiegò l’accaduto e chiese di battezzare il bambino. Il monaco non fece alcuna difficoltà e battezzò immediatamente il neonato, dicendo però che non poteva rilasciare subito il certificato di battesimo. Invitò quindi il padre a passare la mattina dopo dicendo che gli avrebbe lasciato il certificato tra le pagine del Vangelo posto sul leggio della chiesa. Il padre ritornò a casa e la mattina dopo si recò nuovamente al monastero di Annaya per ritirare il certificato. Ricevuto dal Priore del convento spiegò cosa era accaduto nella notte ricevendo una risposta sconcertante: di notte i monaci sono nelle loro celle e quindi nessuno poteva essere nella chiesa. A fronte delle insistenze dell’uomo il Priore si decise ed insieme andarono a vedere il Vangelo posto sul leggio. Qui scoprirono che vi era effettivamente il certificato di battesimo del bambino, in calce vi era la firma: Charbel Makhlouf.
Non posso ovviamente garantire della veridicità di questo fatto che peraltro mi è stato raccontato da persone tutt’altro che visionarie. In periodi di estrema tensione come sono le guerre peraltro non di rado fioriscono racconti e leggende che successivamente si rivelano privi di fondamento. Io sono però tentato di credere che il fatto sia realmente avvenuto perché penso che Padre Charbel abbia ottenuto da Dio la concessione di continuare a rimanere -sotto forme che noi non possiamo conoscere- a presidiare il suo convento ed a raccogliere le lacrime delle persone sofferenti che si rivolgono a lui con fiducia. Non un santo libanese, ma un santo universale come universali sono il dolore e la speranza, due ali che ben utilizzate, ma solo se ben utilizzate, servono per volare fino a Dio.

Mario Villani

.......................

1/12/2013 

Bechara Boutros al-Rahi e il divorzio alla libanese

  Rss Feed Twitter Facebook Print
 
Bechara Boutros al-Rahi

Bechara Boutros al-Rahi

 

 

 

 

 

 

 

 

Il Patriarca maronita tuona contro gli avvocati che incoraggiano le coppie cattoliche a cambiare comunità confessionale per poter divorziare

Gianni Valente
Roma

Il Patriarca Bechara Boutros al-Rahi è uno che di solito non le manda a dire. Stavolta, a sperimentare la sua franchezza è stata la delegazione di giudici dei tribunali ecclesiastici che ieri erano andati a fargli visita nella sede patriarcale di Bkerkè, prima di Natale. Il Capo della Chiesa maronita ha approfittato dell'occasione per denunciare la prassi degli avvocati che per agevolare lo scioglimento di matrimoni falliti incoraggiano le coppie cattoliche a passare a un'altra confessione cristiana o addirittura a farsi musulmani per poter divorziare. Il Patriarca ha usato parole dure, chiedendo che siano interdetti dai tribunali ecclesiastici coloro che inducono le coppie a convertirsi alllo scopo ottenere il divorzio. “Noi” ha aggiunto “richiamiamo i nostri tribunali ecclesiastici e quelli di due Chiese ben note a non commettere più questo peccato in cambio di una manciata di soldi”.

Le parole del Patriarca toccano un nervo sensibile del vissuto socio-religioso libanese, dove lo status personale di ogni cittadino riguardo al diritto matrimoniale è determinato dalle norme della propria comunità religiosa d'appartenenza. Le procedure relative al matrimonio, al divorzio e ai diritti ereditari sono stabilite dai rispettivi tribunali religiosi. E il divorzio, proibito per i cattolici, è tollerato a certe condizioni dai tribunali di altre confessioni cristiane o di altre comunità religiose. Così capita che alle coppie cattoliche in crisi i legali di riferimento consiglino di passare – in particolare - alla Chiesa siro-ortodossa o alla Chiesa Assira d'Oriente. Secondo la stampa locale, anche alcuni libanesi famosi avrebbero fatto ricorso al sistema del passaggio di confessione religiosa per poter divorziare e risposarsi. Padre George Massouh, direttore del Centro studi cristiano-islamici dell'Università di Balamand, ha parlato al Daily Star dell'esistenza di una “gang di vescovi, preti e avvocati” che aiutano le coppie cattoliche in crisi a convertirsi e a divorziare “in cambio di denaro”. Gli ecclesiastici coinvolti nel sistema si giustificano usando l'argomento che attraverso questo escamotage i due divorziati rimarranno cristiani.

“Ma a volte” riferisce a Vatican Insider François Eid, Procuratore patriarcale maronita presso la Santa Sede “ai coniugi in crisi viene addirittura consigliato di 'superare' il problema convertendosi all'islam. E su questi passaggi di religione per risolvere le crisi matrimoniali c'è chi ha lucrato bene. Si dice che ci sia un tariffario per cambiare confessione cristiana in dieci minuti. Per questo il Patriarca è stato durissimo, con questa gentaglia”. Secondo il vescvo Eid, ci sarebbero anche casi di cristiani maroniti ritornati in seno alla comunità d'origine dopo che erano temporaneamente passati a un'altra Chiesa per divorziare.

In Libano, il dibattito sulla legislazione matrimoniale si è fatto più volte rovente perche nel Paese dei cedri, come in molti Paesi dell'area, non esiste il matrimonio civile. Nel novembre 2012,  una coppia di ragazzi appartenenti a famiglie musulmane sciite firmò per la prima volta il proprio contratto di matrimonio civile davanti a un avvocato e non davanti a una corte religiosa, depositandolo poi presso la consulta del Ministero degli interni, in attesa di un parere ufficiale.

 

Le coppie libanesi che vogliono celebrare il proprio matrimonio con rito civile continuano a praticare l'escamotage di sposarsi civilmente a Cipro per poi far registrare in Libano la propria unione. In passato, il presidente libanese, il cristiano maronita Michel Sleiman, ha espresso il suo parere favorevole a un pieno riconoscimento giuridico dei matrimoni civili.
Nel contempo, l'intervento dei Patriarca al-Rahi interpella a suo modo anche la riflessione avviata in tutta la Chiesa cattolica sulla questione delicata dei divorziati risposati.

Anche in Libano, come in molti Paesi del nord Africa e del Medio Oriente, l'approccio pastorale alla disciplina del matrimonio fa quotidianamente i conti con complicazioni particolari legate pure alla compresenza di tante denominazioni cristiane e al gran numero di matrimoni misti, dove uno dei coniugi appartiene a una Chiesa cristiana che regola la materia in maniera diversa dalle procedure in vigore nella Chiesa cattolica. Anche con queste realtà dovra misurarsi il discernimento ecclesiale avviato in vista del prossimo Sinodo sulla famiglia.
 

................................

NATALE DI SANGUE A BEIRUT

Non c'è pace per il Libano. Credo sia grande la preoccupazione del Patriarca che aveva invitato la gente del Libano a non cadere nelle contraddizioni violente di una guerra civile indotta dalla paurosa guerra in Siria. Ho raccolto la notizia riportata da tutte le agenzie del mondo del grave attentato in centro a Beirut dove pare siano rimasti ucci cinque libanese tra cui un esponente del precedente governo. Come è possibile che dimentichi i miei amici maroniti attivi nel dare testimonianza in un contesto così insicuro e pericoloso nel quale stanno vivendo questo Natale. Come finirà questa latente e strisciante guerra civile? Torneranno i giorni della violenza durata decenni? Oppure gli uomini di buona volontà cercheranno di portare al dialogo le forze antagoniste così da  mettere in sicurezza la vita di quel paese che amo? Intanto sono vicino ai miei amici. Non posso fare altro che cercare di far capire anche mediante questo sito personale che bisogna conoscere l  a situazione senza accontentarsi delle notizie dei media. Non è facile entrare nella cultura e nella società del Medio Oriente, oggi. Penso però che la responsabilità della situazione attuale cada sulle potenze occidentali: latente è la loro contrapposizione nel dominio del mondo e nel fare profitti: ne pagano le cnseguenze i bimbi e le famiglie di questi straordinari paesi, antichi quanto e ancora più della vicenda cristiana. Notizie più precise anche percHè la situazione è in evoluzione si possono trovare su 'Liquida' un'agenzia cattolica molto ben fatta. Intanto allego un video sulla tragedia di questo giorno a Beirut.

 .........................................
 LIBANO: UNA SCOPERTA 'PERSONALE
Non conoscevo questo santuario
Domenica 13 gennaio il Cardinal Sandri era in Libano. Riporto la notizia così come ne ha parlato Vaticaninsider. Vi ho trovvato  che nel programma della sua visita nella terra dei cedri era stata inserita anche una visita privata a un santuario che non conoscevo. Forse Mons. Hanna me lo ha anche fatto visitare ma non lo riccordo. Così ho raccolto qualche notizia perchè mi è sembrato un luogo 'interessante' storicamente e comunque un richiamo sia pure devozionale alla vicenda del Signore Gesù. Devo però chiedere perdono al mio vescovo Mons. Hanna Alwan se ho inserito nella pagina della Chiesa maronita questa notizia poichè il santuario appartiene per la verità alla Chiesa melkita cattolica. Ma non sapevo dove inserire la notizia. Mi perdoni Monsignore"

Sandri: “Pace per il Medio Oriente”

  Rss Feed Twitter Facebook Print
 
Profughi siriani

Profughi siriani

Il cardinale prefetto della Congregazione per le Chiese Orientali in visita in Libano incontra i profughi siriani


 

 

 

 

 

Una «supplica perché possa finalmente venire la pace e la riconciliazione» in Libano, in Siria e nel mondo intero: così il card. Leonardo Sandri, prefetto della Congregazione per le Chiese Orientali -si legge su radio vaticana- ha detto stamani nella sua omelia per la messa presieduta nel Centro dei Padri Redentoristi a Zahle, nella valle della Bekaa. Da venerdì scorso, il porporato si trova in Libano, Paese che accoglie molti profughi provenienti dalla Siria, con l'obiettivo di esprimere la vicinanza e il sostegno della Sede Apostolica alla comunità cristiana provata dal conflitto nella regione.       

Ai fedeli presenti alla celebrazione, tra cui mons. Caccia, nunzio apostolico a Beirut, il card. Sandri ha portato la benedizione apostolica di Papa Francesco e ha ricordato che «mettersi in cammino verso Dio significa compiere un passo di riconciliazione all'interno delle nostre famiglie, compiere un gesto di attenzione e accoglienza verso chi è più povero». «Sappiamo bene -ha concluso il cardinale prefetto- quanti poveri stia ospitando il Libano in questo momento di guerra nella vicina Siria».       

Dopo la celebrazione, il card. Sandri si è recato fino al rassemblement di profughi siriani di Mari el Khokh a Marjayoun, gestito dall'Associazione Avsi, dove ha portato un contributo per le opere di assistenza ai rifugiati. In programma anche una tappa nel villaggio di Maghdouche', nei pressi di Saida, per una visita in forma privata al Santuario mariano di Sayidat Al-Mantara, Nostra Signora dell'Attesa, nome che allude al luogo in cui Maria aspettava Gesù in missione nella città di Sidone. Lì, è previsto un atto di affidamento alla Madre di Dio, recitato dal porporato con l'invocazione della protezione della Regina della pace sul Libano, la Siria e tutto il Medio Oriente.

Il Santuario Mariano di 

"Nostra Signora di Al-Mantara"

(Nostra Signora dell'Attesa)

- Libano -

L’icona della Madre di Dio dell’Odigítria, ad Al-Mantara.

Sayidat Al-Mantara, ossia: Nostra Signora dell’Attesa, è il nome del Santuario libanese che allude al luogo in cui Maria veniva ad aspettare il suo divin Figlio in missione nella città cananea di Sidone.

Fra i numerosi Santuari mariani che affollano il Paese biblico dei cedri, ve n’è uno che rimanda a episodi del Nuovo Testamento e agli stessi personaggi principali della storia cristiana: a Gesù Cristo e alla sua santissima Madre, i cui piedi ne hanno certamente pestato il suolo, come possiamo leggere nei Vangeli.

Il luogo si trova nel Sud del Paese, non lontano dalla città fenicia di Sidone, nei sobborghi del villaggio di Magdouché, che si eleva a 150 metri sul livello del mare Mediterraneo. Il Santuario porta il titolo di Sayidat Al-Mantara, ossia Nostra Signora dell’Attesa, nome che allude al luogo in cui Maria veniva ad aspettare il suo divin Figlio in missione nella città cananea di Sidone, allora interdetta alle donne per il suo paganesimo. Si tratta di un luogo sacro fra i meno conosciuti dell’Oriente mediterraneo; ma che merita di essere conosciuto e meglio valorizzato.

Fra storia e leggenda

Il Santuario è costituito da una cavità naturale profonda 12 metri, larga cinque, in fondo alla quale sono stati ricavati nella stessa roccia un’Abside e un Altare. Numerosi ex-voto riempiono senza ordine le pareti; ci sono immagini, recipienti e vasi, lampade e altri oggetti fra cui si riconosce, ad esempio, le trecce donate da una donna. Vicino alla porta d’ingresso, a sinistra, si trova un vano che serviva da luogo d’attesa ai malati in cerca di guarigione; un altro incavo serviva come luogo di sosta per le pecore colpite da epidemie che spesso tormentavano i luoghi. Questa categoria di frequentatori del luogo non esiste più da molti anni, avendo lasciato posto unicamente ai Pellegrini e ai fedeli che sempre più numerosi frequentano la zona. Davanti alla Grotta, una croce più o meno recente sovrasta un portico a tre arcate la cui costruzione risale al 1868.

La stessa Grotta conserva il ricordo di molti fatti straordinari, alcuni storici altri leggendari, trasmessi da padre in figlio dagli abitanti dei luoghi. La località del resto, per i numerosi massi di pietra sparsi tutt'intorno, i molteplici dirupi, i pozzi interrati e una antica scaletta di accesso non poteva che stimolare le immaginazioni.

Secondo una tradizione che si fa risalire a più di duecento anni fa, un pastore che pascolava le sue pecore su questa altura, un tempo coperta di boschi e di rovi, si lasciò sfuggire una pecora; dopo aver frugato invano tutta la collina invocò la Madonna e, tagliando i rovi che intasavano le rocce e i blocchi di pietra di antiche macerie, trovò una fessura che lo condusse all’interno di una Grotta dove ripescò l’animale. Sorpreso e guardando più attentamente, egli scorse nel fondo un Altare sormontato da una icona in legno raffigurante la Madonna. Uscito in fretta, egli corse nel villaggio per raccontare la sua scoperta. Secondo una tradizione il pastore non era cristiano ma un metouali, appartenente cioè ad una fazione musulmana sciita, numerosa in questa Regione.

La Grotta dove la Vergine aspettava Gesù.

La storia recente del Santuario

La notizia pervenne al Responsabile della Chiesa Greco-Melkita cattolica della Regione, il Patriarca Cirillo VI Tanas, che accorse in persona sul posto, accompagnato dal Vescovo di Sidone, per esplorare i luoghi. Avendo riconosciuto nella Grotta una antica Cappella consacrata alla Madonna, egli ne entrò in possesso, con l’intenzione di ripristinare un antico luogo di pellegrinaggio mariano, la cui memoria non era ancora caduta del tutto in oblìo.

Poco a poco, la lettura attenta del Vangelo contribuì a mettere in rilievo il contenuto stesso del nome del luogo, quello di Al-Mantara, ossia del luogo in cui la divina Madre soleva aspettare il Figlio quando questi, assieme ai suoi Apostoli, ritornava dalla sua missione apostolica da Sidone e dalla terra dei Cananei. Fu anche ricordato che Cristo stesso aveva l’abitudine di riposare con la Madre e gli Apostoli prima di raggiungere il lago di Galilea, conformemente a quanto riportato nel Vangelo di Marco [cfr. Mc 7, 3]. Non lontano da qui egli guarì anche la figlia della Cananea.

La Grotta dove la Vergine aspettava Gesù.

In tempi più recenti, ricerche archeologiche più accurate hanno permesso di riconoscere nelle rovine imponenti che affiancano la Grotta i resti di un Castello costruito dai Crociati nel secolo XII, che portava il nome di Franche-Garde, ossia ‘della Guardia’; e nella Grotta un Santuario di origini oscure, risalenti a prima di Cristo, dimora probabilmente dei preti di Astarte, la dea della fecondità. Nelle vicinanze sorgeva uno dei nuovi templi dedicati a questa dea pagana, dispersi sui rilievi che riempiono il Paese dei cedri.

Riguardo alla trasformazione della Grotta in Santuario cristiano, si è potuto risalire al secolo IV e all’Imperatrice Elena, madre di Costantino Magno (+337), la quale, dopo aver fatto costruire un faro nelle vicinanze, consacrò la Grotta alla SS.ma Vergine, appoggiandosi su una tradizione più antica.

L’icona dell’Odigítria

Fatto degno di nota e che aggiunse lustro alla scoperta della Grotta è il rinvenimento in essa di un’immagine mariana per lungo tempo dimenticata. Si tratta di una icona molto bella, di puro stile bizantino, dipinta su legno e raffigurante la Santa Madre di Dio nel tipo dell’Odigítria, il cui prototipo – come sanno bene i nostri Lettori – è attribuito al pennello dell’evangelista Luca. Maria, elegantemente vestita con tunica blu scuro e con il mafórion [velo] rosso porpora, regge il Bambino sul braccio sinistro e lo indica con la mano destra leggermente sollevata, come per dire: è lui "la via, la verità e la vita" [cfr. Gv 14,6].

Alla Madre di Dio raffigurata nella sua icona si attribuiscono molti miracoli che, raccolti in opuscoli, venivano destinati ai Pellegrini. Una delle prime raccolte risale al 1911, ed è dovuta a Basilio Hajjar, Arcivescovo Greco-Melkita cattolico di Sidone; vi sono esposti diciassette miracoli. Molti di questi riguardano bambini e donne sterili, vi è il racconto di una monaca non vedente che ha recuperato completamente la vista. Allo stesso 1911 risale un miracolo eclatante di cui furono testimoni e insieme attori un folto gruppo di Notabili libanesi, Cristiani e Musulmani che – volendo salutare la Madonna prima di tornare a casa –, furono sorpresi di vedere che Maria stava sorridendo. L’evento meraviglioso durò ben dieci minuti, accompagnato dalle lacrime di gioia dei presenti che non esitarono ad accostare al volto della Madonna un cero acceso, come per assicurarsi di non essere vittime di qualche allucinazione.

La Torre alta 40 mt, sormontata dalla statua della Vergine.

Risistemazione del Santuario

Il Santuario, rimasto per lungo tempo in stato di abbandono, è stato in tempi più recenti rifatto e ingrandito per poter accogliere i Pellegrini sempre più numerosi che accorrono non solo dai Villaggi vicini, ma anche dal resto del Libano e dall’Estero.

Al 1963 risale la costruzione di una Torre monumentale, alta quaranta metri, che sorregge una grande statua della Madonna con il Bambino in braccio che veglia su tutta la zona circostante e assicura la sua protezione a tutto il Paese. La Torre contiene nel suo interno una Cappella di 100 metri quadri, decorata da una grande tela che illustra la storia della Grotta e della donna Cananea che, incontrando Cristo a Sidone, ne ottenne la guarigione del figlio.

I lavori hanno preso grande impulso nel 2000, anno del Giubileo dell’Incarnazione. È stato così riordinato, fra la Grotta e la Torre, un parco di 4000 metri quadri capace di accogliere folle sempre più numerose di Pellegrini. Vi fu sistemata all’aperto una cosiddetta "Via dei Santuari", simile ad una Via Crucis, che richiama alla memoria dei visitatori gli eventi biblici e cristiani che si sono svolti in questa Regione del Libano.

Le Stazioni sono indicate con delle lastre scolpite in pietra e ricordano ai Pellegrini l’evento stesso e il messaggio rivolto ai fedeli. Un sussidio scritto in diverse lingue aiuta il visitatore a leggere le sculture.

Le lastre, in numero di dodici, propongono i seguenti temi:

  1. I cedri del Libano e il Tempio di Salomone [1Re 5, 19-20]
  2. Il profeta Elia a Sarepta [1Re 17, 1.8-16]
  3. Il profeta Giona a Giye [Giona 1, 2, 3 1-5]
  4. Le nozze di Cana [Gv 2, 1-10]
  5. Cristo e la Cananea a Sidone [Mt 15, 21-28]
  6. Nostra Signora di Al-Mantara [Vergine dell’Attesa]
  7. Gesù nella cittadina di Banias [Mt 16, 13-19]
  8. La Trasfigurazione di Cristo sul Tabor [Mt 17, 1-5]
  9. Cristo e l’Apostolo Tommaso a Tiro [Gv 14, 4-5]
  10. San Paolo a Sidone [Atti 27, 1-3]
  11. Il Libano visto come "terra santa"
  12. Il Libano che "più che un Paese, è un messaggio", secondo la bella espressione usata da Giovanni Paolo II, nel 1989.

Costruzione della Basilica e festa liturgica

La ristrutturazione del Santuario prevede anche la costruzione di una Basilica per accogliere i Pellegrini e permettere di svolgere le cerimonie ed i riti liturgici. Dopo lunghi lavori di sistemazione del suolo fu possibile procedere alla posa della prima pietra il 22 Luglio 2000. L’anno seguente iniziarono i lavori di costruzione, che sono ormai completati o quasi. I fondi necessari per i lavori sono stati forniti dai fedeli del luogo e da numerosi benefattori, fra qui il Papa Giovanni Paolo II.

Il progetto di costruzione della Basilica, in fase avanzata di lavorazione:
visione generale, facciata principale e laterale.

La solennità liturgica del Santuario si celebra l’8 Settembre, festa della Natività della Madre di Dio. L’occasione è tra le più solenni e attira folle di fedeli provenienti da ogni dove. Molti arrivano uno o più giorni prima e si accampano nel Parco, contenti di stare vicino alla casa della Madonna, in attesa di partecipare alle celebrazioni liturgiche. L’Ufficiatura che si canta è quella solenne della festa della Natività della Madre di Dio. I diversi Uffici si concludono sempre con il bacio all’icona della Madonna, al canto di Inni e altri cantici religiosi.

Gli Inni sono presi dall’Ufficio votivo mariano della Paráclisis [o Supplica], che i fedeli conoscono a memoria. Eccone due strofe:

"Tu proteggi, o buona, tutti quelli che con fede si rifugiano nella tua mano potente. Noi peccatori, piegati per le tante colpe, non abbiamo altra permanente mediatrice presso Dio tra i pericoli e le tribolazioni, o Madre del Dio altissimo. Ci buttiamo dunque ai tuoi piedi: libera i tuoi servi da ogni sventura.

Tu sei la gioia di tutti gli oppressi, l’avvocata di chi subisce ingiustizia, il cibo degli affamati, il conforto degli stranieri, il porto di chi è sbattuto dalla burrasca, visitatrice degli ammalati, rifugio e soccorso degli affaticati, bastone dei ciechi e aiuto degli orfani, o Madre del Dio altissimo. O pura, affrettati a salvare i tuoi servi".

George Gharib

Fonte: rivista "Madre di Dio", giugno 2005


 

Film su Sant Charbel monaco libanese fatto santo da Paolo VI

Anche se è in francese questo film può aiutarci a conoscere meglio questa straordinaria figura di monaco. Anche per cominciare ad amarlo. A pregarlo, Lui che continua a fare miracoli.....