NEL MONDO AFFASCINANTE

DELL'INDIA DEL NORD E DEL NEPAL  ..E ALTRO

E' una pagina per chi sogna 'un altro 'mondo'. Conoscere  per capire l'avventura umana, e per chi crede, per immergersi nel mistero della vita umana, senza pregiudizi, senza riserve, accostandosi a un'umanità atichissima che  'comincia e finisce' dentro un ritmo temporale 'elaborato' dalle credenze e dalle certezze dell'uomo anche se diverso da noi.

 

ALLA SCOPERTA DELL'INDIA

Mi permetto di suggerire a chi parteciperà al viaggio ed anche a chi intende avvicinarsi all'India di collegarsi, tramire Google a questo sito: Guida India/Mappa interattiva dell'India. Non solo potrà conoscere   le città del Nord dell'India che secondo programma saranno visitate, ma anche per  farsi un'idea più completa di questo  subcontinente .

 

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Può essere utile  conoscere anche se in una sintesa davvero ridotta la storia dell'India dalle origini ai giorni nostri.

Breve excursus nella storia dell'India

Dagli Arii a Gandhi. Storia dell'India dall'inizio della civiltà hindu all'Indipendenza.

Si ritiene che la prima grande civiltà indiana si sviluppa attorno il 2400 e il 1500 a.C. nella valle dell’Indo (tra Pakistan e India). Poi, gli Arii e i Dravida, occupano tutta l’India settentrionale organizzando la società in caste. La storia più recente dell’India si divide in 5 periodi: periodo hindu (500 a.C.-1192d.C.), periodo musulmano (1192-1707), periodo di transizione (1707-1803), periodo inglese (1803-1947), periodo dell’indipendenza o dell’Unione Indiana (dal 1947 ). Nel periodo hindu, la civiltà indiana si centralizza nel bassopiano del Gange. Nel 518 a.C., i Persiani si prendono la valle dell’Indo e, più tardi, arriva Alessandro Magno, che sogna di fondere la civiltà Orientale con quella Occidentale (327-325a.C.).
Sorge allora la dinastia Maurya (circa 320-187 a.C.) del re Chandragupta Maurya, a cui succede la dinastia hindu dei Sunga (circa 187-60 a.C.), che nel 175 circa a.C. sconfigge i Greci che provengono da Bactriana, regione dell’Asia centrale. Altri invasori sono i Saci, i Parti, i Kusana, che fondano un regno (circa 20-300 d.C.) tra il fiume SyrDarja (Asia Centrale) e il Gange. Ed è in questo tempo, in cui l’Induismo è la linea principale, che si diffonde sia la cultura indiana sia il Buddhismo in tutto il bacino del Tarim, in Cina, Corea e Giappone. Durante la dinastia Gupta (circa 320-550 d.C.) inizia il periodo classico delle lettere e delle arti indiane e dell’ultimo tentativo di unificare gli hindu. Infatti, a partire dall’VIII sec. si formano vari regni, spesso in lotta tra loro. Dopo il 1.000 i musulmani premono ai confini, e, verso il XII sec., sconfitti i Rajput, gli invasori danno il via a una nuova era nella storia dell’India. Il dominio islamico, dura parecchi secoli, e vede il succedersi di varie dinastie fino al 1413. La disgregazione verso la fine del XIV sec., consente l’invasione del feroce Tamerlano (1398).In seguito, il suo discendente Baber, batte Panipat, sultano di Delhi, e fonda il regno Moghul, che dura fino al 1857. Sotto Akbar (1556-1605), uno dei più straordinari personaggi della storia d’Asia, il regno ingloba non solo l’India settentrionale ma anche parte dell’Afghanistan e del Deccan.

Akbar darà una coscienza di nazionalità indiana trascendendo l’integralismo islamico. Questa intenzione continua anche sotto il regno di Giahangu (1605-1627) e di Shah Giahan (1627-1658). E, purtroppo, con la salita al trono di Awrangzeb (1658-1707)si ritorna al più violento fanatismo musulmano. Nei secoli XVI e XVII arrivano le prime sporadiche presenze europee (portoghese e olandese, e poi francese e inglese). Il XVIII sec. segna la fine del dominio islamico in India. In questo periodo gli eventi precipitano. La concorrenza fra le compagnie europee, olandesi, francesi e inglesi, delle Indie Orientali, determinano il fallimento dell’indipendenza del Paese. Così, alla fine della guerra dei Sette anni (1763), il trattato di Parigi assegna l’India francese ai vincitori inglesi. Fallisce anche il tentativo, nel 1818, di ripristinare l’Induismo dopo la dissoluzione dell’impero Moghul. Nel 1857 gli inglesi infine sciolgono la Compagnia delle Indie e requisiscono tutti i territori da essa occupati (1858). L’economia indiana soccombe, mentre, per contro, le università create a partire dal 1857 formano i nazionalisti intellettuali. Questi, nel 1885, fondano il partito del Congresso Nazionale Indiano. Nel 1919 Gandhi inventa un nuovo modo, non violento, di lotta, fondato sulla non collaborazione, un deciso boicottaggio su tutta la produzione inglese e porta finalmente l’India all‘Indipendenza

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Khajuraho: un inno alla gioia

 

Un giorno, nel 1838 , Mr. Burt, un ingegnere inglese, si lasciò convincere dalla guida indiana ad allontanarsi di diverse miglia dalla strada battuta per avventurarsi nella giungla e scoprì una serie di templi avvolti dalla vegetazione, che di selvaggio non avevano nulla. Immaginate l’emozione e la meraviglia di Burt nel trovarsi davanti agli occhi sculture secolari …Ebbene oggi la stessa sensazione mozzafiato, senza l’effetto sorpresa, la può provare chiunque decida di visitare Khajuraho, piccolo centro del Madhya Pradesh famoso per i suoi templi (950-1150 d.C), patrimonio dell’Unesco dal 1986.

Nell’immaginario comune Khajuraho è il Kamasutra che si fa pietra. Il luogo da visitare per ricercare le scene erotiche (in effetti, la maggior parte delle guide non vi permetterà di perderne anche una sola). Questa prospettiva di visita è però alquanto limitante. Ci sono innumerevoli sculture sensuali, ma sono una minoranza, tra una miriade di bassorilievi che ritraggono la vita, terrena e divina, nella sua interezza.

A incantare immediatamente è l'archietettura: numerosi templi sull’alto di elevate piattaforme, con tetti come castelli di sabbia che si allungano verso il cielo. Si dice che i templi, costruiti dai regnanti Chandella, siano figli della luna, nati nel sogno del re Chandravarma, ma con il sole , tra il verde e i fiori, sprigionano tutto il loro fascino. Avvicinandosi si è catturati dalla ricchezza delle sculture. Oltre a numerosi dei e dee, esseri semidivini e creature fantastiche, davanti ai vostri occhi si dipana un elogio alla vita: musicisti, danzatrici, guerrieri, animali, scultori, artigiani e via dicendo. In tutto questa cacofonia di attività ci sono anche quelle carnali, di coppia o di gruppo. Le figure erotiche sono di tre tipi, di proporzioni e posizionamento diverso: le più grandi e in piena  vista sono fanciulle sensuali (apsara); decisamente più piccole sono le coppie di amanti (generalmente dette mithuna), in atteggiamenti affettuosi o intimi; infine ci sono piccoli fregi con le scene più propriamente erotiche, solitamente collocate in alto o in posizioni meno visibili.

 

Apsara e i mithuna sono già presenti in templi precedenti, sia hindu che buddhisti.

La coppia di amanti è simbolo di fertilità da invocare per ottenere un figlio o una buona relazione matrimoniale. Su un piano più allegorico è una metafora che rappresenta fisicamente l’unione dell’anima individuale con quella universale. Il tempio è la raffigurazione del macrocosmo, per cui sulle pareti esterne trovano posto tutte le forme di vita terrena, senza le contraddizioni tra sacro e profano di altre religioni. Mithuna che si accoppiano e le scene erotiche comparvero per la prima volta verso il IX secolo e Khajuraho ne è la testimonianza più illustre. Perché ci siano, è opinabile. Qualcuno sostiene, osservando la posizione in punti architettonicamente deboli, che fossero una sorta di amuleti contro i lampi e la sfortuna, capaci di appagare Indra il dio dei fulmini(che come il greco Zeus è un godereccio). O avessero il potere magico di rafforzare l’intera struttura tenendo uniti i blocchi di costruzione. Secondo altri avevano funzione educativa. Sicuramente si comprendono meglio i templi se si contestualizzano nell’ambiente culturale, fortemente influenzato dal tantrismo. I primi tantra, composti tra il 650 e l’800, avevano ampia diffusione nella zona. In contrapposizione alla via della rinuncia, il tantrismo esplora la via dell’esperienza sensoriale, per distillare la conoscenza che porta alla liberazione, fine ultimo dell'uomo. Le rappresentazioni erotiche rappresenterebbero quindi rituali tantrici. Forse per questo, sostiene Lorenzen (un famoso storico di arte indiana), le figure sono ad altezza di persone con poteri paranormali, che sanno levitare nell’aria e librarsi in volo!

E’ anche possibile che alcuni fregi siano semplicemente opere scherzose degli scultori che hanno creato i capolavori dei templi, collocati dove difficilmente avrebbero attratto troppa attenzione. Indipendentemente dalle teorie, si ha la sensazione che i templi siano un inno al godimento della vita, vilipesa in periodi e movimenti religiosi precedenti.Una visita accurata ai templi di Khajuraho (si consiglia di affittare una bicicletta per spostarsi tra i vari gruppi) richiede almeno un paio di giorni. Ci sono tre gruppi di templi (25 templi in tutto): i principali e meglio conservati sono quelli occidentali, il gruppo orientale ha tre santuari di atmosfera jainista e quello meridionale, il più lontano, un paio di templi magnificamente inseriti nel paesaggio campestre. Se siete di fretta limitatevi ai templi del gruppo occidentale, osservandoli con calma e lasciando al futuro ciò che saltate.

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Nel bel mezzo di Kathmandu

 

Una partita a dadi
La leggenda che sta alla base del culto della dea bambina di Kathmandu racconta che in una fresca notte d’estate - e vi assicuro che da quelle parti anche in estate le notti sono sempre fresche - il re Jayaprakash Malla giocava a dadi con la dea Durga, cosa che gli capitava di fare di sovente, considerato che la dea era la patrona del suo lignaggio reale. Adesso dovete sapere che la dea Durga, una delle tante versioni di Kalì, era quella che popolarmente viene definita una gran figa e, per non indurre in tentazione i poveri mortali, mascherava la sua avvenenza dietro un manto di divinità. Tutto procedeva come al solito, quella sera: il re stava bene attento a non vincere e la dea si godeva la sua partita a dadi pensando di essere una grande giocatrice quando nella stanza entrò un grosso serpente rosso. Credo che non ci sia bisogno di scomodare Freud per spiegarvi che cosa significa l’arrivo del grosso serpente, giusto? Fatto sta che nelle testa del povero re cominciarono ad affastellarsi una serie di pensieri assai poco decenti su cosa avrebbe voluto farci con quel gran pezzo di divinità invece di stare a perder tempo con quello stupido gioco. Ma Durga - Kalì si accorse subito del mutato atteggiamento del re che invece di guardare i dadi le guardava altre cose. Si infuriò come solo una dea terribile sa infuriarsi. Uscì dal palazzo reale sbattendo la porta e avvertendo il re che non sarebbe più tornata se non incarnata in una bambina pura - Kumari significa per l’appunto “vergine” - che lui avrebbe dovuto onorare col rispetto che si deve ad una dea. Cominciò così la ricerca della bambina posseduta dallo spirito di Durga - Kalì e nacque il culto della Kumari, la piccola dea protettrice della dinastia reale e di tutto il popolo nepalese.
Questa perlomeno è una delle tante leggende, così come mi è stata raccontata. Di mio ci ho messo solo il termine “gran figa” per rendervi bene l’idea. Ma vi avverto che esiste perlomeno un altro centinaio di versioni sull’origine della Kumari. E tutte diverse. La verità, tanto nella storia quanto nel mito, è un concetto tutto nostro. In Nepal non gliene frega niente a nessuno e ciascuno la racconta come la vuole.

Nel bel mezzo di Kathmandu
Oggi la Kumari, che quando era soltanto una bambina si chiamava Matina Shakya, abita l’antico palazzo di legno nero e di mattoni rossi posto a lato della Durbar Square, la piazza principale di Kathmandu. La porta del cortile su cui si affacciano i balconi dell’appartamento della dea, al primo piano, è sempre aperta. Dentro ci trovate a tutte le ore del giorno varie decine di fedeli che fremono nell’attesa che la Kumari appaia alla finestra. Attendono anche delle ore tra i fiori profumati del cortile, pregando sottovoce per non disturbare sua santità. In un angolo c’è una piccola porta, anch’essa sempre aperta, che conduce direttamente alle stanze della dea. C’è solo un cartello che ti prega di non entrare a meno che tu non sia la reincarnazione del dio Rama che nel “Who is who” delle divinità induiste sarebbe lo sposo della dea Kalì. Io sono stato lì lì... ma poi ho deciso che fare la reincarnazione di Rama era troppo pure per me. Sono stato comunque fortunato perché dopo un paio di minuti sul balcone si è affacciato il Chitaidar, per metà sacerdote e per metà maggiordomo della Kumari, per avvisare che sua santità stava per degnarsi di mostrare il suo bel viso. Mentre tutti si inginocchiavano, mi si sono avvicinate le guardie del palazzo per ordinarmi di tener buona la reflex, che fare foto non ufficiali della dea era strettamente proibito. Al diavolo anche le divinità incarnate! Venti secondi dopo era già tutto finito. I fedeli con l’aria soddisfatta - la Kumari non li aveva cagati neppure di striscio - uscivano cercando fantasiose interpretazioni sui battiti delle lunghe ciglia della piccola dea. Solo allora mi venne da riflettere che nel cortile c’erano sia fedeli induisti che buddisti. La cosa mi colpì alquanto (nonostante tutti i viaggi che ho fatto continuo a ragionare da occidentale e cerco le contraddizioni su tutte le cose). Come è possibile che la stessa dea incarnata sia venerata da due religioni diverse? Ma ciò può stupire solo chi non conosce - e conoscere vuol sempre dire amare - questo incredibile Paese dove la marjuana cresce spontanea ai bordi delle strade. Per i nepalesi pregare è un atto naturale come vivere, mangiare e fare l’amore. Dei e dee ce ne sono tanti, conosciuti e sconosciuti, e neppure il bramino più santo può vantarsi di padroneggiare a fondo tutta la sterminata biblioteca sacra. I comportamenti delle divinità, se possono insegnare qualcosa all’uomo, alla fin fine risultano misteriosi proprio come misteriosa, alla fin fine, è la nostra vita su questo piano di esistenza. Girare in senso orario attorno ad uno stupa che simboleggia buddha o rintoccare le mille campanelle attorno ad un tempio per attirare l’attenzione di Visnù non vale né più né meno che inginocchiarsi davanti ad un crocifisso o in direzione di un mihrab sciita. “Gli dei sono molto suscettibili ed è bene pregarli tutti“ mi ha spiegato l’amico nepalese che mi ha fatto da interprete e che, quando viene in Italia, non trascura mai di andare a sentire qualche messa. L’amico mi ha pure confessato che trova molto sciocco l’atteggiamento di tanti occidentali, convinti che il loro dio sia unico e migliore degli altri. Mi ha chiesto perché continuiamo a ragionare come dei bambini ma non ho saputo dargli una risposta.

Kumari si nasce
Vale la pena di spendere due parole su come viene scelta, oggi come cento anni fa, la Kumari. Per prima cosa la bambina deve appartenere all’alta casta Newar Shakya propria di chi lavora o commercia oro, argento e pietre preziose. I suoi genitori devono risiedere a Kathmandu da almeno tre generazioni e essere di provata fedeltà alla famiglia reale. Alla sua identificazione partecipano otto grandi saggi tra i quali il sacerdote induista di Durga, alti prelati buddisti e l’astrologo del re. La candidata deve essere perfetta nel fisico, non avere cicatrici e presentare le cosiddette “32 perfezioni divine” tra le quali figurano: occhi neri e profondi, piedi e braccia proporzionate, cosce di daino, organo sessuale non sporgente, lingua piccola, corpo come un banano (non ho capito cosa significhi), guance come quelle di un leone (come prima), ciglia come quelle di una mucca (ancora meno), denti perfetti e... una bella ombra!
Una volta dimostrato di possedere questi requisiti - e vorrei sapere come fanno a valutare l’ombra - la candidata deve sottoporsi ad una serie di esami atti a testarne il carattere divino. La Kumari non può piangere ma nemmeno ridere. Una dea infatti è sempre disinteressata alle vicende umane. Deve essere soprattutto una bambina tranquilla, considerato che ogni suo movimento viene sempre interpretato in termini di spaventose sciagure per i fedeli e per il Paese. Per saggiarne la “tranquillità” le bambine vengono sottoposte ad una prova terrificante: sono chiuse in una stanza buia riempita di teste di capre mozzate e di bufali scannati mentre uomini mascherati da demoni urlano per spaventarle. La bimba che si addormenta “tranquilla” è la vera Kumari.
Quando mi hanno raccontato questa storia, ho chiesto cosa fanno ingurgitare (o fumare) alla povera dea prima della prova ma mi hanno risposto che “sono riti segreti”.
Il compito della Kumari è fondamentalmente quello di farsi adorare e di porre la tika, il sacro segno rosso, sulla fronte del re del Nepal che una volta all’anno si reca nel suo palazzo per baciarle i piedi. Per tutta la durata della sua carica, la Kumari non può lasciare i suoi appartamenti se non in rare celebrazioni religiose dove viene trasportata su una speciale portantina dorata. I sacri piedini della dea non possono mai posarsi sul vile terreno. Neppure le scarpe può indossare. Al massimo calze ma solo se di seta rossa. Dopo che gli otto saggi hanno riconosciuto la sua divinità, i genitori si fanno immediatamente da parte e potranno rivedere la figlia dea solo in casi eccezionali e nelle vesti di semplici fedeli. Alla fanciulla sono concessi solo due compagni di gioco attentamente selezionati tra i bambini maschi della sua casta. Ovviamente la Kumari non va a scuola. Una dea sa sempre tutto. Il suo Chitaidar copre comunque anche le funzioni di precettore, pur se non può certo costringerla a studiare e neppure chiederle di impegnarsi in una cosa qualsiasi. Tutto le viene insegnato solo le lei lo desidera.

Kumari non si muore
La dea bambina rimane in carica sino alla prima perdita di sangue. Il che non significa necessariamente la prima mestruazione. Basta anche una piccola ferita o un graffio. Quando capita, la dea Kalì si riprende la sua divinità e va alla ricerca di un’altra bambina meritevole di ricevere cotanto dono. L’oramai ex Kumari viene accompagnata fuori dal palazzo e privata di tutta la sua venerabilità dopo un’ultima una cerimonia che dura 4 giorni. Chi lo sa come appare in quel momento il mondo che sta fuori dal cortile del Kumari Ghar alla piccola ex dea? La ragazzina fa ritorno alla sua famiglia con il solo conforto di un vitalizio di circa 6 mila rupie al mese. Neanche 100 euro per noi ma quattro volte un salario medio per un nepalese. In futuro potrà anche sposarsi se lo desidera, ma il suo sposo, racconta la tradizione, è destinato a morire tossendo sangue dopo circa sei mesi dalle nozze.
Ma il Kumari Ghar, il palazzo prigione della piccola Kalì, rimarrà vuoto solo per poco tempo. A Kathmandu gli otto si mettono immediatamente alla ricerca un’altra Kumari mentre la vita sotto il Sagaramāthā, la Grande Madre Celeste che gli inglesi hanno voluto chiamare Everest, scorre come tutti gli altri giorni.
Di giorno, quei catorci che qui chiamano automobili si incolonnano in file lunghe chilometri davanti ai distributori vuoti. Di notte, il flusso della corrente elettrica si interrompe puntualmente, nonostante le quotidiane dichiarazione del Governo che tutto funziona alla perfezione, e l’intera vallata piomba nel buio. La gente per scaldarsi esce di casa e accende grandi falò ai bordi delle strade. Sono le uniche luci che illuminano l’ampia valle del Bagmati dopo la luna e le stelle. Vista dall’alto, dal santo monastero buddista di Kopan dove i monaci intonano con voce profonda l’om padme hum, Kathmandu sembra uno sterminato accampamento di nomadi. Quando il partito comunista ha vinto le elezioni ponendo fine alla guerra civile, l’India e la Cina hanno staccato la spina dei rifornimenti energetici. La vita è dura per “questa piccola radice tenera che cerca di crescere tra due macigni” come recita un antico detto sul Nepal.
Ma tutto questo la Kumari non lo sa.

Non intendo scrivere la cronaca di un viaggio 'compiuto' con un gruppo di 27 persone. Sarebbe troppo impe gnativo. Aprirò delle pagine per soffermarmi sui luoghi dove ho potuto apprendere cose nuove del mondo incredibile dell'India.

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15 marzo 2015"

Oggi in  un servizio pubblicato sul sito dell'Ansa ho saputo del grande raduno dei Sik in India nel grande tempio che abbiamo visitato. Mi ha interessato e mi permetterà più avanti di conoscere meglio questa 'particolare religione' tra induismo e islamismo. per ora dunque trasmetto la notizia così come l'ho raccolta dall'Ansa. Ho ricercato un video che documenti la tradizione  Sikh di offrire un pasto ai pellegrini gratuitamente: Ogni giorno soprattutto al tempio d'oro che abbiamo visitato - personalmente molto interessato - vengono distruibiti migliaia di pasti. Abbiamo visto, attraversandole, le cucine , i forni, le enormi pentole, le donne che fanno il pane. L'abbiamo anche asseggiato. Non male!  Il video che ho inserito documenta questo aspetto davvero bello del sikhismo. Dovrei riprendere le foto di Gianni poer postarle in questo sito. Ma basta questo.  Riprenderò, se mi sarà concesso il tempo , di conoscere meglio questa straordinaria esperienza storica, umana che parla di pace, di uguaglianza, di onestà. Forse di religione se ho ben capito, molto meno!  Intanto metto in pagina due video e due sidershow. I video presentano il 'tempio d'oro' il cuore del sikhismo. Le due serie di foto sono tratte dal viaggio in India di qualche anno fa. Memorie ed emozioni. Desiderio di 'tornarci' Impossibile. Ma almeno posso  'sentirmi là', ancora una volta!

India: Holla Mohalla, la festa sikh tra armi e cucine

I fedeli vengono da ogni parte del mondo, anche dall'Italia

16 marzo, 10:21
 

di Nello Del Gatto

A vederli da lontano fieri, con i turbanti, le barbe lunghe, le tuniche blu e armati fino ai denti, i Nihang fanno davvero paura. Ma è solo una impressione: questa comunità di Sikh, la religione indo-pakistana nata nel quindicesimo secolo, racchiude dei promulgatori di pace e di giustizia sociale che, dal 1701, si riuniscono nel nord ovest dell'India per rispettare una tradizione religiosa. Nasce così la festa di Holla Mohalla, un festival sikh che si celebra nel primo giorno del mese lunare di Chett (che cade normalmente a marzo).

Per una settimana intera, fedeli sikh da ogni parte del mondo, anche dall'Italia, principalmente appartenenti alla comunità dei Nihang (contraddistinti dai grandi turbanti e dalle tuniche blu), si riuniscono per onorare la memoria del decimo guru del sikhismo, Guru Gobind Singh. Questi, impegnato a combattere l'imperatore moghul Auragzeb e le truppe dei Rajput cominciò la tradizione di riunire i fedeli della sua religione e impegnarli in finte battaglie, finti combattimenti, il giorno dopo la festa induista di Holi, la festa dei colori, durante la quale si festeggia l'arrivo della primavera spruzzando acqua colorata e lanciando polvere colorata sugli amici e parenti.

Da allora, almeno 200 mila persone ogni giorno della settimana di festa affollano il piccolo villaggio di Anandpur Sahib, nella provincia indiana del Punjab, stravolgendolo. Soprattutto nei pressi del tempio e sul campo centrale della festa, in migliaia si sfidano a colpi di spade, lanciano frecce o dimostrano la loro forza, le arti marziali, la loro abilità sui cavalli. Lungo le strade del villaggio e quelle che ad esso portano, migliaia di volontari si impegnano nei Langar, le cucine comunitarie dove chiunque, senza distinzione di razza, religione, ceto sociale o casta, può mangiare gratuitamente.
    Tradizione questa propria del sikhismo, religione nata con l'intento di azzerare le differenze fra le persone e promulgare la pace, concepita in mezzo tra induismo e islamismo. Nei templi sikh, infatti, la cucina comune è un punto fermo.
    Come quella immensa, che serve milioni di piatti all'anno, nel Tempio d'Oro di Amritsar, il più sacro per i sikh, teatro (in un giardino vicino) della carneficina ad opera degli inglesi nel 1919 e di quella del giugno 1984 ad opera dell'esercito indiano che intendeva stanare separatisti sikh asserragliati nel tempio.


    In entrambi gli episodi, morirono migliaia di sikh e mentre il primo rappresentò un passo verso l'indipendenza, il secondo portò all'omicidio dell'allora premier Indira Gandhi ad opera di una sua guardia del corpo sikh. Oggi le armi dei sikh hanno un valore puramente religioso: il pugnale che ogni sikh indossa, anche molte donne, di diverse fogge e forme, è uno dei cinque segni distintivi di ogni fedele insieme al turbante (i sikh non tagliano mai barba e capelli e li raccolgono nel turbante), un pettine, un braccialetto e dei pantaloncini. Un popolo oggi votato alla pace che, dopo dieci guru che l'hanno guidato, ha deciso che non avrebbe più avuto un guru in carne ed ossa, facendo diventare guru il libro sacro. I Sikh oggi sono tra le comunità indiane più disperse nel mondo. In Italia sono numerosi, una delle più numerose comunità sikh d'Europa, e vivono soprattutto in Lombardia e nella zona emiliano-romagnola, dove contribuiscono non poco alla creazione del Parmigiano Reggiano e del Grana Padano.