31.05.2014

«Voi non siete un piccolo dettaglio in più nella Diocesi di Milano. Siete una novità dirompente». Difficilmente l’arcivescovo di Milano, cardinale Angelo Scola, avrebbe potuto trovare parole più motivanti per dare il benvenuto ai frati premostratensi che da pochi mesi abitano l’abbazia di Mirasole. Un complesso monastico eretto nel XIII secolo alle porte di Milano, nei prati che oggi appartengono al comune di Opera.

Disabitata da lungo tempo (gli ultimi religiosi la lasciarono 500 anni fa), l’abbazia torna ora a vivere con l’arrivo degli 11 frati: per la maggior parte sono novaresi (diocesi in cui si trovavano prima del trasferimento a Mirasole), ma c’è anche una rappresentanza cilena, francese e polacca. La messa che Scola celebra con loro, e diverse decine di fedeli, sabato 31 maggio rappresenta l’inaugurazione ufficiale di una realtà che desidera integrarsi pienamente nella realtà locale. Tanto da aver già acquisito come proprio il rito ambrosiano anche nella preghiera quotidiana. Per la gioia del cardinale, che sottolinea pubblicamente l’importanza del gesto.

E a quanto racconta il priore, padre Stefano Maria Gallina, una buona parte di ambientamento è già avvenuta se è vero che «siamo qui da pochi mesi – rivela -, ma sembrano anni per l’accoglienza benevola che ci hanno offerto le popolazioni circostanti e per i tanti nuovi amici che con noi condividono la messa, la preghiera, il lavoro». La nuova presenza è una ricchezza anche per le parrocchie e i movimenti locali: «I sacerdoti – spiega il priore – si rivolgono all’abbazia per organizzare riunioni, ritiri, celebrare le confessioni».

A seguito della riapertura, la struttura è diventata anche meta di turisti attirati dall’architettura e dall’arte lì presenti. «Capita– sorride padre Gallina – che giungano persone interessate alla visita del luogo dal punto di vista culturale e poi si trovino a vivere felici con noi un’esperienza spirituale».

Uno stile di testimonianza che sottolinea anche l’arcivescovo, durante l’omelia. «Questi nostri fratelli premostratensi – afferma - ci siano d’esempio perché non comunicano loro stessi, ma Cristo Gesù: dobbiamo essere solo servitori a causa sua». Perché, si chiede Scola, la grande domanda di senso non giunge alla bocca di tante persone, le quali sembrano invece tentare di mettere da parte Dio nel loro quotidiano? «Perché abbiamo reso la testimonianza talmente doveristica – è la risposta - che ci sembra di comunicare noi stessi, cessando quindi di essere testimoni. Guardiamo allora alla bellezza del luogo in cui ci troviamo, alla bellezza della veste monastica e alla bellezza della preghiera di questi fratelli religiosi: ci comunicano che loro sono qui solo per Cristo».

L’abbazia di Mirasole è proprietà della Fondazione Ca’ Granda dalla fine del ‘700, quando gli fu assegnata da Napoleone Bonaparte. Oggi è proprio la Fondazione ad averne assegnato l’utilizzo ai premostratensi con un accordo della durata di 99 anni. «Ringrazio la Ca’ Granda – non manca di affermare il cardinale – nella persona del suo presidente, prof. Giancarlo Cesana, per la decisione cui ha contribuito anche l’impegno di mons. Erminio De Scalzi: è dimostrazione che quando la carità si unisce all’intelligenza nasce la genialità delle scelte».

Un atto esemplare che, auspica infine l’arcivescovo, «può contribuire alla rinascita civile del nostro Paese, delle nostre terre, per la quale tutti ci dobbiamo impegnare. Ciascuno nel proprio ambito, tendendo a quella amicizia civica che è l’unico collante possibile, puntando a un riconoscimento reciproco che ci rende narratori incessanti della nostra proposta di vita civile. Tesi al confronto, senza pretese egemoniche, ma convinti che la nostra testimonianza sia un bene per tutti».

L’augurio finale del cardinale Scola, rivolto ai religiosi e ai fedeli, è una citazione di Sant’Agostino, la cui regola è seguita dagli 11 frati: «Ricordiamoci le sue incomparabili parole: “Cristo, pur trovandosi lassù, resta anche con noi. E noi similmente, pur dimorando quaggiù, siamo già con Lui”».

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Sabato 28 giugno 2014

Un evento straordinario nella Chiesa di Milano. L'ordinazione episcopale di tre presbiteri per il ministero del Cardinale Scola. Tre suoi aussiliari. Mi riprometto di commentare l'evento. Per ora inserisco quanto ha pubblicato il sito di Milano.

Scola: «Amate la Chiesa ambrosiana
e ne sarte riamati»

Presiedendo in Duomo la celebrazione per l’Ordinazione Episcopale dei tre neo-Ausiliari, Agnesi, Martinelli e Tremolada, il Cardinale ha richiamato il valore e la responsabilità della Successione apostolica a servizio della gente

di Annamaria BRACCINI

Le prime Messe

Oggi pomeriggio i tre nuovi Vescovi ausiliari celebreranno la loro prima Messa in un santuario mariano della Diocesi: Agnesi al Sacro Monte di Varese alle 16.45; Martinelli alla Madonna di Lourdes a Milano alle 18; Tremolada alla Madonna del Bosco di Imbersago alle 18.

28.06.2014

Un gesto bello e grande, di fede, di Chiesa, del quale nessuno è stato «spettatore, ma tutti attori», perché «chiama in causa ciascuno in prima persona».

È l’Ordinazione Episcopale dei tre nuovi Vescovi ausiliari di Milano conferita dal cardinale Scola, in un Duomo che già dalla primissima mattina si è andato riempiendo di fedeli, di moltissimi sacerdoti concelebranti, di diecine di diaconi permanenti, di amici e parenti di monsignor Franco Agnesi, monsignor Paolo Martinelli e Monsignor Pierantonio Tremolada. L’arcivescovo emerito di Milano, il cardinal Tettamanzi e il vicario generale, monsignor Mario Delpini, sono con consacranti, venti gli altri Vescovi presenti, tra ausiliari, emeriti della Diocesi, residenziali di altre Chiese locali, ma anche venuti da molto lontano come monsignor Cuter, arrivato dal Brasile. Accanto al cardinale Scola siedono , il ministro generale dei Cappuccini, Fra Mauro Johri e l’Arciprete del Duomo, monsignor Gianantonio Borgonovo

Non mancano le autorità civili: in prima fila, il governatore della Regione Maroni e i sindaci di alcuni paesi e città – Busto Arsizio, Cesano Boscone, Macherio, Lissone, per Varese c’è il vicesindaco Baroni e il prefetto Zanzi – cui sono legati per nascita o Ministero gli eletti che vengono presentati al Cardinale e per ciascuno dei quali viene letta la Lettera apostolica per la nomina episcopale firmata da papa Francesco.

Accanto a ognuno dei tre, sono i due presbiteri che “assistono”: per Agnesi don Romeo Maggioni e don Vittorio Comi; per Martinelli i confratelli, Giovanni Amisano e Luca Bianchi; per Tremolada monsignor Peppino Maffi, e don Franco Oliverio

A tutti, in un silenzio pieno di raccoglimento, si rivolge l’Arcivescovo: «Con questa scelta il Santo Padre Francesco intende sostenere la vita delle nostre comunità nel compito di percorrere tutte le vie dell’umano abitando, senza indugio, il campo del mondo», dice subito.

L’invito è a riflettere sulla figura stessa del Vescovo, “colui che regge e guida”, come recita la preghiera di Ordinazione. «Annunciare il Vangelo non è un vanto, ma una necessità che si impone specie – riflette Scola – in un tempo di movimentata transizione come il nostro in cui non è assente un sentimento religioso, tanto diffuso quanto generico, che finisce spesso per svigorire la forza vitale della fede, impedendole di proclamare, confessare, proporre l’imponenza di Dio nel quotidiano della vita degli uomini».

Insomma, in una realtà che fa fatica riconoscere la necessità di Cristo, è assolutamente fondamentale trasmettere la fede, continuare a credere in quel “Seguimi” che chiede il Signore, con un testimonianza libera di amore, a Pietro e, attraverso i secoli, a coloro che si inseriscono nella Successione Apostolica come a tutti i battezzati

«La storia della Chiesa e del Ministero ordinato è il riproporsi da millenni di questo dialogo tra due libertà, in cui misericordia e obbedienza, chiamata e sequela, si intrecciano efficacemente in continuazione. Il Signore ha voluto i Vescovi perché questo legane non si spezzi mai lungo la storia, in fedele obbedienza. Non c’è, infatti, soluzione di continuità tra quei Dodici e la nostra assemblea eucaristica che fa ora corona ai nuovi Vescovi».

La Successione apostolica stessa può essere, infatti, considerata un mezzo privilegiato per comprendere cosa sia la Chiesa, « in forza del perpetuarsi, lungo la storia, della catena dei Vescovi come successori degli apostoli, tutto il popolo di Dio continua ad essere convocato, alimentato e guidato dallo stesso Buon Pastore».

Da qui, il compito che il Cardinale ricorda ai tre nuovi Vescovi: «Siete inviati per infondere speranza in un tempo pieno di fatica a tutti gli uomini e le donne. Pascete le pecore, amate incondizionatamente la Chiesa di Dio e la Chiesa ambrosiana, amate le donne e gli uomini delle terre milanesi e ne sarete riamati. E questo per annunciare Gesù come Vangelo dell’umano. Si dischiude così l’orizzonte che abbiamo voluto indicare per il cammino della nostra Chiesa. Il vostro ministero sarà tutto in funzione di questa ansia santa della Chiesa ambrosiana che vuole proporre a tutti Gesù, luce delle genti».

Poi, gli impegni degli eletti: il “Sì lo voglio”, le Litanie, l’imposizione delle mani da parte di tutti i Vescovi, il porre il libro dei Vangeli aperto sul capo dei neo eletti, l’unzione crismale, la consegna dl Vangelo, dell’Anello, della Mitra e del Pastorale. Un lungo applauso accompagna la conclusione della Liturgia dell’Ordinazione e lo scambio della pace.

Infine – dopo aver attraversano benedicenti la Navata maggiore della Cattedrale con i con consacranti – i tre Ausiliari prendono brevemente la parola per ingraziare e dare voce alla loro emozione, ma anche al senso di una responsabilità che inizia da oggi.

«In questi giorni più volte ho considerato la mia vocazione a essere sempre un “vice”», spiega monsignor Agnesi, «lo sono stato come Assistente dell’A.C. come ultimo Pro vicario generale della Diocesi nel secolo e nel millennio scorsi, anche come parroco, perché a Cesano Boscone e a Busto Arsizio le parrocchie sono dedicate a San Giovanni Battista e più vice di lui non si può. È bello essere vice, assistente, vicario e ausiliare. È bello collaborare e condividere, stringere legami e alleanze. Vivendo così e collaborando con Gesù, cresce in noi il desiderio di strare in comunità e di ritrovarci tutti in paradiso. Rispondendo la mia vocazione a essere “vice”, voglio ripeterle, Eminenza, che sono contento di essere vicario e ausiliare».

Martinelli, che apre il suo discorso con il tradizionale saluto francescano “Pace e bene a tutti”, sottolinea il suo grazie per tante e diverse esperienze maturate nella vita di sacerdote, da ragazzo cresciuto a Milano nelle popolose parrocchie di Santa Maria di Lourdes e della Trinità, per l’incontro con don Giussani e per la passione per il carisma di san Francesco «in cui ho visto risplendere l’umiltà amorosa di Dio», per gli studi e gli impegni romani.

Il pensiero è anche per monsignor Padovese, ucciso in Anatolia quattro anni fa - «amico, Vescovo e confratello», di cui infatti Martinelli porta tra le mani il Pastorale - e per la Fondazione “Sacra Famiglia”, «un’esperienza indimenticabile con i disabili che mi hanno fatto vedere il volto della perfetta letizia di cui parla Francesco».

«Che il Signore non scelga in base ai meriti, lo so guardando a me stesso», osserva mons. Tremolada. «Oggi la mia vita prende una forma nuova: entrare nella Successione apostolica è un dono che lascia senza parole e ciò che chiedo è di corrisponderlo con tutte le mie forze. Vorrei essere per sempre e solo un umile testimone della Parola di Dio. Abbiamo tutti bisogno oggi di maggiore speranza, di gioia e di bellezza: mi piacerebbe che il mio Ministero fosse a totale servizio di questa speranza nella Chiesa e con la Chiesa, specie per i più giovani».

E prima di un nuovo prolungatissimo applauso che accompagna la processione conclusiva, è il cardinal Scola che ricorda: «Diciamo il nostrio grazie pieno di commozione per questo gesto che genera gioia e senza gioia non si può vivere. Il dono che il Santo Padre ci ha fatto è certamente un riconoscimento prestigioso della qualità del nostro Clero. Molti, tra i sacerdoti ambrosiani, sarebbero degni dell’Episcopato e quindi tutto il presbiterio gioisce oggi di questi tre Vescovi nostri collaboratori della fede. Sono grato alle autorità civili che hanno voluto essere qui, non come segno di tradizioni del passato, ma con un gesto che leggo come una grande speranza del futuro, segno che indica la valorizzazione di ogni soggetto presente nella società di oggi, tra cui centrale è la realtà ecclesiale».

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11 dicembre 2014

6/12/2013

Scola: «Un nuovo umanesimo per salvare il mondo»

Nel discorso alla città per Sant'Ambrogio l'arcivescovo di Milano parla di Expo 2015: la fame, l'ecologia, la regolamentazione dei mercati finanziari

ANDREA TORNIELLI

MILANO

«Solo il riferimento all’uomo» permette di non «cadere in opposti estremismi nella considerazione dell’ambiente», evitando sia la logica «predatoria» nello sfruttamento delle risorse, sia la «sacralizzazione» dell'ambiente stesso che finisce per considerare gli esseri umani una minaccia per l'ecologia. E la grande «tragedia della fame» nel mondo non si risolve con la «tecnocrazia», con le radicali ricette dei super-esperti, ma soltanto riscoprendosi famiglia umana.

Sono alcuni degli spunti presenti nell'articolato discorso alla città pronunciato – com'è ormai tradizione – dall'arcivescovo di Milano alla vigilia della festa di Sant'Ambrogio. Quest'anno il cardinale Angelo Scola ha incentrato il suo intervento sul tema dell'Expo 2015, «Nutrire il pianeta. Energia per la vita». Tutte parole che riconducono all’uomo. «Solo il riferimento all’uomo – spiega Scola – consente una riflessione che eviti di cadere in opposti estremismi nella considerazione dell’ambiente».

L'arcivescovo critica sia la «logica “predatoria” o di sfruttamento» nei confronti dell'ambiente, ancora diffusa; sia dall’altra parte, «quella che ne propugna una sorta di “sacralizzazione” che, alla fine, rivendica pari diritti per ogni forma di vita» considerando l'uomo stesso al pari di qualsiasi altro animale: una posizione quest'ultima, riscontrabile in certo ecologismo. Il superamento di queste due posizioni antitetiche in una nuova sintesi che parta dalla centralità dell'uomo, alla sua responsabilità di custode del creato affidatogli da Dio, «consente di pensare un rapporto con il pianeta responsabile e capace di cura», ma «domanda un deciso cambio di rotta in campo economico e tecnologico».

È quell'«ecologia dell'uomo» di cui ha parlato Benedetto XVI e della quale ora parla Francesco, ricordando l'importanza di «avere rispetto per ogni creatura di Dio e per l’ambiente in cui viviamo. È il custodire la gente, l’aver cura di tutti, di ogni persona, con amore, specialmente dei bambini, dei vecchi, di coloro che sono più fragili e che spesso sono nella periferia del nostro cuore».

Scola passa quindi in rassegna «alcune questioni ecologiche globali di grande attualità», a partire dalla «tragedia della fame, cui si lega il problema dell’alimentazione, dell’acqua e dell’aria, al degrado ambientale e alla questione energetica». Legandole alla gestione dei sistemi economico-finanziari e alla politica internazionale, per arrivare alla richiesta di «nuovi stili di vita del singolo e della comunità».

Il cardinale critica «il prevalere della tecnocrazia», l’affidarsi «soprattutto ad una classe dirigente di persone altamente specializzate» – nei vari settori della scienza, della tecnica e, più in generale, della vita economica e sociale, a livello nazionale e internazionale – che conduce spesso «a semplificare la realtà e costringe a soluzioni che, per funzionare, esigerebbero non solo decisioni politiche ad altissimo livello, ma la loro effettiva attuazione da parte di tutti gli Stati». Magari oscillando, in «letture tecno-scientifiche “estreme”», tra chi «minimizza i rischi e chi paventa catastrofi».

Trattando la «tragedia della fame», Scola, citando un memorandum FAO, ricorda come «siamo ancora in tempo per cambiare le cose, anche se la situazione è molto seria». La battaglia contro la fame può ancora essere vinta, ma per farlo occorre un rilancio del settore agricolo e rurale e un sostegno concreto ai due miliardi di piccoli agricoltori» della terra. Il cardinale ricorda che «la crescita economica è sì necessaria, ma non sufficiente a contrastare fame e malnutrizione», per eliminare le quali serve «un forte impegno in più direzioni per promuovere le opportunità dei poveri sia in senso materiale, sia per quanto attiene ai servizi sociali, ma anche alla qualità della direzione (governance) dei processi, al rispetto dei principi dello stato di diritto (rule of law) e della dignità umana, con particolare riferimento al ruolo della donna e della famiglia».

Insomma, ancora una volta è centrale il fattore uomo e l'uomo che si percepisce in relazione con gli altri. Per questo «le buone politiche perché ciascuno abbia accesso al pane quotidiano non possono limitarsi ad una distribuzione più equa ma anonima degli alimenti, slegata dal contesto comunitario in cui la persona bisognosa di aiuti alimentari vive». Non basta la distribuzione di aiuti alimentari, che può portare a disincentivare «la produzione ed è una causa non trascurabile dell’inurbamento delle popolazioni rurali». Le forme di aiuto più efficaci, nei Paesi dove si soffre la fame, «sono legate alla presenza reale sul territorio, all’ascolto dei bisogni, all’individuazione di modalità che emancipino l’“assistito” e lo rendano protagonista della sua autonoma capacità di sostenersi con la propria famiglia e la propria comunità di riferimento».

L'arcivescovo di Milano critica anche «l’asservimento alla logica finanziaria dei prezzi dei prodotti alimentari ed energetici», così dannoso per i più poveri, che è connesso «al più ampio tema della finanziarizzazione dell’intera economia, in un mondo dove il rapporto medio globale fra l’indebitamento e il capitale a disposizione è aumentato vertiginosamente». Questa «finanziarizzazione esasperata» rappresenta «la causa prossima, tecnica, della crisi finanziaria iniziata nel 2007 e dalla quale si stenta ad uscire. Tuttavia, la finanziarizzazione si è potuta sviluppare perché è stata tollerata o addirittura facilitata in un contesto culturale che favoriva una diffusa deregolamentazione delle operazioni finanziarie».

Infine, Scola accenna all'utile cerniera «tra il livello globale e quello personale e delle comunità intermedie» che è rappresentata da quelle politiche – normalmente regionali o nazionali – tese ad incidere sulle decisioni quotidiane. «È innegabile però che l’elemento determinante di tali decisioni dipende dalla persona, dai suoi valori di riferimento, dal suo stile di vita. Insomma, nutrire il pianeta, energia per la vita è essenzialmente una questione di educazione». Nessun cambiamento, neppure quello degli stili di vita, «si verifica solo sotto il ricatto della paura, neanche di quella della morte del pianeta».

L'unica ragione adeguata per proporre nuovi stili di vita sta nel fatto che questo «corrisponde all’esperienza comune a tutti gli uomini e a tutte le donne, cioè che è capace di soddisfare non solo i suoi bisogni, ma il suo desiderio costitutivo». Attuare nuovi stili di vita significa «perseguire simultaneamente la verità della propria persona, dei suoi rapporti primari, del bene comune a tutta la società civile». Infatti, «non si è uomini compiuti se si lavora per la sostenibilità, per il bilancio di giustizia, per le banche etiche, per il bilancio sociale delle imprese e dei comuni e non si protegge, nello stesso tempo, la vita più debole e più indifesa o non si promuovono i corpi intermedi – autentiche ricchezze della società civile – a cominciare dalla famiglia


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