INTRODUZIONE A 'QUESTA PAGINA'

 Ho avuto modo nella pagina precedente di entrare nel pensiero di questa filosofa e mistica, martire e testimone della fede in Cristo e dell'amore per il suo popolo, l'ebreo. Mi sono fermato però  nello studio delle sue opere anche se mi sono ulteriormente documentato. Ho in biblioteca infatti tre suoi testi pubblicati da Città nuova: "Dalla vita di una famiglia ebrea e altri scritti autobiografici". Ho fatto una lunga ricerca senza mai riuscire ad averl.o Finalmente il Dottor Guido Benigni un giorno me lo portò sapendo che mi interessava. Lo ringrazio. Questo scritto è del 2007. Poi 'La donna. Questioni e riflessioni' del 2010. Infine 'La donna' . ll suo compito secondo la natura e la grazia" del 2012. Mi riprometto di leggerli e se mai anche di esprimere il mio pensiero su quanto Edith ha detto in questi testi. Intanto però in questi giorni d'inizio marzo si è tenuto un Convegno internazionale su Edith Stein. Si tratta di una iniziativa dfella Ponificia Università Lateranense. du: "Edith Stein e'l'antropologia filosofica". Un commento su questo evento è stato pubblicato da 'Radio Vaticana'  che riporto.

Convegno internazionale su Edith Stein:

 la riflessione di Angela Ales Bello



 

 

 

 

 

 

 

 

 

Approfondire il pensiero filosofico di Santa Teresa Benedetta della Croce, al secolo Edith Stein, morta ad Auschwitz sotto il nazismo. Questo l’obiettivo del Convegno internazionale “Edith Stein e l’antropologia filosofica”, svoltosi alla Pontificia Università Lateranense. Antonella Pilia ne ha parlato con la prof.ssa Angela Ales Bello, direttore dell’Area internazionale di ricerca “Edith Stein nella filosofia contemporanea” della Lateranense:

R. - Noi abbiamo istituito presso l’Università lateranense un’area di ricerca dedicata a Edith Stein e abbiamo iniziato questa attività cercando di analizzare come questa pensatrice tedesca affronti la questione dell’essere umano, cioè chi è l’essere umano, chi siamo noi. E quindi antropologia filosofica vuol dire proprio questo: una riflessione teorica sulla base dei numerosi scritti che la Stein ci lascia su questo argomento.

D. - Qual è l'elemento più originale del pensiero di Edith Stein?

R. – La proposta della Stein si inserisce in una filosofia contemporanea chiamata fenomenologia, che vuol dire l’analisi del fenomeno essere umano, cioè dell’essere umano così come si presenta sia nella nostra persona che nell’incontro con gli altri. Da questo punto di vista si sottolinea una complessità dell’essere umano, cioè il fatto che non è soltanto un corpo ma ha anche una dimensione psichica e una dimensione spirituale. Questa tripartizione è molto importante, soprattutto nel mondo contemporaneo, perché significa che non ci si può ridurre soltanto ad un aspetto - quindi spesso la corporeità o soltanto la psiche - ma si sottolinea la presenza di tutte e tre le dimensioni, compresa quella spirituale, per costituire effettivamente una persona.

D. - Voi avete sottolineato che, nel suo pensiero, Edith Stein è riuscita a coniugare la filosofia passata con quella contemporanea…

R. - Ecco, la Stein si è resa conto che l’interpretazione della persona, sulla quale noi ci siamo soffermati in questo convegno, ha radici lontane, soprattutto nella filosofia dell’età medievale, quindi nei pensatori come Sant’Agostino e San Tommaso, i quali avevano sottolineato l’aspetto spirituale, l’anima dell’essere umano. Inoltre, si era resa conto che anche la corrente fenomenologica alla quale lei apparteneva aveva indicato questa dimensione. Allora, lei crede che sia possibile questo incontro fra passato e presente, anzi, in questo consiste la sua originalità nel contesto filosofico contemporaneo: non aver rinnegato il passato e non essere rimasta al passato, come spesso succede.

D. – Possiamo dire che Edith Stein rappresenti un modello per il mondo universitario, grazie al suo impegno nella ricerca scientifica unito a una forte testimonianza di fede...

R. – Certo. Anche se la sua preparazione scientifica non era propriamente da scienziata, tuttavia Edith Stein è molto sensibile alla scienza del suo tempo e a tutti gli studi sull’organismo, per esempio, che erano stati fatti alla sua epoca e ci aiuta in questa direzione anche a trovare completamenti e a rispondere a sollecitazioni che spesso sono soltanto riduttive.

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Su questo evento ha scritto anche 'Avvenire', presentando il Convegno Internazionale che si è appena concluso alla Università Lateranense. In questo articolo del quotidiano cattolico viene  sviluppata  un'interessante riflessione sul rapporto tra la grande Edith e il folosofo Heidegger. Ecco l'articolo. Ne parleremo a suo tempo.

Heidegger-Stein, la gioia contro l’angoscia

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Il convegno / L’Antropologia filosofica di Edith
Si apre giovedì 6 marzo alla Lateranense, con un saluto del rettore, il vescovo Enrico dal Covolo, il convegno internazionale sulla antropologia filosofica di Edith Stein. Introdurrà il prorettore Patrick Valdrini, che presiederà la prima sezione nella quale Angela Ales Bello tratterà delle "radici husserliane dell’antropologia filosofica della Stein". Hanna Barbara Gerl Falkovitz, rintraccerà la concezione dell’esistenza come dono nell’opera di Santa Teresa Benedetta della Croce. Venerdì Hans Reiner Sepp (Università di Praga) terrà una relazione sul tema della persona, e Jean-François Lavigne (Nizza) sull’intenzionalità e l’essenza dello spirito. Nel pomeriggio Antonio Calcagno, (University College di Londra) analizzerà l’evoluzione del concetto di comunità nell’opera della Stein, e Daniela Verducci (Macerata) la metterà a confronto con quella di Max Scheler. Presiederanno rispettivamente le 3 sezioni del 7 marzo: Ulrich Dobhan Ocd, direttore dell’Edith Stein Jahrbuch, Gianfranco Basti, decano di filosofia della Pul, Jacinta Turolo Garcia Ascj (San Paolo in Brasile), e Luisa Avitabile (Cassino). Concluderà i lavori la Ales Bello. Il convegno corona una serie di lezioni tenute da Ales Bello, Nicoletta Ghigi, Anna Maria Pezzella.

Gioia versus angoscia. Chi volesse semplificare al massimo il confronto tra Edith Stein e Martin Heidegger potrebbe trovare in questa opposizione un’immagine efficace della diversità del loro pensiero. Una rappresentazione che stride evidentemente con la conclusione tragica della vita terrena di santa Teresa Benedetta della Croce e il successo incontrastato (incontrastato perfino dal dibattito sulla qualità e l’importanza del suo coinvolgimento nel nazismo) di cui il filosofo della Foresta Nera ha goduto e sembra godere anche in università e circoli culturali cattolici.

Purtroppo poco meditata e studiata è l’intensa interlocuzione filosofica che la fenomenologa di origine ebraica ha intrattenuto con l’autore di Essere e tempo: grande attenzione al suo pensiero, concordanze, ma soprattutto lucidissima critica. La Stein, tra l’altro, rimprovera a Heidegger di mitizzare il nulla [mythologische Redeweise] «come se si parlasse di una persona da aiutare una a ottenere una volta per tutte un diritto negato da sempre».

E ancora gli imputa di aver concepito la temporalità e la finitezza dell’uomo come «catenaccio», per una sorta di suo «risentimento» anticristiano [antichristlicher Affekt], motivato forse dalla volontà di cancellare la fede che aveva ereditato.

Oltremodo opportuno, dunque, per approfondire questi e altri attualissimi temi, il convegno che prende l’avvio domani a Roma, alla Lateranense, sull’antropologia filosofica di Edith Stein, con la partecipazione di esperti di primo piano a livello mondiale. Ad aprire e concludere il convegno sarà Angela Ales Bello, iniziatrice e guida in Italia degli studi sulla santa filosofa, e ora direttrice dell’Area internazionale di Ricerca Edith Stein nella filosofia contemporanea, attivata da un anno dalla Lateranense. Proprio in tema di rapporti con Heidegger, la relazione di Hanna Barbara Gerl-Falkovitz, illustrerà come la filosofia della Stein non abbia nulla da invidiare alla suggestiva meditazione di Jean Luc Marion sul "dono".

Proprio un’analisi fenomenologica dell’essere umano, nella sua finitezza e nella sua temporalità, invece, come argomenta la studiosa tedesca, consente alla Stein di elevare il pensiero a un Essere Eterno. «Questa apertura della riflessione – osserva la Gerl – porta la Stein oltre il pensiero dell’essere di Tommaso, oltre quello dell’Io di Hussserl a quello di Agostino sulla relazione: in essa si rivela il carattere di dono dell’esistenza, e in risposta, l’abbandono a una Persona Eterna e l’accoglienza attraverso una Persona eterna».
Si apre così una "breccia" nell’ontologia: dal concetto di essere a quello più ricco di Persona. Pur nella finitezza umana, conclude la docente della Hochschule filosofico-teologica dell’Austria citando la Stein, «il conoscere amare e servire, e la santa gioia nel conoscere, amare e servire, è al contempo un ricevere e accettare, è libero dono di sé a questa vita donata».

È in gioco dunque una visione antropologica, tema oggi quanto mai strategico nella salvaguardia dell’umano e delle sue istituzioni fondamentali, come il matrimonio e la famiglia. Su questo terreno, significativamente, può essere individuato uno spartiacque tra Edmund Husserl e la Stein, da una parte; e Heidegger, dall’altra, come dimostrano gli studi della Ales Bello. Seppur l’iniziatore della fenomenologia e il suo assistente si scambino reciprocamente accuse di "antropologismo" ricorda la fenomenologa italiana, di fatto Husserl si colloca nel solco della antropologia di San Paolo: l’uomo è corpo, anima e spirito. «Una concezione assolutamente insufficiente», replicherà Heidegger, bocciando tutto l’orientamento dell’antropologia greco-cristiana, che ha coniugato la definizione dell’essere umano come animale razionale con l’essere e l’essenza di ordine teologico.
 
«È stata comunque la Stein – sottolinea la ex decana di filosofia della Lateranense – a contribuire in modo determinante alla nascita della antropologia filosofica, ancora sconosciuta negli anni ’30, e a conferire alla disciplina questo nome». La fenomenologa che Giovanni Paolo II volle patrona d’Europa, supera, integrandola, l’antropologia concepita come scienza della natura, e studia l’essere umano in quanto essere spirituale. «Non basta perciò – aggiunge la Ales Bello –, riferirsi alle cosiddette scienze dello spirito, ad esempio la storia, il diritto, le quali non sono altro che prodotti dell’attività spirituale, ma è necessario esaminare che cosa sia lo spirito, all’interno della complessa stratificazione dell’essere umano».

Non a caso nelle prime pagine della Struttura della persona umana, testo preso in esame nel primo anno di vita dell’area internazionale di ricerca sulla Stein, la filosofa avverte che è impossibile fare opera pedagogica se l’uomo è concepito solo come «un essere gettato di fronte al nulla» (Heidegger) o come un fascio di istinti (psicologia del profondo). «Ci si deve domandare che senso possa avere una chiamata a una esistenza che viene dal nulla e va verso il nulla», osserva la Stein, avversando l’idea che un educatore possa farsi difensore di questa chiamata presso i giovani. Osservazioni probabilmente dettate anche dal clima che stava montando in Germania in quei giorni. Una ragione in più, per la Stein, per fondare l’azione educativa sulla metafisica cristiana. Un altro terreno di contrasto con Heidegger, che liquidava una filosofia che assumesse una tale qualifica come «ferro ligneo».

Pier Luigi Fornari

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So di essere in ritardo. Ma questa intervista l'avevo inserita in una cartella particolare in attesa di poterla pubblicare. Ancora una volta ci è possibile comprendere quale influenza abbia avuto il pensiero di Edith non solo ai suoi tempi, anche se in condizioni culturali e politiche pesante e contrarie, ma anche dopo sopratututto su pensatori attenti ai problemi veri dell'umano. Ecco l'articolo.

Sono diventata credente studiando filosofia

Intervista a Hanna-Barbara Gerl-Falkovitz, presidente dell'Istituto europeo di filosofia e religione a

Heiligenkreuz

di Cristiana Dobner - L'Osservatore Romano 27 settembre 2012

 

Per meglio comprendere il tracciato delle sue risposte in questa conversazione culturale e teologica, bisognerà conoscere il suo volto di studiosa. In apertura una domanda diretta: gli interessi della sua vita professionale hanno conosciuto alcuni nuclei precisi, vuole delinearli?

Quando avevo dieci anni una lettura mi colpì per la sua bellezza linguistica e l'insolita religiosità; l'autore sconosciuto si chiamava Agostino. Poi venne Aristotele (attraverso Josef Pieper e trasmesso da Tommaso d'Aquino); nell'idealismo tedesco Hegel, infine Kierkegaard (Timore e tremore); nel XX secolo Romano Guardini, Edith Stein, Simone Weil, Michel Henry e anche Emmanuel Lévinas. Nella filosofia rinascimentale con Cusano mi fu chiaro che la grande filosofia si nutriva normalmente di un potenziale religioso. La stessa critica della religione di Nietzsche si lasciava leggere come «mistica negativa» (Henri de Lubac). Da un punto di vista fenomenologico Dio era da trovarsi indirettamente nel «mondo del fenomeno»; qui incontrai Romano Guardini ed Edith Stein. Entrambi furono miei maestri postumi. Il cuore del mio lavoro è il XIX e il XX secolo perché vi si concentra un grande lascito: la filosofia della religione.

All'interno del grande movimento culturale mondiale del secolo passato e di questo odierno, che ha dato e non ha dato spazio e libertà di pensiero alle donne, come considera lo studio della teologia? Perché approfondire un simile campo di pensiero e di fede riflessa?

All'inizio del Novecento in Germania le università si aprirono alle donne che incominciarono a studiare intensivamente, soprattutto fenomenologia. Husserl quasi non parlò di Dio, ma molti dei suoi allievi si convertirono al cristianesimo. Egli aveva molte donne nel seminario, fra cui Edith Stein e Hedwig Conrad-Martius. Anche l'esistenzialismo francese arruolò molte donne, quali le opposte “Simone”: Weil e de Beauvoir. Per la teologia l'apertura universitaria femminile iniziò più tardi, in Germania verso il 1950. Non bisogna però scordare una teologa laica, Ida Friederike Görres, la significativa rinnovatrice dell'agiografia (con un libro straordinario sulla piccola Teresa nel 1943). Lo studio della teologia per le donne però era difficile -- come avveniva in filosofia -- perché non esisteva nessuna professione aperta alle donne in questo ambito. Oggi esiste la possibilità di fare le assistenti pastorali, le manager di direzione nell'arcivescovado, le docenti universitarie.

Una donna, per di più monaca, verrà da Papa Benedetto XVI dichiarata Dottore della Chiesa. Ci troviamo dinanzi a un “pescaggio” in tempi remoti oppure all'acquisizione di una nuova consapevolezza da parte della Chiesa del genio femminile della monaca Ildegarda di Bingen?

La grande benedettina del XII secolo ha trovato sorprendentemente fra di noi ampia eco, grazie alla «medicina verde alternativa di Ildegarda». Molti si stupiscono per l'amica della natura, la poetessa, la musicista. Il nocciolo centrale di Ildegarda è altro: «la lieta scienza» (laeta scientia) di una teologia della creazione fondata biblicamente e monasticamente. Dio ha immesso tutte le creature nella rete dell'amicizia, soprattutto nell'amicizia con l'uomo (il melo in primavera inclina i rami, affinché le sue mele possano essere colte più facilmente). Il significato biblico-antropocentrico della creazione risiede nella persona creata per sanare la caduta dell'«angelo nero», ma che sente se stessa e tutto il mondo trascinata nella caduta. Quindi la creazione caduta attende anche il ritorno, la conversione che viene con il Figlio dell'Uomo. Ildegarda mette sulla bocca di Cristo, il Medico, queste parole: «Mostrami le ferite del tuo cuore. Io soffrirò nelle tue ferite con te, e così sarai in comunione con il Padre». In questa lingua forte il Vangelo acquista nuova risonanza, nuova forza di salvezza. Perciò Ildegarda rappresenta una teologia del corpo senza dualismo manicheo: quanto guarisce all'interno, si mostra anche all'esterno con salute, forza, bellezza. Da abbadessa dava grande importanza a una postura eretta, a vesti liturgiche belle, alla lieta irradiazione delle sue sorelle. Come molte mistiche conobbe un linguaggio erotico: «Così Lo conosce la persona (…) con l'occhio della fede e Lo bacia con il bacio della scienza». Ildegarda è una grande visionaria della creazione, nella sua forza originaria, prima spezzata, poi liberata. Perciò è legata profondamente a Francesco d'Assisi come una “sorella maggiore”. Capace di cantare lo Spirito Santo, che penetra tutta la creazione fino all'ultima fibra: «O Spirito di fuoco, lode a te! Il cuore dell'uomo si infiamma di te».

Quando ha fatto capolino in lei la coscienza di essere una donna ricercatrice? Si è trovata dinnanzi a un muro di personaggi colti ma pur sempre (o quasi sempre) solo uomini oppure ha incontrato donne mosse dal suo stesso intento?

Fin dall'inizio lo studio della filosofia a Monaco mi ha entusiasmato. Naturalmente nei seminari gli studenti erano in maggioranza, ma noi donne non eravamo penalizzate. Non c'era nessuna docente, tranne una filosofa russa emigrata, che si oppose, criticamente e coraggiosamente, alla rivoluzione del Sessantotto. Conobbi attraverso le letture molte donne significative, dalla cristianità antica al rinascimento italiano e tedesco, poi nel romanticismo (anche nella letteratura) e ne fui plasmata. Nel XX secolo furono soprattutto Edith Stein, Ida Friederike Görres e Simone Weil. Mi sono occupata obiettivamente di teologia femminista fin dagli anni Settanta, soprattutto di storia delle donne e dell'«immagine» maschile di Dio. Quando l'ideologia si indirizzò verso la «liturgia delle donne» e la costruzione arbitraria di un preteso «matriarcato», divenni critica: una serie di ideali suonavano irreali e piuttosto zoppi. Considerai criticamente anche Simone de Beauvoir con la sua proposta di mascolinizzazione della donna e, soprattutto, l'ideologia del gender, che ha degradato il corpo alla corporeità neutrale. Ildegarda di Bingen già aveva considerato il corpo con molta serietà. Si può apprendere dalla storia delle donne cristiane molto di buono su questo argomento, ora dimenticato.

 

La cultura comporta conoscenze, riflessioni. Il rapporto fede e ragione come è stato da lei vissuto e sviluppato?

Adolescente ho fatto parte di un gruppo giovanile cristiano (oggi purtroppo questo quasi non avviene più). Lì abbiamo potuto esprimere la nostra critica alla Chiesa, manifestare la nostra saccenteria ed essere guidati intelligentemente da una giovane teologa a una riflessione più profonda. Queste discussioni aperte, ma anche le sante messe, sono state importanti per il mio ancoraggio nella fede. La riflessione filosofica mi ha illuminata e ha rafforzato molte proposizioni della fede non chiare: sono diventata veramente credente studiando filosofia. Perciò oggi insegno anche fenomenologia, perché so che conduce a verità profonde con l'«apprendere a guardare». Si deve cambiare solo lo sguardo, allora si vedono le Verità di Cristo. Già nella patristica è stato detto: «Tutte le luci della terra di Grecia brillano per il sole che si chiama Cristo».

Fra i suoi maestri e amici, Joseph Ratzinger quale ruolo ha giocato?

Purtroppo non ho conosciuto Joseph Ratzinger durante i miei studi, ma solo nel 1976. Il suo pensiero però mi ha sempre toccato, oggi più fortemente di prima. Perché suona così propagandistico difendere l'“ecumenismo della ragione” di un Papa? Il suo cantico dei cantici del Logos penetra nel Cortile dei gentili e sollecita un dialogo che conduce fuori dalla vacuità di senso postmoderna. Con Joseph Ratzinger il Logos cristiano si desta a una vita inattesa. Questo “salva” non solo l'antica e primitiva Chiesa nel presente, ma la salva anche dallo scrollarsi dalle spalle la verità. Il Papa parla da una religiosità del pensiero: la conversione alla realtà.

 

 

Professoressa di filosofia presso l'Istituto Superiore pedagogico di Weingarten dal 1989 al 1992, Hanna-Barbara Gerl-Falkovitz ha ricevuto la laurea honoris causa dall'Istituto Superiore teologico-filosofico di Vallendar (1996). Dal 1993 al 2011 ha retto la cattedra, appena istituita, di filosofia della religione e scienza religiosa comparata all'Università tecnica di Dresda. Dal 2011 presiede l'Istituto Europeo di filosofia e di religione (anch'esso neo-istituito), presso l'Istituto Superiore filosofico-teologico Benedetto XVI, a Heiligenkreuz (Vienna).

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2 giugno 2014

 'Ricercando' su Edith Stein mi sono imbattuto in questo stpendo articolo di Sicari. Non mi permetto di dire qualcosa di mio dopo averlo letto. Solo posso dire  che l'esperienza umana e cristiana di questa donna, ora santa e patrona dell'Europa non finisce mai di stupire. Il suo fascino nella mia vita personale , datato dagli anni dei miei studi in seminario,  mi conduce a vivere un quotidiano segnato dal suo pensiero e dalla sua testimonnza radicale. Ecco il testo dell'articolo di Sicari. Non ricordo dove l'ho preso.ringrazio l'autore e il sito che ha pubblicato il suo pensiero su Edith.

 

Santa Teresa Benedetta della Croce (Edith Stein)

La conversione segnò tra Edith e la madre ebrea una profonda lacerazione, che doveva ulteriormente e misteriosamente superarsi quando Edith scelse l'ingresso al monastero carmelitano. Edith Stein, Teresa Benedetta della Croce, unirà il suo sacrificio a quello di Cristo, in una camera a gas di Auschwitz nel 1942.

 
 
 
 

Santa Teresa Benedetta della Croce(Edith Stein)

(2 ottobre 1891 - 9 agosto 1942)

Edith nasce a Breslavia (allora in Germania, attualmente è la città polacca di Wroclaw) nel 1891, undicesima e ultima figlia di una coppia di sposi ebrei. Rimane orfana di padre a due anni e la numerosa famiglia viene guidata con saggezza e forza dalla madre, una donna profondamente religiosa e tenacemente attaccata alla propria tradizione ebraica. Edith è però una bambina indipendente e di intelligenza particolarmente vivace. Verso i quindici anni abbandona la fede in cui è stata educata, perché non le riesce di credere all’esistenza di Dio. Mentre tutta la sua adolescenza si protende nel culto verso la verità (intesa come sviluppo della conoscenza) e verso la difesa della dignità della donna. Frequenta dunque l’università - caso abbastanza raro per le ragazze del suo tempo - tanto che nel 1910 è l’unica donna che si iscrive alla facoltà di filosofia della sua città. Si trasferisce a Gottinga, vera «città universitaria», dove fa il primo incontro determinante della sua vita, quello con il filosofo Edmund Husserl, fondatore della fenomenologia.

Resta impressionata dalla onestà rigorosa del pensiero del maestro con lui si laurea, col massimo della lode, discutendo una tesi sul problema dell’Einfuhlung, termine che i filosofi italiani traducono con «empatia».

Husserl la stima talmente che la ritiene già pronta per una cattedra e, quando viene trasferito a Friburgo, la sceglie come sua assistente.

E’ lei che deve sistemare l’enorme produzione di manoscritti e appunti stenografati che il maestro le affida: deve decifrarli prima, e sistemarli poi, segnando ciò che deve essere riveduto o completato. In una lettera del 1917, Edith scrive: «L’ultima trovata del maestro è questa: innanzitutto devo restare con lui fino a quando mi sposo; poi posso sposare solo un uomo che diventi anche lui suo assistente, ed i bambini pure. Colmo della sventura!».

Merito di Husserl - che è molto esigente ed un po’ tirannico - è quello di educare i propri discepoli al suo celebre principio: «Zu den Sacken»: occorre aderire alle cose, aderire ai fenomeni cosi come si presentano. Ed è per questa intellettuale onestà che ella non può fare a meno d’essere toccata, interiormente segnata, anche da alcuni «fenomeni» particolari.

Alcuni più generici: uno studio interessante sul Pater noster in antico germanico; l’incontro con la personalità affascinante di Max Scheler, geniale ma disordinato neo-convertito; due anni di esperienza al fronte come crocerossina durante la prima guerra mondiale, ciò che la mette a contatto col mistero della sofferenza.

Sono tutti fatti che cominciano a farle scoprire il fenomeno religioso.

Possiamo comprendere il tipo di attenzione con cui ella normalmente vive, ascoltando lei stessa descrivere la sorpresa provata durante una visita - fatta per motivi esclusivamente artistici-a una chiesa cattolica: sorpresa, al vedere una donna del popolo entrare a pregare con la borsa della spesa sotto il braccio:«La cosa mi parve strana. Nelle sinagoghe e nelle chiese protestanti che avevo visitato si entra soltanto durante il servizio divino. Al vedere qui la gente entrare tra una occupazione e l’altra, quasi per una faccenda abituale o per una conversazione spontanea, rimasi colpita a tal punto che non mi riuscì più di dimenticare quella scena». 

Altri due episodi furono invece ancora più precisi e determinanti. A Gottinga aveva conosciuto un giovane docente, Adolf Reinach, braccio destro di Husserl per i contatti con gli studenti, che l’aveva molto impressionata per la bontà, la finezza, il gusto artistico che si riflettevano perfino nella sua abitazione. Edith era diventata amica di famiglia, ma nel 1917 l’amico era stato ucciso combattendo nelle Fiandre. La giovane vedova allora chiese a Edith di aiutarla a classificare gli scritti filosofici del defunto, in vista di una pubblicazione postuma. Costei provò un estremo disagio al pensiero di dover tornare in quella casa che aveva conosciuto piena di bellezza e di  felicità, convinta che l’avrebbe trovata sprofondata nel lutto e nella disperazione. Trovò invece l’atmosfera di un’indicibile pace e vide l’amica con il volto segnato dal dolore, ma come trasfigurato.

Udì da lei il racconto del battesimo che i due coniugi avevano ricevuto pochi mesi prima quando, ambedue, si erano decisi ad entrare nella chiesa protestante - pur sentendosi attratti dal cattolicesimo - per una sorta di impulso interiore a far presto: «Non ha importanza, non pensiamo al futuro; una volta entrati nella comunione con Cristo ci condurrà Lui dove vuole! Entriamo nella Chiesa, non posso più aspettare!» (La signora Reinach, in seguito, diverrà infatti cattolica).

Edith ascoltava quel racconto d’amore e osservava quella pace: «Fu quello il mio primo incontro con la Croce, con quella forza divina che la Croce dà a coloro che la portano. Per la prima volta mi apparve visibilmente la Chiesa, nata dalla passione di Cristo e vittoriosa sulla morte. In quel momento stesso la mia incredulità cedette, il giudaismo impallidì ai miei occhi, mentre si levava nel mio cuore la luce di Cristo. E’ questa la ragione per cui, nel prendere l’abito di Carmelitana, ho voluto aggiungere al mio nome quello della Croce». 

Per quattro anni questo «fatto» o «fenomeno» lavorò nella sua coscienza finché venne portato alla massima chiarezza e consapevolezza da un altro e più determinante episodio.

Durante l’estate del 1921 Edith fu ospite, per un periodo piuttosto lungo, presso un’altra coppia di amici, convertiti anch’essi al protestantesimo. Una sera che i due sposi dovettero assentarsi, le lasciarono la propria biblioteca a disposizione.

Ecco il racconto di ciò che accadde: «Senza scegliere, presi il primo libro che mi capitò tra mano. Era il volume che portava il titolo: Vita di Santa Teresa d’Avila,scritta da lei stessa. Ne cominciai la lettura e ne rimasi talmente presa che non la interruppi finché non fui arrivata alla fine del libro. Quando lo chiusi dovetti confessare a me stessa: Questa è la verità!». 

Aveva trascorso nella lettura l’intera notte; al mattino andò in città a comprare un catechismo ed un messalino: li studiò a fondo e dopo qualche giorno si recò ad assistere alla prima Santa Messa della sua vita.

«Niente mi rimase oscuro – disse - compresi anche la più piccola cerimonia. Al termine raggiunsi il prete in sacrestia e dopo un breve colloquio gli chiesi il Battesimo. Egli mi guardò con molto stupore e mi rispose che una certa preparazione era necessaria per l’ammissione in seno alla Chiesa: ‘”a quinto tempo segue l’insegnamento della fede cattolica? - mi chiese - e chi la istruisce?”. Per tutta risposta riuscii a balbettare “La prego, reverendo Padre, mi interroghi”». Dopo un esame approfondito il prete riconobbe che non c’era nessuna verità della fede su cui ella non fosse istruita.

Il battesimo venne fissato per il capodanno del 1922 e, in quell’occasione, ella aggiunse al proprio nome quello di «Teresa». La conversione segnò una profonda lacerazione tra Edith e la madre che non riusciva a capire perché mai la figlia non fosse tornata al Dio dei suoi padri. Lacerazione che doveva ulteriormente e misteriosamente approfondirsi e superarsi quando Edith decise il proprio ingresso al monastero carmelitano di Colonia. Su questo rapporto tra madre e figlia, dovremo tornare.

Dal punto di vista interiore, per Edith Teresa Stain la vocazione al battesimo e quella al Carmelo coincisero con assoluta certezza, fin dal primo momento. Tuttavia il suo direttore spirituale le impedì di concretizzare subito quella vocazione claustrale, ritenendo che ella avesse un compito insostituibile da svolgere nel mondo.

I primi dieci anni dalla conversione li passò a fare la «maestra» nel senso più totale del termine, in un istituto di domenicane in cui «la signorina professoressa» si dedicava ad educare le ragazze che si preparavano alla maturità liceale, insegnando lingua e letteratura tedesca.

Conduceva una vita molto riservata, quasi monastica, e intanto studiava la tradizione filosofica cattolica (in particolare San Tommaso) con l’intento di paragonarla col pensiero fenomenologico. La sua traduzione e commento del De Veritate di San Tommaso fu considerata un’opera d’arte sia per la limpidità della traduzione, che cosi bene si adattava all’antica lingua del Santo Dottore, sia per la profondità delle annotazioni.

Intanto, ella comincia a rielaborare il suo proprio pensiero e a pubblicare saggi scientifici, anche se la sua nuova fede non le facilita certo la carriera universitaria. Dal 1928 al 1931 partecipa a numerosi congressi ed è chiamata a tener conferenze a Colonia, Friburgo, Basilea, Vienna, Salisburgo, Praga, Parigi. Finalmente, nel 1932, ottiene la libera docenza a Múnster nell’ «istituto superiore germanico di pedagogia scientifica». 

«Era - scrissero i suoi studenti - la docente che difendeva più di tutti senza compromessi il punto di vista cattolico... Superava tutti gli altri docenti per l’acutezza, l’intelligenza, per la vastità della cultura, per la forma perfetta dell’esposizione e per la fermezza dell’atteggiamento interiore». 

Non era ancora trascorso un anno dalla sua nomina, quando Hitler diventò cancelliere del Reich ed impose l’allontanamento degli ebrei da ogni pubblico impiego. Il 25 febbraio 1933 Edith tiene la sua ultima lezione. E’ l’anno santo della Redenzione e le notizie delle persecuzioni naziste contro gli ebrei cominciano a diffondersi. Ormai nulla più la trattiene nel mondo e le viene perciò concesso di entrare nel monastero carmelitano dove prende il nome di Teresa Benedetta della Croce.

In clausura vive umilmente, come tutte le altre suore che nulla sanno della sua fama né delle sue capacità, e la giudicano solo, benevolmente, dal suo notevole impaccio nei lavori manuali. I superiori religiosi tuttavia giudicano che le sue capacità debbano essere valorizzate e le chiedono di continuare - compatibilmente col nuovo stile di vita monastica e di preghiera - la sua attività scientifica.

Riscrive cosi interamente, rifondendola, la sua opera filosofica principale: più di mille e trecento pagine di cui giunge a correggere le bozze, ma poi l’editore rinuncia, per paura, alla pubblicazione. S’intitola: «Essere finito ed Essere eterno».

Nel 1938 poiché il razzismo infuria, si pensa di salvarla facendola trasferire nel monastero olandese di Echt, dove si reca assieme alla sorella Rosa che l’ha seguita nella conversione e attende anch’ella di entrare in convento.

Nel 1939 scoppia la seconda guerra mondiale. I superiori chiedono a Edith di scrivere un libro sul pensiero e l’esperienza di S. Giovanni della Croce, di cui si sta per celebrare il centenario della nascita. Ella obbedisce con gioia ed intitola il saggio: «Scientia Crucis», [La scienza della Croce]. Nel 1942 cominciano le deportazioni in massa degli ebrei. L’episcopato olandese protesta e viene rassicurato: nessuno toccherà gli ebrei che si sono convertiti al cattolicesimo.

Ma questo ai vescovi cattolici non basta ed in una lettera collettiva, che viene letta in tutte le chiese il 26 luglio, essi condannano ufficialmente le deportazioni di tutti gli ebrei.

Il 27 luglio, per ritorsione, il Commissario del Reich stila questa disposizione segreta:«Visto che i vescovi cattolici si sono immischiati nella faccenda, malgrado non fossero toccati personalmente, tutti gli ebrei cattolici verranno deportati entro questa settimana. Non si tenga conto di nessun intervento in loro favore». 

Successivamente il 2 agosto -a deportazione iniziata - il Commissario generale tiene un discorso pubblico in cui testualmente spiega: «Anche in alcune chiese protestanti sono state lette delle dichiarazioni... tuttavia i rappresentanti delle chiese protestanti ci hanno fatto sapere che tali notificazioni non rientravano nelle loro intenzioni, ma che non sono riusciti per motivi puramente tecnici ad impedire dappertutto che venissero lette. Se invece il clero cattolico non vuole prendersi la pena di trattare con noi, saremo costretti da parte nostra a considerare i cattolici di puro sangue ebraico come i nostri peggiori nemici e quindi a deportarli al più presto in oriente». 

Allora molti ancora ignoravano che deportazione volesse in realtà dire genocidio. Nello stesso giorno alle porte del Monastero di Eclit - la Gestapo si presentava con un carro blindato per prelevare «la monaca ebrea».

Le restavano pochi minuti di tempo. Sul suo tavolo la «Scientia Crucis» è quasi finita: l’opera è giunta al momento in cui descrive la morte di S. Giovanni della Croce.

Le ultime parole di Edith che le consorelle odono, sono rivolte alla sorella Rosa, terrorizzata: «Vieni, andiamo per il nostro popolo».

Da lei ricevono ancora un biglietto indirizzato alla Priora in cui ella chiede di rinunciare ai tentativi che sono stati messi in atto per rintracciarla e farla liberare. C’è scritto: « ... io non farei più niente in questa faccenda. Sono contenta di tutto. Una «Scientia » la si può acquistare solo se la croce la si sente pesare in tutta la sua gravezza. Di questo sono stata convinta fin dal primo momento e ho detto di cuore: ‘Ave crux, spes unica’ (salve o croce, unica speranza)». 

Prima di concludere la sua vicenda, è però necessario riflettere sul mistero da cui la vita di Edith Stain fu segnata. Ciò che impressiona sono le coincidenze: cioè un intrecciarsi di legami profondi tra persone ed avvenimenti, apparentemente diversi e lontani: intreccio che improvvisamente si lascia intravedere e fa intuire che cosa significhi che tutta la nostra storia è intessuta secondo un provvidenziale disegno di Dio.

Consideriamo anzitutto il mistero della sua razza ebraica e della sua vocazione cristiana: mistero personificato nel rapporto che Edith ebbe con la madre. Osserviamo come persino le date - oltre che gli avvenimenti - siano piene di significato.

La bambina nasce il 12 ottobre 1891: per il calendario ebraico è il giorno del Kippur, la grande festa della Espiazione.«Alla madre - scriverà Edith - ha attribuito grande importanza a questo fatto e credo che ciò abbia contribuito più di ogni altra cosa a renderle particolarmente cara la sua figlia più giovane». 

            La madre muore il 14 settembre, giorno che per i cristiani è la festa dell’Esaltazione della S. Croce - l’Espiazione cristiana - e giorno in cui le carmelitane rinnovano a Dio i loro voti. Dice Edith:«Quando venne il mio turno di rinnovare i voti, mia madre era con me, Ho sentito chiaramente che mi era vicina». 

Dopo qualche tempo un telegramma annuncia la morte della vecchia signora, avvenuta nella stessa ora in cui la figlia rinnovava la sua offerta a Dio.

Qualcuno mise superficialmente in giro la voce che la mamma si era convertita, Edith si ribellò:«La notizia della conversione di mia madre è del tutto infondata. Chi l’abbia inventata non so: mia madre ha conservato la sua fede fino all’ultimo. Ma poiché questa fede e la sua confidenza nel Signore hanno perseverato fin dalla prima infanzia fino ai suoi ottantasette anni e sono state l’ultima scintilla rimasta viva in lei durante la sua agonia, ho fiducia che ella abbia trovato un giudice molto buono e sia diventata la mia più sollecita protettrice per aiutarmi ad arrivare a mia volta alla méta ». 

Nel rapporto tra madre e figlia, tutta la passione e le sofferenze che uniscono e separano ebraismo e cristianesimo sono rappresentate come in un’icona vivente. Tutto era cominciato quel giorno in cui, pur sapendo di straziarle il cuore e di non poter essere capita, la figlia s’era presentata alla madre, s’era inginocchiata davanti a lei e, senza nessuna tergiversazione, con tenerezza e fermezza, le aveva detto: « Mamma, mi sono fatta cattolica ».

Fu la prima volta che Edith vide piangere quella donna che aveva affrontato da sola con undici figli, una dura vita di «educazione», di lavoro e carità.

Una volta durante il giorno dell’Espiazione che la vecchia signora trascorreva completamente nella sinagoga, senza prendere un boccone né un bicchier d’acqua - Edith l’aveva accompagnata per farle piacere. La madre osservava:«Non ho mai visto nessuno pregare come Edith- dirà ad un amica - e quel che è più strano è che lei può seguire col suo libro le nostre preghiere». 

E quando il Rabbino lesse con voce profonda le parole solenni: “Ascolta, Israele, il tuo Dio è uno solo”, la madre strinse convulsamente il braccio della figlia dicendole: «Hai sentito? Il tuo Dio è uno solo! ».

Il dramma divenne ancora più violento un altro giorno dell’Espiazione, il giorno 12 ottobre 1933, l’ultimo che Edith passò a casa. Tornando dalla sinagoga, alla sera, benché assai anziana, la madre volle fare il percorso a piedi con la figlia. Per farle piacere Edith le disse che il primo periodo in monastero sarebbe stato soltanto di prova:« Se tu fai una prova - disse soffrendo la donna - sono certa che la superi... ».  E poi:«Non era bella la predica del Rabbino?». «Si».«Anche nella fede ebraica si può essere religiosi?». «Si, quando non si è conosciuto altro».

 

«E tu - replicò desolata - perchè l’hai conosciuto? Non voglio dire niente contro di Lui, era certamente un uomo molto buono. Ma perché ha voluto farsi Dio?».«A sera - racconta Edit – mia madre ed io rimanemmo sole nella camera. Ella nascose il viso tra le mani e incominciò a piangere. Mi posi dietro la sua sedia e andavo stringendo al seno la sua testa bianca. Rimasi a lungo cosi, finché riuscii a persuaderla ad andare a letto. La condussi su e l’aiutai a svestirsi - per la prima volta nella mia vita. Poi rimasi ancora seduta accanto al suo letto, in silenzio, finché lei stessa non mi mandò a dormire ». 

 

L’indomani la scena straziante si ripeté. Ed Edith dovette fuggire. La madre non le scrisse mai, solo qualche volta andava di nascosto a vedere come era fatto il monastero carmelitano della sua città e, negli ultimi tempi, aggiungeva nelle lettere delle sorelle un saluto per la Madre Priora di Edith.Edith le scriveva ogni venerdì, fino a quel giorno in cui la madre morì mentre lei pronunciava i voti.

Coincidenze. 1933: l’anno in cui si dava inizio al tentativo demoniaco del terzo Reich, era anche l’anno santo della Redenzione, millenovecento anni dalla morte di Cristo, ed era anche l’anno in cui Edith decideva di entrare nel suo monastero carmelitano. Ascoltiamo lei direttamente:

«Era la vigilia dei primo venerdì di aprile e in quell’anno santo la passione di Nostro Signore Gesù Cristo veniva commemorata con la massima solennità. Alle 8 di sera ci trovammo per l’ora Santa nella Cappella dei Carmelo... Il predicatore parlava molto bene... ma il mio spirito era occupato in qualcosa di più intimo delle sue parole. Mi rivolsi al Redentore e gli dissi che sapevo bene come fosse la sua Croce che veniva posta in quel momento sulle spalle del popolo ebraico. La maggior parte di esso non lo sapeva comprendere, ma quelli che avevano la grazia di intenderlo avrebbero dovuto accettarlo con pienezza di volontà a nome di tutti. Mi sentivo pronta e domandavo soltanto al Signore che mi facesse vedere come dovevo farlo. Terminata l’ora Santa ebbi l’intima certezza d’essere stata esaudita, sebbene non sapessi ancora in che cosa doveva consistere quella croce che mi veniva addossata».

Per testimonianza diretta di Edith, sappiamo che ella entrò in monastero con la persuasione che Dio le preparava nel Carmelo qualcosa che soltanto là avrebbe potuto trovare.Quando aveva deciso il suo ingresso, alcuni familiari l’avevano accusata di mettersi in salvo, proprio nel momento in cui il suo popolo veniva perseguitato. 

Un’amica glielo aveva ridetto, quasi per rassicurarla, pochi giorni dopo la sua vestizione. «Oh no! - aveva risposto Edith già allora - non ci credo! Verranno di certo a portarmi via di qua, e in ogni modo io non devo affatto contate di essere lasciata in pace». 

Quando le SS la portarono via, le suore, riordinando le sue carte, trovarono un’immagine su cui ella aveva scritto l’atto di offerta della propria vita per la conversione degli ebrei. E già nella domenica di Passione del 1939 ella aveva chiesto alla sua Priora il permesso di offrirsi al Cuore di Gesù come vittima espiatrice per la vera pace: «Lo desidero perché è già la dodicesima ora... so di essere un niente, ma Gesù lo vuole ed Egli un giorno chiamerà certamente anche molti altri». Ancor prima, nel 1938, in una lettera, aveva scritto: «Sono certa... che il Signore ha accettato la mia vita per tutti. Penso alla regina Ester che è stata scelta tra il suo popolo per intercedere davanti al re per il suo popolo. Io sono una piccola Ester, povera ed impotente, ma il Re che mi ha scelta è infinitamente grande e misericordioso. E questa è una grande consolazione».  

E veniamo alle ultime coincidenze.Nella Chiesa, il Santo che più d’ogni altro ha insegnato la necessità della Croce è il mistico riformatore del Carmelo. 

Edith scrive su di lui la sua ultima opera: la «Scientia Crucis»; l’interrompe quando sta narrando la morte del Santo, perché deve non più scrivere, ma sperimentare di persona quella « scienza della croce » di cui ha scritto.  

E così ella che è nata nel 1891, terzo centenario della morte di S. Giovanni della Croce (1591), muore nel 1942, quarto centenario della nascita del Santo (1542).

E, infine, l’ultimo intreccio misterioso.  

          In quegli anni di orrore, un popolo cristiano smarriva - in buona maggioranza - la sua fede e ne riesumava una pagana, terribile: la fede nel sangue ariano: «Oggi - scriveva l’ideologo ufficiale del partito nazista – nasce una nuova fede: il mito del sangue, una fede che con il sangue salvaguardia l’essenza divina dell’uomo, una fede basata su questa evidenza: il sangue nordico rappresenta il mistero che spodesta e sostituisce gli antichi sacramenti». 

          Sull’unica rivista ideologica ufficiale del partito, Rosenberg scriveva:«Tra le grandi potenze ideologiche che si oppongono irriducibilmente a una comunità di popoli bianchi accomunati dal sangue nordico... c’è la Chiesa romana... ». 

          Nella sua stessa persona Edith espresse questo vero dramma teologico su cui non riflettiamo mai abbastanza: uccisa come ebrea perché non aveva «sangue nordico» da ex cristiani che si dedicavano a inventare un nuovo paganesimo, ma uccisa perché cristiana, per vendetta contro i vescovi che quel paganesimo avevano voluto condannare.

Ed Edith apparteneva contemporaneamente, interamente, paradossalmente, al popolo cristiano e al popolo ebraico. Anzi, è testimone di quanto il popolo cristiano sia innestato su quello ebraico e di quanto diventi pagano un popolo cristiano che si scaglia contro le sue «sante radici».

« Ho ricevuto - scriveva Edith al chiudersi del 1939 - il nome che avevo chiesto. Sotto la croce avevo capito il destino che per il popolo di Dio cominciava ad annunciarsi in quel tempo... Certo oggi so meglio che cosa voglia dire essere sposata con il Signore nel segno della croce. Capirlo veramente non lo si potrà mai - è un mistero».

Il mistero di Edith Stein ha anche un altro risvolto personale che riguarda la sua vocazione professionale nel mondo della cultura. Anche in questo campo le cosiddette coincidenze significative non mancano.

Nel lungo tempo del suo ateismo, ella poté dire di sé: «la mia unica preghiera era la sete di verità». Questa sete la spinse verso la città universitaria di Gottinga, considerata «il paradiso degli studenti, dove giorno e notte, a tavola e passeggiando, non si fa che filosofia e, s’intende, non si parla che di fenomenologia»,Il suo ideale vivente diventa Edmud Husserl: «il filosofo, il maestro indiscutibile dei nostri tempi»: colui che insegna la conoscenza oggettiva.

La passione di Edith era tanta che, ancor prima di partire per l’università, i suoi compagni la chiamavano per scherzo «il conoscitore oggettivo» e le dedicarono una canzone in cui si diceva che tutte le ragazze sognano solo dei «baci» (in tedesco: Husserl) mentre Edith, lei «sogna di incontrare Husserl in carne ed ossa».

«Avevo 21 anni ed ero piena di aspettative. La psicologia mi aveva delusa; ero giunta alla conclusione che si trattava di una scienza in fasce e mancava di fondamenti oggettivi. Invece per la fenomenologia, il poco che sapevo mi incantava, soprattutto per il metodo oggettivo di lavoro». 

E spiega: «Tutti i giovani fenomenologi erano in primo luogo e deliberatamente dei realisti... Ci sembrava che le Ricerche Logiche costituissero una nuova scolastica... e la conoscenza ci appariva come una facoltà rinnovellata».

          Non possiamo qui fare della filosofia.Ma tutti possiamo capire almeno quale fosse la posta in gioco.Dopo un lungo periodo di tempo in cui aveva dominato il soggettivismo (per cui la verità dipende da ciò che il soggetto pensa e costruisce) tornava a dominate la verità oggettiva: «La verità è un assoluto... non dipende da chi la pensa... Bisogna partire dall’esperienza, descriverla prima di volerla spiegare... » cosi diceva Husserl. E insisteva: « Bisogna andare alle cose e domandare loro quello che esse stesse dicono, ottenendo cosi delle certezze che non risultano affatto da teorie preconcette, da opinioni ricevute e non verificate».

          Sappiamo come per Edith questo insegnamento abbia agito anche in campo religioso e come ella abbia poi tentato - in seguito alla sua conversione - di mettere a paragone e di cercare di far interagire la filosofia perenne della Chiesa, incarnata da S. Tommaso d’Aquino, con l’insegnamento di Husserl.

Costui stesso riconobbe che la Chiesa cattolica aveva trovato con Edith Stein «una neoscolastica della migliore qualità». Ma ciò che qui più ci interessa è la comunione di destino che si instaurò tra il maestro e la discepola, divenuta discepola di Cristo. Costei aveva parlato al maestro della sua conversione ed era stata accolta con molta cordialità, ma aveva anche capito che tra lei ed il filosofo si era aperto ormai un abisso. Husserl, di razza ebraica, era stato educato nel protestantesimo, ma non era un credente.

          Su quell’incontro Edíth scrisse:«Tra essere uno strumento, per quanto si voglia eletto, e possedere la grazia c’è un abisso». L’abisso si rivelava soprattutto quando si giungeva a parlare della «gravità e dell’importanza delle cose supreme». L’ideale di Husserl restava un ideale filosofico e l’interesse predominante restava il compimento della propria ricerca. Anche la morte era da lui considerata e preparata con atteggiamento più socratico che cristiano.

          Leggiamo ora una lettera di Edith: «Il giorno dopo i voti solenni ho ricevuto un biglietto della signora Husserl in cui mi dava notizia della dichiarazione della sera del giovedì santo. Gli avvenimenti di questa settimana mi sono sembrati un vero e proprio regalo in occasione della mia professione. Lo desideravo proprio che il passaggio di Husserl alla vita eterna avvenisse in questa settimana, per via della stessa coincidenza che ha fatto si che anche la mamma mancasse nell’ora in cui noi rinnovavamo i voti. Non perché io abbia per questo tanta fiducia nelle mie preghiere o nei miei eventuali ‘meriti’. Sono solo convinta che Dio non chiama nessuno per se stesso e che inoltre, quando gradisce l’offerta di un’anima, è prodigo di dimostrazioni di amore» (15.5.1938). 

L’agonia di Husserl durò dal giovedì santo, 14 aprile 1938, al 27 aprile. Nello stesso periodo Edith si preparava alla sua consacrazione definitiva che avvenne il 21 aprile.

Il tutto accadde tra la settimana prima di Pasqua e quella dopo Pasqua.Esiste una interessante relazione sulla morte di Husserl che dimostra come lentamente il maestro calmò le sue preoccupazioni filosofiche, aprendosi alla fede, come un bambino.

Non posso qui ripetere tutta la, lunga testimonianza. Riferisco solo alcune espressioni di lui:Il pomeriggio del 14 aprile, giovedì santo: «Ho vissuto da filosofo, voglio cercare di morire da filosofo... ». Più tardi, dialogo con la suora infermiera:«E’ possibile morire bene?». «Si, e in pace profonda». «Ma come?», «Per la grazia di Gesù Cristo, il nostro Salvatore». «Bisogna pregare per me».

Verso le 9 di sera del giovedi santo (questa è la notizia che la moglie di Husserl scrive a Edith):«Dio mi ha ricevuto nella sua grazia, mi ha permesso di morire...».

Da quel momento non parla più della sua opera filosofica ed è come sollevato.Venerdì santo mattina: «Dio è buono!». «Si, è buono, ma è anche incomprensibile e questo per me è una grande prova». «Che bel giorno il venerdì santo! Cristo ci ha perdonato tutto».Diceva di veder luci e tenebre e poi di nuovo luce.Restò in coma fino al 27 aprile.

Quel giorno, volgendosi verso la sua infermiera, gridò: «Ho visto qualcosa di meraviglioso: presto, scriva! » e spirò. 

Edith testimoniò umilmente, ma esplicitamente, che la sua storia spirituale e quella del suo maestro si erano saldate in una indicibile profondità. (Anche la signora Husserl divenne più tardi cattolica).

Ancora molte cose potremmo dire soprattutto su un altro aspetto della figura di Edith Stein, quello che la portò ad appassionarsi ai problemi della donna, in difesa di un equilibrato femminismo cattolico. A questo tema è dedicato un intero volume di saggi (il volume delle sue «Opere»). 

Il bellissimo principio di Edith, che occorre ben comprendere e ben spiegare, è: «sento la mia anima sempre più libera quando obbedisco». 

Solo la lettura diretta delle sue riflessioni (a cui rimandiamo) può far capire quanto questa espressione non possa e non debba essere strumentalizzata, ma abbia invece una intima forza di capovolgere schemi mentali rigidi ed abitudinari. 

Dobbiamo concludere, ritrovandoLa nel momento supremo della sua passione.Non è senza significato che le poche notizie su di lei che ci sono giunte dal campo di concentramento di Westerbork, dove si fermò prima di essere avviata all’ultima stazione della sua «via Crucis», dipingono l’immagine di una donna che« si distingueva per il comportamento pieno di pace e l’atteggiamento calmo. Le grida, i lamenti, lo stato di sovreccitazione angosciata dei nuovi arrivati erano indescrivibili. Suor Benedetta andava tra le donne come un angelo consolatore, calmando le une, curando le altre. Molte madri sembravano cadute in una sorta di prostrazione prossima alla follia; rimanevano a gemere come inebetite trascurando i figli. Suor Benedetta si occupò dei bimbi piccoli, li lavò, li pettinò, procurò loro il nutrimento e le cure indispensabili. Per tutto il tempo in cui stette al campo dispensò intorno a sé un aiuto cosi caritatevole che a pensarci mi sconvolge».

Questa è la testimonianza di un commerciante ebreo di Colonia che la incontrò al campo e che riusci poi a sfuggire al massacro.

«A lei che cosa accadrà ormai?», aveva chiesto il commerciante a quella Suora piena di carità.E la risposta fu: «Fin qui ho potuto pregare e lavorare, spero di poter pregare e lavorare ancora».

Tra l’8 e l’11 agosto 1942, Edith Stein, Teresa Benedetta della Croce, unì il suo sacrificio a quello di Cristo, in una camera a gas di Auschwitz.

(Testimoni della Fede) Religiose - autore: Antonio Sicari

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30 giugno 2014

Per motivi personali ho rifiutato il pessante invito a condividere l'esperienza amicale e culturale del gruppo di Lissone in Olanda. Avrei volontieri vissuto con loro giorni 'colti' e 'sereni'. Mi spiace. L'età e il quotidiano 'fastidioso mi hanno impedito di tornare a visitare l'Olanda che ho 'conosciuto' da giovane prete in un viaggio con Don Gianni Colzani, il teologo.....

Quando mi fu portato l programma ho notato che mancava una visita che per la gente di Lissone poteva avere un sicuro significato e un interesse vivace. Mancava infatti una visita al 'Carmelo di Echt' dove la 'testimnone della fede' in Lissone, Santa Teresa Benedetta della Croce venne presa dai nazisti e avviata al campo di sterminio di Auswitz dove dopo tre giorni subiì la morte nelle camere a gas.

Credo di poter documentare gli ultimi momenti di Edit Stein a Echt, quando salutato la superiora con la sorella Rose Edith  si avviò alla sua ultima destinazione assieme alla gente del suo popolo.

 Ho visto po che il 'Carmelo' è stato inserito nel programma del viaggio. Ne sono contento, davvero...Felice. Raccomando al gruppo di visitare la cappella dedicata proprio a Santa Teresa Benedetta.  Vorrei dire loro di pregarla perchè in Lissone la fede sia profonda, colta e semplice nel tempo,....Forse è  la visita più bella di un bellissimo viaggio come al solito ben preparato dalla coppia Giannie Cristiana. Accludo qui alcune documentazioni mentre allego un  il testo di un cant che mi ha sorpreso perchè ancora non lo conoscevo

 La canzone scritta da Juri Camisasca:

 

E per vivere in solitudine
nella pace e nel silenzio
ai confini della realtà,
mentre ad Auschwitz
soffiava forte il vento
e ventilava la pietà,
hai lasciato le cose del mondo,
il pensiero profondo
dai voli insondabili,
per una luce che sentivi dentro,
le verità invisibili.

Dove sarà Edith Stein?
Dove sarà?

I mattini di maggio
riempivano l'aria
i profumi nei chiostri
del carmelo di Echt.
Dentro la clausura
qualcuno che passava
selezionava gli angeli.
E nel tuo desiderio di cielo
una voce nell'aria si udì:
gli ebrei non sono uomini.
E sopra un camion
o una motocicletta che sia
ti portarono ad Auschwitz.

Dove sarà Edith Stein?
Dove sarà?

E per vivere in solitudine
nella pace e nel silenzio
nel carmelo di Echt.

 

l'ultima foto di Teresa Benedetta della Croce del febbraio 1942, scattata per il passaporto. Ha 51 anni

Settant'anni fa, il 9 agosto del 1942 a poche ore dal suo arrivo ad Auschwitz, Edith Teresia Edvige Stein (Suor Teresa Benedetta della Croce), fu portata assieme alla sorella e ad altre donne ebree nella "camera bianca", la camera a gas. Poi il suo cadavere fu bruciato. Solo nel 1947 le carmelitane scalze del monastero olandese di Echt si rassegnarono all'idea che suor Teresa Benedetta non sarebbe più tornata, perché vittima della crudeltà nazista. Avevano atteso invano la notizia del suo ritrovamento. Alla fine scrissero una comunicazione per tutto l'Ordine: "Non la cerchiamo più sulla terra, ma presso Dio che ha gradito il suo sacrificio e ne ha accordato il frutto al popolo per il quale ella pregò, soffrì e morì".
“Il mondo è in fiamme: l'incendio potrebbe appiccarsi anche alla nostra casa, ma al di sopra di tutte le fiamme si erge la Croce che non può essere bruciata. La Croce è la via che dalla terra conduce al cielo. Chi l'abbraccia con fede, amore. speranza viene portato in alto, fino al seno della Trinità Il mondo è in fiamme: desideri spegnerle? Contempla la Croce: dal Cuore aperto sgorga il sangue del Redentore, sangue capace di spegnere anche le fiamme dell'inferno. Attraverso la fedele osservanza dei voti rendi il tuo cuore libero e aperto; allora si potranno riversare in esso i flutti dell'amore divino, sì da farlo traboccare e renderlo fecondo fino ai confini della terra. Attraverso la potenza della Croce puoi essere presente su tutti i luoghi del dolore, dovunque ti porta la tua compassionevole carità, quella carità che attingi dal Cuore divino e che ti rende capace di spargere ovunque il suo preziosissimo sangue per lenire, salvare, redimere. 
Gli occhi del Crocifisso ti fissano interrogandoti, interpellandoti. Vuoi stringere di nuovo con ogni serietà l'alleanza con Lui? Quale sarà la tua risposta? "Signore, dove andare? Tu solo hai parole di vita". Ave Crux, spes unica!” (Teresia Benedicta a Cruce)
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Beato transito di S. Teresa Benedetta della Croce

Introduzione

L'anno dell'Incarnazione di Nostro Signore Gesù Cristo 1942, il 9 agosto, Teresa Benedetta della Croce (Edith Stein), insieme alla sorella Rosa, entra nella vita. È domenica, il più bel giorno per morire in Cristo. Il beato transito avviene nel lager di sterminio di Auschwitz-Birkenau in Germania, oggi Polonia.

Benedetto XVI in visita ad Auschwitz-Birkenau il 28 maggio 2006 disse: "Ho sentito come intimo dovere fermarmi in modo particolare anche davanti alla lapide in lingua tedesca. Da lì emerge davanti a noi il volto di Edith Stein, Theresia Benedicta a Cruce: ebrea e tedesca scomparsa, insieme con la sorella, nell'orrore della notte del campo di concentramento tedesco-nazista; come cristiana ed ebrea, ella accettò di morire insieme con il suo popolo e per esso. I tedeschi, che allora vennero portati ad Auschwitz-Birkenau e qui sono morti, erano visti come Abschaum der Nation - come il rifiuto della nazione. Ora però noi li riconosciamo con gratitudine come i testimoni della verità e del bene, che anche nel nostro popolo non era tramontato".

"Ciò che non era nei miei piani era nei piani di Dio"

Edith Stein nasce a Breslavia (Wroclaw, allora Germania, oggi Polonia) il 12 ottobre 1891 nel giorno del Kippùr, dell'Espiazione. Ultima di una famiglia numerosa. Prussiana, ebrea di stirpe e religione, poi atea e quindi cattolica e monaca carmelitana scalza.

Dopo i primi studi universitari a Breslavia, segue le lezioni di Husserl a Gottinga e a Friburgo e rimane affascinata dalla figura di Max Scheler. Allieva prediletta di Husserl e quindi sua assistente a Gottinga e poi a Friburgo. Nell'estate del 1921 si converte al cattolicesimo e il 1° gennaio dell'anno successivo riceve il battesimo. Insegna a Spira (1923-1931) e poi a Münster all'Istituto Tedesco di Pedagogia Scientifica. Nel 1931 le viene rifiutata una cattedra alla Facoltà di Filosofia di Friburgo; Heidegger, successore di Husserl, la ritiene troppo cattolica. La sua carriera accademica viene bruscamente e definitivamente interrotta nel 1933 con le prime leggi razziali promulgate da Hitler. Il 14 ottobre dello stesso anno, realizza la sua vocazione entrando al Carmelo di Colonia.

Perseguitata... perché ebrea e cattolica

"Ciò che non era nei miei piani era nei piani di Dio. In me prende vita la profonda convinzione che - visto dal lato di Dio - non esiste il caso; tutta la mia vita, fino ai minimi particolari, è già tracciata nei piani della provvidenza divina e davanti agli occhi assolutamente veggenti di Dio presenta una correlazione perfettamente compiuta".

Riguardo alla sua conversione suor Teresa Benedetta scrive: "Non si può neanche immaginare quanto sia importante, ogni mattina quando mi reco in cappella, ripetermi, alzando lo sguardo al crocifisso e all'effigie della Madonna: erano del mio stesso sangue"; al padre gesuita Hirschmann scrive: "Non può immaginare che cosa significhi per me essere figlia del popolo eletto, significa appartenere a Cristo non solo con lo spirito, ma con il sangue", e suggella la sua radicale sequela di Cristo affermando: "Ho ricevuto il nome che avevo chiesto (Theresia Benedicta a Cruce). Sotto la croce ho capito il destino del popolo di Dio... oggi so meglio cosa voglia dire essere sposa del Signore nel segno della croce". Ed aggiungeva: "Alla fine della vita ci sarà una sola tristezza: quella di non essere santi".

La lunga "notte oscura" di Edith Stein

La chiaroveggenza con cui Edith Stein testimonia la crudeltà del regime nazista è pari al coraggio del suo intervento, quando al papa Pio XI in una lettera personale del 1933 predice la Shoah: "Si tratta di un fenomeno che provocherà molte vittime. Si può pensare che gli sventurati che ne saranno colpiti non avranno abbastanza forza morale per sopportare il loro destino. Ma la responsabilità di tutto ciò ricade tanto su coloro che li spingono verso questa tragedia, tanto su coloro che tacciono. Non solo gli ebrei, ma anche i fedeli cattolici attendono da settimane che la Chiesa faccia sentire la sua voce contro un tale abuso del Nome di Cristo da parte di un regime che si dice cristiano". E aggiunge: "L'idolatria della razza, con la quale la radio martella le masse, non è di fatto un'eresia esplicita? (...) Noi temiamo il peggio per l'immagine mondiale della Chiesa se il silenzio si prolungherà ulteriormente".

Ancor prima dello scoppio della seconda guerra mondiale (1939-1945) giudica senza esitazioni gli avvenimenti politici e interviene in essi, seguendo la logica di Dio, quella della croce. In una lettera a madre Giovanna van Weersth, del Carmelo di Beek, in Olanda scrive: "Bisogna dire alla povera gente la verità così com'è: prima è venuto dall'oriente il Bolscevismo, con la lotta contro Dio, poi il Nazionalsocialismo, con la lotta contro la Chiesa. Ma né l'uno né l'altro vincerà. Vincerà alla fine Cristo".

Reichskristallnacht... la notte dei cristalli

Con la "notte dei cristalli", dal 9 al 10 novembre 1938, inizia il genocidio degli ebrei europei, pianificato dai nazisti in modo industriale. Complessivamente quella notte sono uccise quasi 200 persone, rase al suolo dal fuoco 267 sinagoghe e devastati 7500 edifici tra negozi, uffici e abitazioni di ebrei. Circa 20-30 mila ebrei sono deportati nei campi di concentramento di Dachau, Buchenwald e Sachsenhausen. La polizia ha l'ordine di non intervenire e i vigili del fuoco badano soltanto che il fuoco non si propaghi ad altri edifici. Nessuno tra i vandali, assassini e incendiari viene processato.

Fino ad ora gli ebrei possono ancora espatriare, in America perlopiù o in Palestina, ma - dopo "la notte dei cristalli" - occorrono inviti, permessi, tutte le carte in regola; è molto difficile andare via. In Germania comincia la caccia aperta al giudeo.

La presenza di suor Teresa Benedetta al Carmelo di Colonia rappresenta un pericolo per l'intera comunità: nei registri della famigerata polizia hitleriana, infatti, è registrata come "non ariana".

Nessuno desidera che parta. È lei a prendere l'ultima decisione. Il suo primo obiettivo, andare in Palestina, si rivela impossibile. C'è, invece, molto vicino, il Carmelo olandese di Echt. Là potrà rimanere al sicuro e ritornare al normalizzarsi della situazione.

Avverte però con lucidità profetica che la partenza è definitiva: "Se non posso continuare qui, non c'è più nessuna possibilità per me in tutta la Germania. Provai quasi un senso di sollievo al pensiero di essere colpita anch'io dalla sorte comune".

La notte di capodanno del 1938

Al mattino del 31 dicembre 1938, giorno di San Silvestro, giunge il visto per trasferirsi in Olanda. Si parte nel tardo pomeriggio dello stesso giorno. Il viaggio avviene in macchina. Il Dott. Strerath, contattato dalla Priora, attraversa il confine dei Paesi Bassi e conduce suor Teresa Benedetta al monastero delle Carmelitane di Echt.

Prima di lasciare la Germania chiede di fare una sosta nella Chiesa del primitivo Carmelo di Colonia: "Un fedele amico del Carmelo mi ha condotto ad Echt la sera di San Silvestro... Con la macchina siamo passati dalla Schnurgasse, così ho potuto ricevere la benedizione della Regina della pace per il viaggio... sono salita nel vecchio Coro delle monache, cosicché mi sono trovata vicinissima all'immagine venerata; poi sono andata nella cripta dove sono sepolte le prime carmelitane..." (Da varie Lettere).

Sopra l'altare spicca la scritta latina: "Regina Pacis in his diebus atris pacat Ecclesiam", Regina della Pace in questi giorni oscuri pacifica la Chiesa. "Maria - scrive la Stein - può formare a propria immagine coloro che le appartengono". "E chi sta sotto la protezione di Maria - conclude -, è ben custodito".

Al Carmelo di Echt

Il Carmelo di Echt fondato da quello di Colonia rappresenta una certa continuità e comunione di vita e di abitudini fra i due Carmeli. Quando suor Teresa Benedetta vi giunge, trova una comunità composta da 17 monache. Eccetto tre olandesi, tutte le altre sono di nazionalità tedesca. Più tardi la raggiunge anche la sorella Rosa che nel frattempo dopo la morte della madre si è fatta battezzare e come Terziaria svolge la mansione di portinaia del Carmelo.

Il 26 marzo 1939, Domenica di Passione, chiede il permesso alla Priora di offrire la propria vita per la pace: "Cara madre, mi permetta di offrire me stessa al Cuore di Gesù quale vittima d'espiazione per la vera pace: affinché cessi il dominio dell'anticristo, possibilmente senza una seconda guerra mondiale e possa venire instaurato un nuovo ordine. Vorrei farlo ancor oggi, poiché è l'ora X. So di essere un nulla, ma Gesù lo vuole, ed egli chiamerà molti altri in questi giorni a fare lo stesso".

Prevedendo la sua imminente fine stende il suo testamento spirituale il 9 giugno 1939: "Già da ora accolgo la morte che Dio mi ha riservato, sottomettendomi pienamente con gioia alla Sua santissima volontà. Prego il Signore che voglia accogliere la mia vita e la mia morte a Suo onore e gloria, per tutte le intenzioni dei Santissimi Cuori di Gesù e Maria e della Santa Chiesa; in particolare per la conservazione, la santificazione e il perfezionamento del nostro santo ordine, soprattutto del Carmelo di Colonia e di Echt, in espiazione dell'incredulità del popolo ebreo e perché il Signore venga accolto dai suoi e venga il Suo regno nella Gloria, per la salvezza della Germania e la pace nel mondo, infine per i miei familiari vivi e defunti e tutti quelli che Dio mi ha donato: che nessuno di loro vada perduto".

1° settembre 1939: scoppia la II Guerra Mondiale

La Priora, conoscendo le capacità di suor Teresa Benedetta e la sua competenza, le chiede di scrivere un'opera per commemorare il IV centenario della nascita di Juan de la Cruz (1542-1591). Inizia a scrivere il saggio Scientia Crucis.

Nel 1941 scrive ad una religiosa: "Sono contenta di tutto. Una Scientia Crucis (la Scienza della Croce) può essere appresa solo se si sente tutto il peso della croce. Di ciò ero convinta già dal primo attimo e di tutto cuore ho pronunciato: Ave, Crux, Spes unica (ti saluto, Croce, nostra unica speranza)".

Il testo è pronto, anche se non sottoposto a revisione, nell'agosto del 1942: ossia dopo circa un anno di duro lavoro, condotto di giorno ed in parte anche la notte, a causa dell'esiguità del tempo libero che l'osservanza della vita carmelitana le concede.

La Germania invade i Paesi Bassi

L'invasione dell'Olanda ha inizio poco dopo la mezzanotte del 9-10 maggio 1940. Cinque giorni dopo, l'Olanda si arrende alla Germania. L'occupazione nazista segna automaticamente la sorte per gli ebrei olandesi. Su tutti gli edifici risalta la scritta: "Voor Joden Verboten" (proibito ai giudei). La macchina di sterminio nazista si dimostra, in Olanda, più efficiente, spietata e metodica.

Anche il Carmelo smette di rappresentare un rifugio sicuro per le sorelle Stein. Suor Teresa Benedetta sente che la rete si stringe e avvia le pratiche per tentare un trasferimento in Svizzera.

Il 4 agosto dello stesso anno realizza il suo desiderio e si offre al Cuore di Gesù: "O divino Cuore del mio Salvatore! Ti prometto solennemente di usare tutte le possibilità a mia disposizione per farti piacere; e là dove io mi trovassi di fronte a una scelta voglio fare ciò che maggiormente ti rallegra. Io ti prometto tutto questo per testimoniarti il mio amore e per raggiungere la pienezza della mia professione, cioè diventare una vera carmelitana, vera tua sposa. Ti prego di darmi la forza di realizzare il mio voto. Tua Madre e il mio santo angelo possano aiutarmi".

Ma intuisce che tutto fa parte del disegno di Dio: "Il Signore guida ciascuno per la propria strada, e ciò che chiamiamo destino è l'opera sua d'artista, Artista divino che si prepara la materia e la forma in diversi modi: con lievi tocchi delle dita, ma anche a colpi di scalpello. Non è materia inerte quella che Dio lavora. La sua più grande gioia di Creatore è che nasce vita sotto la sua mano, che vita gli sgorga incontro, vita che risponde ai tocchi lievi delle dita, ai colpi di scalpello. È così che collaboriamo alla sua opera d'artista".

Intanto le SS moltiplicano i centri per la registrazione dei non ariani. Le sorelle Stein nell'ottobre del 1941 sono chiamate a Maastricht e devono fornire informazioni sul loro conto. Le SS esigono anche che portino la stella gialla sull'abito religioso. In quell'occasione suor Teresa Benedetta entrando nell'ufficio della Gestapo saluta i presenti con le parole: "Sia lodato Gesù Cristo!" mostrando coraggio nel professare la sua fede.

La protesta delle Chiese d'Olanda

I gravi soprusi delle forze d'occupazione tedesca nei confronti dei cittadini ebrei residenti in Olanda hanno collegato fra loro le Chiese Protestanti, già dalla fine del 1940. La chiesa Cattolica si unisce a loro alla fine del 1941. All'inizio del 1942, nasce un nuovo comitato denominato Commissione Interconfessionale. Il 17 febbraio 1942, alcuni rappresentanti di questa Commissione vengono ricevuti dal Commissario Generale del Reich Arthur Seyss-Inquart. In quell'occasione espongono la loro protesta contro gli arresti arbitrari, le deportazioni a Mathausen e l'imposizione dell'ideologia nazionalsocialista. Quando il 10 luglio 1942 si giunge a conoscenza di nuove deportazioni, la Commissione Interconfessionale presenta un'istanza al Commissario Generale Seyss-Inquart, che è spedita via telex l'11 luglio ai Commissari Generali Rauter e Schmidt e al Generale Christiansen, comandante supremo dell'esercito.

Il telegramma della protesta delle Chiese

Le Chiese d'Olanda qui sottoscritte, profondamente scosse dai provvedimenti contro gli ebrei olandesi, con i quali essi sono esclusi dalla partecipazione alla vita normale, profondamente addolorate, sono venute a conoscenza delle nuove disposizioni in forza delle quali uomini, donne, bambini e intere famiglie devono essere deportate nel Reich tedesco e nei territori occupati. La sofferenza, che colpisce più di diecimila persone, la consapevolezza che tali disposizioni sono contro il profondo sentimento morale del popolo olandese, e soprattutto il contrasto di tali disposizioni con l'esigenza di giustizia e di misericordia voluta da Dio, costringe le Chiese a rivolgere a Lei la pressante richiesta di non mettere in atto tali disposizioni. Formuliamo questa pressante richiesta soprattutto in nome e per conto degli ebrei che si professano cristiani, visto che, con tali disposizioni, viene loro vietata la partecipazione alla vita della Chiesa.

Firmato: Chiesa protestante d'Olanda; Arcivescovi e Vescovi della Chiesa Cattolica in Olanda; Le Chiese Calviniste in Olanda; La Chiesa Calvinista Cristiana in Olanda; La Società Mennonita Popolare; La Fraternità Remontstrantese; Le Chiese Calviniste Olandesi nell'Unione di Hersteld; Le Comunità Calviniste in Olanda; La Chiesa Evangelico Luterana nel Regno d'Olanda; La Chiesa Evangelico Luterana Rinnovata nel Regno d'Olanda.

Inaspettatamente, un rappresentante delle Chiese riceve il 14 luglio un invito ad un colloquio con il Commissario Generale Schmidt. Dove viene informato della decisione del Commissario del Reich Seyss-Inquart di escludere dalla deportazione tutti gli ebrei battezzati prima del 1° gennaio 1941. Questa eccezione non è mai stata richiesta dalle Chiese. Esse si sono, invece, impegnate in favore di tutti gli ebrei. Seyss-Inquart, a dire il vero, intende ingannare le Chiese, per poter eseguire la deportazione ormai programmata per il 15 luglio, senza essere intralciato da grandi proteste pubbliche.

La Commissione Interconfessionale non si accontenta del telegramma dell'11 luglio. Tanto meno accetta l'odiosa e inaspettata rassicurazione che gli ebrei cristiani saranno risparmiati e decide di rendere noto il testo del telegramma attraverso l'annuncio dai pulpiti delle chiese e cappelle. Il progetto viene a conoscenza del Commissario del Reich Seyss-Inquart che convoca il 24 luglio il rappresentante della Chiesa protestante olandese minacciandolo. Di fronte a questo ricatto la Chiesa protestante olandese accetta le condizioni. Le altre Chiese Protestanti insieme all'Episcopato Cattolico, che aveva già inserito il testo del telegramma all'interno della Lettera Pastorale il 20 luglio, le respingono e condannano apertamente e ufficialmente la persecuzione.

La protesta pubblica delle Chiese

La domenica 26 luglio 1942 dai pulpiti delle chiese del paese si dà pubblica lettura della protesta contro il razzismo nazista in cui si dice:

"Viviamo in un'epoca di grande miseria, sia nel campo spirituale che materiale. Ma due fatti molto dolorosi attirano soprattutto la nostra attenzione: il triste destino degli ebrei e la sorte di quelli che sono stati addetti ai lavori forzati all'estero. (...) Le inaudite sofferenze con questo mezzo inflitte a più di diecimila persone, la consapevolezza che un modo tale di procedere ripugna profondamente al sentimento morale del popolo olandese, e soprattutto è in contrasto assoluto con il comandamento divino di giustizia e di carità, costringono le sottoscritte comunità delle Chiese a rivolgere la più viva preghiera di non voler mettere in esecuzione i suddetti provvedimenti. (...) Questa nostra Lettera Pastorale collegiale verrà letta domenica prossima, il 26 luglio, in tutte le chiese della nostra Diocesi e in tutte le rettorie durante tutte le Sante Messe in programma e secondo le consuetudini".

Scritto a Utrecht, il 20 luglio nell'anno del Signore 1942.

Dottor J. de Jong, Arcivescovo di Utrecht, P.A.W. Hopmans, Vescovo di Breda, Dottor J.H.G. Lemmens, Vescovo di Roermond, J.P. Huibers, Vescovo di Haarlem, W.P.A.M. Mutsaerts, Coadiutore del Vescovo di 's-Hertogenbosch.