Varanasi al Gange

VIDEO E IMMAGINI, RACCONTI E RIFLESSIONI DOPO IL VIAGGIO NELL'INDIA DEL NORD

BENARES O VARANASI

 

Alcune notizie da Wikipedia. Tanto per introdurci alla conoscenza di questa città unica al mondo: Varanasi

Varanasi

 
 

Dati amministrativi

Stato

India India

Stato federato

Seal of Uttar Pradesh.pngUttar Pradesh

Territorio

Altitudine

76[1] m s.l.m.

Superficie

1 550 km²

Abitanti

3 682 194 (2011)

Densità

2 375,61 ab./km²

Lingue

hindi, inglese

Varanasi (hindi वाराणसी, Vārāasī, nota anche come Benares, o Banaras, Benaras, Kashi e Kasi) è una suddivisione dell'India, classificata come municipal corporation, di 3.682.194 abitanti, capoluogo del distretto di Varanasi e della divisione di Varanasi, nello stato federato dell'Uttar Pradesh. In base al numero di abitanti la città rientra nella classe I (da 100.000 persone in su) È considerata una delle più antiche città viventi del mondo essendo abitata da 4000 anni.

Demografia

Al censimento del 2012 la popolazione di Varanasi assommava a 1.100.748 persone, delle quali 584.514 maschi e 516.234 femmine. I bambini di età inferiore o uguale ai sei anni assommavano a 154.224, dei quali 81.242 maschi e 72.982 femmine. Infine, coloro che erano in grado di saper almeno leggere e scrivere erano 670.950, dei quali 459.014 maschi e 211.936 femmine.[6]

Religione

Varanasi è la Città Sacra degli Induisti. Ogni Induista, almeno una volta nella sua vita, deve essersi recato a Varanasi e qui deve immergersi nel sacro fiume Gange almeno da 5 diversi ghats. I ghats sono delle rampe di scale di pietra che terminano all'interno dell'acqua del fiume. Ogni mattina all'alba, gli Indù iniziano a compiere dai ghats le proprie abluzioni. Il posto migliore per i turisti che vogliono assistere a queste cerimonie rituali è da una barca che risale il fiume.

Secondo l'induismo l'unico posto della terra in cui gli dei permettono agli uomini di sfuggire al samsara, cioè all'eterno ciclo di morte e rinascita, è la riva occidentale del Gange a Varanasi, perciò nel corso dei secoli milioni e milioni di induisti sono venuti a morire qui.

Ed è sempre a Varanasi, nel Gange che ogni Induista desidera che vengano sparse le proprie ceneri, perciò le pire per la cremazione ardono 24 ore su 24 ed ogni sera, al tramonto, i brahmini danzano tenendo in mano delle sculture di luce, mentre le centinaia di persone che assistono, da terra e dal fiume, affidano alla "madre Ganga" delle fiammelle che rappresentano i propri sogni. Quanto più lontano la corrente porterà la propria fiammella, tanta più prosperità si avrà. Molte famiglie indù fanno di tutto per portare il proprio caro a essere cremato qui, quando i corpi arrivano in città si creano dei cortei per portare il defunto al ghat della cremazione. Il corteo non è triste come lo possiamo immaginare noi occidentali, al contrario avanza a passo di marcia, con il ritmo scandito dal grido di alcuni che ripetono Ram Nama Satya Hey!, che vuol dire "Il nome di Dio è verità", mentre il coro risponde Satya Hey, Satya Hey, cioè "Verità, verità"[


Quando, nel febbraio del 2014 sono passato ancora una volta per Varanasi. I miei ricordi.

 

RICORDARE VARANASI

La città dell’Uttar Predesh l’ho  raggiunta con il gruppo in aereo partendo da Kajuraho, la cittadina del Kamasutra.. L’hotel che ci ha ospitato per una notte fu l’ Hotel Varanasi Rivatas. Non me lo ricordo. Come gli altri  sarà stato interessante e accogliente. Il mio desiderio era quello di correre al Gange, anche perché  cominciava a farsi sera. Dovevo assistere alla preghiera della sera sulle rive del grande fiume. Nelle mie due precedenti visite di Varanasi non ho potuto assistere al rito che si compie ogni  ogni giorno, quando scende il sole (entro le 19). Dovevo correre perché si era fatto tardi. Il gruppo prese dapprima il risciò e correndo lungo una caotica strada assolutamente incredibile con i suoi luminosi negozzietti, frenetica nel traffico, urlante senza sosta per quei ‘cosi’ che trasportano gente e per le moto che fanno peripezie per passare oltre. Sul risciò guardavo quell’indù che pigiava sui pedali, alternandosi  sull’uno e sull’altro e facendo forza. Mi sentivo fuori posto, lì su quel risciò sballotato da ogni parte attaccato alle sue sponde.....Finalmente il gruppo raggiunge un punto della strada dove non si può passare con altri mezzi. Per raggiungere i gat (le scalinate che portano al Gane) bisogna correre a piedi in mezzo a una folla che si dirigeva, come un fiume, verso il luogo dove si celebrava il rito della preghiera della sera. La guida volle che io raggiungessi il Gange su un risciò. Il gruppo avrebbe proseguito a piedi. Ci siamo incontrati subito appena sopra il gat che di corsa abbiamo disceso per raggiungere la barca che ci avrebbe dovuto portare al largo per assistere al rito. Da lontano, al di sopra di una folla enorme vidi qei giovani che elevavano al cielo quella piccola ‘piramide’ di otto piccole fiamme: era la confora che bruciava. La canfora bruciando non lascia resti. Proprio come pensa l’hindù desiderando di raggiungere la liberazione del samsara. Con il piccolo campanello in mano i giovani bramini richiamavano i fedeli presenti numerosi davanti a quel che sembrava essere un palcoscenico, avendo alle spalle il fiume che lento scivolava nella sera. Sono rimasto a lungo pensieroso. Avevo visto un rito, e quindi una preghiera......i ‘devoti’  si erano rivolti alla dea chiamandola ad essere premurosa, buona nei suoi confronti. Il rito – si dice – costringe la dea a fare ciò che il fedele chiede. Anche loro dunque sono condizionati anzi determinati dal rito braminico. Pensavo alla mia fede, ai riti che come prete compio ogni giorno: la mia preghiera sale al ‘Mistero’ non per costringerlo ai miei desideri, ma per accogliere il suo dono, il suo amore. La mia ‘liberazione’ dal male è un dono suo che mi conduce al ringraziamento. Conosco un ‘Mistero’ che Gesù mi ha rivelato come Amore, come Padre e nel rito quotidiano dell’Eucaristia a Lui rendo lode e grazie nel Figlio suo, Gesù! Devo però pensarci su ancora molto a lungo: ma una certezza si è fatta chiara nella mia coscienza quella sera: anche loro gli hindù, tendono alla ‘liberazione dal male’ che è il loro pauroso karma. Anche loro tendono a concludere la loro avventura in quel Tutto, in quel Mistero che la loro ricerca intellettuale e riflessione  filosofica   ha saputo cogliere.

PASOLINI. Da 'L'odore dell'India' (2012)

Penso che la penna di Pier Paolo Pasolini sappia descrivere bene l’impatto con la città santa dell’India, Benares o Varanasi. In un suo piccolo libretto lo scrittore racconta una visita dell’India in compagnia di Alberto Moravia e di Elsa Morante. Nel 1961. Le emozioni e le sensazioni provate sono così intense da spingerlo a scrivere queste pagine. Recentemente, nel 2012 questo suo libro viene ristampato  dalla casa editrice Garzanti. Da questo interessante racconto   ‘prendo’ le pagine che raccontano la sua visita di Varanasi. Pasolini sa ‘dire’ bene ciò che anch’io ho provato scendendo al Gange in Varanasi, soprattutto la sera quando sicelebra il rito che chiude il giorno.  Anche se il racconto risale a oltre 50 anni fa, pare che niente sia cambiato. Ciò che lo scrittore racconta l’ho visto anch’io. Solo però che le mie emozioni e le mie riflessioni successive sono diverse  da quelle di Pasolini. A Varanasi ho potuto riflettere,dopo aver visto sull’irrefrenabile desiderio dell’uomo di giungere alla liberazione definitiva risolvendo la vita gettandosi nel fiume sacro e disperdendo le ceneri nel fiume che tutto purifica. Ho in qualche misura intravisto nella ricerca dell’uomo la ‘sconosciuta presenza di Dio’ meglio di quel Dio che facendosi uomo l’ha portato con il suo sacrificio alla pienezza della vita desiderata.

Ma veniamo al racconto di Pasolini (da pag. 107 e ss.):

“Benares (Pasolini è a Varanase quando ancora l’India era possedimento inglese)...l’aria è fredda,  come da noi nelle notti primaverili umide. La guida ci raccomanda di non dare a nessuno neanche un poco di elemosina. Scendiamo dal tassì e andiamo verso la riva del Gange. Infiliamo una strada circondata da muretti abitacoli, recinti, forse pareti di magazzini che si fa sempre più stretta e scura. (noi l’abbiamo percorsa in risciò a pedali...)E’ gremita da poveri esseri seminudi nella solita sordida danza dell’andare e venire (oggi questa sensazione incredibile e indicibile è testimoniata dalle sequenze fotografiche su  questo sito)...ne siamo circondati e pressati da tutte le parti. Sul selciato luccicante di chissà che atroci umori sono distese file di corpi: è tardi e molti dormono ormai, lì per terra, ai margini della strada. Ognuno al suo posto dove la sera si accuccia, spesso sono intere famiglie avvolti negli stessi stracci. Qualcuno non dorme, ma è come se fosse già coricato e aspetta di addormentarsi guardando il passeggio. Qualcuno ancora continua a mendicare tendendo la mano. Sono lebbrosi, ciechi per tracoma, affetto dal morbo di Cochin che dilata mostruosamente le membra: tutti pazienti di fronte al male e smaniosi di fronte alle necessità immediate Tendono spasmodicamente la mano. Lungo la strada c’è questo pietoso schiameno in un ammasso inestricabile di membra e cenci (personalmente a lungo ho guardato la gente dispesa sui gath al termine della preghiera della sera: un’impressionante puzzle di persone segnate da miseria e dalla sofferenza....).......Poi la strada discende e sbocca sulla riva tutta selciata coi lastroni anch’essi fetidamente lucidi; una foresta di tristi ombrelloni e di panche, riempite di fedeli che si apprestano a passare lì la notte e un ammasso informe di imbarcazioni che si intravvedono appena, dietro il luccichio del Gante (anche questa confusione l’ho vissuta scendendo alle barche alle rive del grande fiume; saliamo tutti quanti su un barcone che cerca di staccarsi dalla riva per assistere alla conclusione del rito della preghiera. Confesso che l’ho visto da lontano e a fatica.Ci sono però foto e video che documentano questa incredibile inimmaginabile esperienza che, torno a dire, mi  ha costretto a pensare e a gettare il mio sguardo al di là di ciò che vedevo per ‘sentire’ una presenza ‘misteriosa’ ma reale, quella di un uno ‘Sconoswciuto ma ben noto alla mia fede!)....Montiamo su una barca traballante – continua Pasolini – e questa lentamente si stacca dal fondo della scaletta, tra le tenebrose forme di altre barche e di altri esseri umani. Man mano che la barca si stacca vediamo apparire la riva in tutta la sua estensione: in altro, in fondo scintillano le luci  e controluce si eleva una specie di città di Dite ma di proporzioni modeste...Sono le pareti dei palazzi che i maraja e i ricchi si costruiscono per venire a morire sul  Gange; sono dei templi, sono delle catapecchie e sono dei muraglio ni di protezione ma tutto addossato e ammucchiato in un indescrivibile coacervo. In fondo brillano dei fuochi, su un’altra darsena simnile a quella che abbiamo appeno lasciato e che ora raggiungiamo, costeggiando un pezzo di riva nera e scoscesa, gremita di imbarcazioni. Arriviamo sotto i fuochi: sono i roghi dei morti: sono tre, due alti, come in cima a una scalinata e una più in basso, a pochi metri dal pelo dell’acqua. Scendiamo dalla barca traballante e ci inerpichiamo tra la polvere e i calcinacci, lungo un muraglione che pare sopravissuto a un terremoto. Raggiungiamo così lo  spiazzo l Penso che la penna di Pier Paolo Pasolini sappia descrivere bene l’impatto con la città santa dell’India, Benares o Varanasi. In un suo piccolo libretto lo scrittore racconta una visita dell’India in compagnia di Alberto Moravia e di Elsa Morante. Nel 1961. Le emozioni e le sensazioni provate sono così intense da spingerlo a scrivere queste pagine. Recentemente, nel 2012 questo suo libro viene ristampato  dalla casa editrice Garzanti. Da questo interessante racconto   ‘prendo’ le pagine che raccontano la sua visita di Varanasi. Pasolini sa ‘dire’ bene ciò che anch’io ho provato scendendo al Gange in Varanasi, soprattutto la sera quando s celebra il rito che chiude il giorno.  Anche se il racconto risale a oltre 50 anni fa, pare che niente sia cambiato. Ciò che lo scrittore racconta l’ho visto anch’io. Nulla è cambiato. Tutto ‘vive’

 Una sordida scalinata dove due roghu stanno bruciando. Intonro ai roghi vediamo accucciati molti Hinù coi loro soliti stracci. Nessuno piange, nessuno è triste, nessuno si dà da fare per attizzare il fuoco, tutti pare aspettino soltanto ce il rogo finisca, senza impazienza, senza il minimo sentimento di dolore o pena o curiosità (questo a Varanasi non l’abbiamo visto. Ma le pire che ardono bruciando i cadaveri li abbiamo visti in Nepal. Foto e video documentano il rito funebre...) Camminiamo tra di loro che sempre, così tranquilli, gentili e indifferenti ci lasciano passare fino accanto al rogo. Non si distingue nulla, solo del le gname ben ordinato e legato in mezzo a cui è stretto il morto: ma tutto è ardente e le membra non si distinguono dai piccoli tronchi. Non c’è nessun odore, se non quello delicato del fuoco (con la mia gente sono passato attraverso cataste di legna risalendo le scalinate del gath....impressionato dalla gente....Avevo raccomandato infatti prima di partire di osservare bene e con simpatia i volti spesso sfatti delle persone che incontravamo....)..Ci avviciniamo ai fuochi....assieme  a un gruppo di casuali amici sui cui volti sui cui stracci la fiamma colora  placidamente il suo laborioso agonizzare....Mai in nessun posto ,  in nessun atto di tutto il nostro soggiorno indiano abbiamo provato un così profondo senso di comunione, di tranquillità e quasi di  gioia....”

Pasolini non racconta l’alba sul Gange. Ci siamo arrivati con un poco di ritardo. Il sole si era già alzato. Da un barca a motore, stavolta, risaliamo il grande fiume e davanti ai nostri occhi si mostra in tutta la sua straordinaria   e affascinante bellezza la riva dove molti indù già si sono immersi nelle acque gelide del fiume. Il rituale si compie davanti alla nostra stupefatta curiosità:l’acqua che si prende dal fiume a larghe mani per farla scendere sul viso e sul corpo. Gli stracci, direbbe Pasolini, sono ormai saturi di acqua perché per diverse volte uomini e donne si lasciano coprire dal fiume, immergendosi interamente...e le mani giunte lo sguardo fisso al sole che sorge e dirada la nebbia....L’alba dorata al Gange....!

 

 

Citazioni.

Si chiamava Benares, ora il suo nome ufficiale è Varanasi. La città santa per antonomasia dell’India. Sul Gange con i suoi ghat le scalinate che degradano sul fiume, Varanasi promana un mistero senza pari. È la città dove molti Hindu si recano per il loro ultimo viaggio, quello verso la cremazione sulle pire, in riva al Gange, tra passanti, curiosi, commercianti, mucche, cani. È la città dove si possono incontrare centinaia di sadhu gli asceti seguaci del Dio Shiva, il più venerato, il Dio della distruzione, della morte. Ma la morte nell’ottica induista è anche rinascita, tappa nel ciclo della vita e della morte che porta al moksha, la liberazione finale dalle sofferenze terrene

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Photo Cerimonia serale
 sul ghat principale in Varanasi - Pictures and Images of Varanasi

A Varanasi impossibile non rimanere impressionati dalle cremazioni che di giorno e di notte e senza interruzione vengono praticate in alcuni Ghat, le grandi scalinate che degradano sul Gange. La morte come passaggio a un’altra vita per l’induismo, come uno dei momenti cardine del Samsara, il ciclo che comprende vita, morte, rinascita. Roberto Antonini ci conduce al Manikarnika Ghat dove ogni giorno vengono cremati centinaia di cadaveri, tra famigliari in lutto, passanti, barcaioli, cani, mucche

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Della grande triade dell’induismo, la Trimurti, Shiva è senz’altro e di gran lunga, lungo la valle del Gange, il dio più celebrato. Dio della distruzione e della morte, ma è anche colui che rigenera, è il sensuale protagonista della danza cosmica, incarna la calma più perfetta, ma anche l’ira distruttrice. Varanasi (Benares) è la città di Shiva e dei suoi seguaci, i più radicali dei quali hanno rinunciato quasi a tutto e girano nudi.

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GANGA
[IMG]http://www.ilcerchiodellaluna.it/immagini/Ganga.jpg[/IMG]

 

La madre indù dei fiumi viveva un tempo in cielo con sua sorella Uma.
Quando i demoni del male imperversavano sulla terra, la saggia Agastya ingoiò l’oceano dei demoni, ma la terra rimase arida e asciutta: infatti il calore nello stomaco della saggia era talmente alto che le acque evaporarono immediatamente. Mossa dalle preghiere del suo popolo, Ganga la celeste dea dell’acqua si precipitò sulla terra. Il potere di Ganga avrebbe potuto spazzare via il mondo, se non avesse incontrato ostacoli, ma il dio Shiva ricevette quel torrente sulla testa e salvò la Terra. Da allora la Dea incarnata nel sacro fiume Gange, scorre attraverso l’India. Secondo alcuni Ganga rimase anche nel cielo sotto forma di quel fiume celeste che chiamiamo la via lattea, mentre un’altra parte del Gange scorrerebbe sotto terra. Benares, dove si incontrano i tre Gange, era considerato uno dei tanti luoghi sacri a Ganga, a tal punto che la gente si immergeva ogni giorno in quelle acque purificatrici. I pellegrini vi si recavano come fanno ancora oggi una volta all’anno per approfittare della promessa di Ganga di lavare dieci peccati per ognuna delle ultime dieci vite del devoto che si immerge nelle sue acque. Molti devoti indù cercano addirittura di morire quando sono immersi nel Gange, perché la Dea che non assume forma umana, vive nel suo fiume; infatti Ganga assicura la liberazione istantanea tanto da ogni punizione quanto dalla reincarnazione a chi muoia nelle sue acque.
Ganga, che è una delle maggiori dee dell’induismo, compare spesso insieme ad altre potenti divinità, per esempio in coppia con Uma, o formando una triade con le altre dee del fiume, Saraswati, e Yauni; oppure compare in un gruppo di cinque divinità, insieme a Saraswati, Lakshmi, Durga, Savitri, tutti aspetti di Devi (la dea) e di Prakriti (la terra). Il ruolo di Ganga in tutte queste combinazioni è di garantire la salute, la felicità, la fertilità e la ricchezza materiale (Citazione....Grazie!)



 

 

A Varanasi a sera sul Main Gat o Dasawamedh Gat:la preghiera

Ogni sera, al calar del sole, sul Dasawamedh o Main Ghat e Assi Ghat ( ghat, in Hindi significa gradino. Qui indica la serie di gradini che scendono verso la riva del fiume) viene celebrata la Ganga Arati ovvero la preghiera indù di adorazione del sacro fiume Gange. I Bramini eseguono un cerimoniale con incenso e fuoco con dei gesti che sembrano una danza al suono di canti provenienti da autoparlanti. Molti fedeli assistono al rito, incuranti dei turisti. Benché si tratti di un rito importante, l’atmosfera non è certo composta e di raccoglimento. A parte poche persone che seguono il rito assorti dalla preghiera, la maggior parte degli indiani presenti, sembra sia come al cinema. Si siedono sulle gradinate, incontrano gli amici con i quali si intrattengono. I cellulari suonano in continuazione e non è di certo un problema rispondere. Comperano pop-corn e dolci dai venditori ambulanti e nessuna stranezza se a un certo punto passa qualche manovale che trasporta cemento tra la folla. Ma nel momento della benedizione tutti interrompono le loro faccende per avvicinarsi al fuoco sacro acceso dal bramino. A quel punto la luna ha già fatto capolino nel cielo e la sua luce riflessa sull’acqua è uno spettacolo magico

La preghiera serale alla Dea Ganga

Presso la religione induista, Arathi (che letteralmente in sanscrito significa conclusione, chiusura) è un rituale durante il quale la luce emessa da una fiamma di canfora viene offerta alla Divinità, o ad uno dei Suoi aspetti, attraverso le murti.
Arathi può anche indicare il canto devozionale che tradizionalmente viene intonato durante questo rituale. L'Arathi viene eseguito solitamente al mattino e alla sera, e come conclusione di una puja o di una sessione di bhajan; l'Arathi ne rappresenta il momento culminante.

L'offerta della fiamma di canfora ha un preciso significato simbolico: poiché arde senza lasciare residui, essa rappresenta l'ego che, una volta raggiunta la realizzazione spirituale, scompare senza lasciare alcuna traccia.

La preghiera al Gange con i sadhu

Un funerale a Katmandu in Nepal

Rito funebre nel Gange

I riti funebri indù
Le religioni e i riti - I riti
I funerali indù, Antyeshti, sono parte fondamentale della cultura indiana ma variano largamente a seconda degli usi regionali, le tradizioni familiari, lo stato civile del defunto e naturalmente la sua casta.

Circa quattromila anni fa i cadaveri nel subcontinente indiano venivano esposti agli elementi naturali, come ancora consueto nella religione dei Parsi, oppure sepolti nella terra, nelle acque di un fiume o in grotte. Col passare dei secoli la cremazione si affermò come rito principale, con alcune eccezioni quali i bambini piccoli, i Sadhu, e i morti per vaiolo o altre pestilenze. La cremazione divenne allora il passaggio fondamentale per permettere all'anima di raggiungere il più rapidamente possibile una nuova dimensione, evento non realizzabile finchè il vecchio corpo esiste come tale.

I riti funebri indù si dividono in quattro fasi:

I rituali da compiere quando la persona è ancora sul letto di morte, in agonia.
I riti che precedono e accompagnano la cremazione.
I riti che permettono il passaggio dell'anima del defunto dallo stadio Preta (spirito) a quello di Pitrs, antenato.
I riti in onore degli antenati, Pitrs.
Quando possibile si cerca sempre di trasportare a casa le persone in fin di vita. Le si pone col viso verso Est e una lucerna viene accesa vicino al capo del moribondo. Versi sacri vengono allora recitati nel tentativo di rianimare la persona ma, in caso di fallimento, il sacerdote ne dichiara la avvenuta morte. Mantra specifici vengono sussurrati nell'orecchio destro del defunto, gocce di latte o di acqua del Gange versate nella sua bocca e la sua fronte segnata con pasta di sandalo. La cremazione dovrebbe avvenire, se possibile, lo stesso giorno.

Come detto, i riti variano a seconda di molti fattori, ma le linee dettate dai Purana indicano che il cadavere debba venir lavato e vestito con abiti tradizionali nuovi. Venga poi adagiato prima sul suolo, e lì commemorato da parenti e amici, e in seguito posto su una sorta di barella in legno, adornata di fiori coi quali si ricoprirà lo stesso defunto, dopo che questo sia stato denudato e coperto da un telo che varia di colore a seconda del sesso e dello stato civile e l'età, spesso coi pollici e gli alluci legati insieme.

I parenti maschi del defunto portano dunque la barella sulle spalle fino al luogo della cremazione, se possibile passando per luoghi che furono significativi durante la vita appena spenta. Il luogo della cremazione, chiamato Shmashana, è tradizionalmente posto sulle rive di un fiume o del mare, dove la pira viene preparata. Su questa viene posto il cadavere volto verso Sud; tutti gli eventuali gioielli vengono rimossi e si pone dello sterco di vacca sul petto del defunto.

Presiedono il rito generalmente il figlio maschio primogenito, se il defunto è il padre, il maschio ultimogenito se la defunta è la madre, accompagnati dalle preghiere del sacerdote; le donne raramente sono ammesse alla cerimonia.
Il figlio dovrà dunque fare tre volte il giro della pira in senso antiorario, aspergendola con acqua o/e ghee - burro chiarificato - contenuti in un recipiente di terracotta che poi romperà schiantandolo al suolo, per poi accendere lui stesso i legni in corrispondenza della testa del defunto e poi abbandonerà la cerimonia. Si recitano preghiere per incoraggiare le varie parti del corpo a riunirsi con gli elementi: la voce con il cielo, gli occhi con il sole, il respiro col vento e così via.

Quando le fiamme avranno consumato il corpo - è necessaria qualche ora - i partecipanti al funerale tornano a casa, si lavano, si vestono di bianco in segno di lutto e puliscono la casa da cima a fondo, perchè considerata, come la famiglia intera, resa impura e contaminata dalla morte: non si recano nè al tempio nè a casa d'altri fino al completamento dei riti funebri.
Dopo due/tre giorni la persona che ha presieduto i riti tornerà allo Shmashana per recuperare le ceneri del defunto, che vengono nuovamente asperse d'acqua e separate quelle scure, provenienti dal legno, da quelle chiare, resto del corpo, così come recuperati i frammenti ossei ancora interi, chiamati Fiori. Questi resti vengono poi dispersi, accompagnati da fiori e lampade votive, in un fiume o in altre acque considerate sacre in una cerimonia chiamata Visarjanam.

Nei seguenti 10 giorni si osservano i riti atti a facilitare la migrazione dello spirito al regno degli Antenati. Si considera che se questa parte dei rituali viene omessa o mal applicata, l'anima si trasformerà in uno spirito maligno, Bhuta. Questi riti comprendono l'offerta di palline di riso, Pinda, alla foto del defunto, ai corvi, ai pesci del fiume o semplicemente abbandonate all'aperto. Dopo una settimana, dopo un mese e in fine un anno dopo la morte, i parenti officiano con un sacerdote la cerimonia chiamata Shraddha, di omaggio e ringraziamento agli Antenati tra i quali contano ormai il defunto. Oggi comunemente in India si celebra uno Shraddha globale in onore degli Antenati giusto prima della festività di Navaratri, una sorta di 2 Novembre locale.

Nel caso di personaggi celebri, eroi nazionale etc. nel luogo ove avvenne la cremazione viene eretto uno Samadhi, un memoriale che non contiene resti del defunto. Nel caso di santi, sadhu, etc. viene celebrato un funerale simbolico per commemorare la loro illuminazione raggiunta e l'abbandono della vita terrena al momento dell'assunzione dei voti, mentre al momento della morte effettiva verrano poi semplicemente sepolti in terra o in acqua.





I riti funebri indù
Le religioni e i riti - I riti
I funerali indù, Antyeshti, sono parte fondamentale della cultura indiana ma variano largamente a seconda degli usi regionali, le tradizioni familiari, lo stato civile del defunto e naturalmente la sua casta.

Circa quattromila anni fa i cadaveri nel subcontinente indiano venivano esposti agli elementi naturali, come ancora consueto nella religione dei Parsi, oppure sepolti nella terra, nelle acque di un fiume o in grotte. Col passare dei secoli la cremazione si affermò come rito principale, con alcune eccezioni quali i bambini piccoli, i Sadhu, e i morti per vaiolo o altre pestilenze. La cremazione divenne allora il passaggio fondamentale per permettere all'anima di raggiungere il più rapidamente possibile una nuova dimensione, evento non realizzabile finchè il vecchio corpo esiste come tale.

I riti funebri indù si dividono in quattro fasi:

I rituali da compiere quando la persona è ancora sul letto di morte, in agonia.
I riti che precedono e accompagnano la cremazione.
I riti che permettono il passaggio dell'anima del defunto dallo stadio Preta (spirito) a quello di Pitrs, antenato.
I riti in onore degli antenati, Pitrs.
Quando possibile si cerca sempre di trasportare a casa le persone in fin di vita. Le si pone col viso verso Est e una lucerna viene accesa vicino al capo del moribondo. Versi sacri vengono allora recitati nel tentativo di rianimare la persona ma, in caso di fallimento, il sacerdote ne dichiara la avvenuta morte. Mantra specifici vengono sussurrati nell'orecchio destro del defunto, gocce di latte o di acqua del Gange versate nella sua bocca e la sua fronte segnata con pasta di sandalo. La cremazione dovrebbe avvenire, se possibile, lo stesso giorno.

Come detto, i riti variano a seconda di molti fattori, ma le linee dettate dai Purana indicano che il cadavere debba venir lavato e vestito con abiti tradizionali nuovi. Venga poi adagiato prima sul suolo, e lì commemorato da parenti e amici, e in seguito posto su una sorta di barella in legno, adornata di fiori coi quali si ricoprirà lo stesso defunto, dopo che questo sia stato denudato e coperto da un telo che varia di colore a seconda del sesso e dello stato civile e l'età, spesso coi pollici e gli alluci legati insieme.

I parenti maschi del defunto portano dunque la barella sulle spalle fino al luogo della cremazione, se possibile passando per luoghi che furono significativi durante la vita appena spenta. Il luogo della cremazione, chiamato Shmashana, è tradizionalmente posto sulle rive di un fiume o del mare, dove la pira viene preparata. Su questa viene posto il cadavere volto verso Sud; tutti gli eventuali gioielli vengono rimossi e si pone dello sterco di vacca sul petto del defunto.

Presiedono il rito generalmente il figlio maschio primogenito, se il defunto è il padre, il maschio ultimogenito se la defunta è la madre, accompagnati dalle preghiere del sacerdote; le donne raramente sono ammesse alla cerimonia.
Il figlio dovrà dunque fare tre volte il giro della pira in senso antiorario, aspergendola con acqua o/e ghee - burro chiarificato - contenuti in un recipiente di terracotta che poi romperà schiantandolo al suolo, per poi accendere lui stesso i legni in corrispondenza della testa del defunto e poi abbandonerà la cerimonia. Si recitano preghiere per incoraggiare le varie parti del corpo a riunirsi con gli elementi: la voce con il cielo, gli occhi con il sole, il respiro col vento e così via.

Quando le fiamme avranno consumato il corpo - è necessaria qualche ora - i partecipanti al funerale tornano a casa, si lavano, si vestono di bianco in segno di lutto e puliscono la casa da cima a fondo, perchè considerata, come la famiglia intera, resa impura e contaminata dalla morte: non si recano nè al tempio nè a casa d'altri fino al completamento dei riti funebri.
Dopo due/tre giorni la persona che ha presieduto i riti tornerà allo Shmashana per recuperare le ceneri del defunto, che vengono nuovamente asperse d'acqua e separate quelle scure, provenienti dal legno, da quelle chiare, resto del corpo, così come recuperati i frammenti ossei ancora interi, chiamati Fiori. Questi resti vengono poi dispersi, accompagnati da fiori e lampade votive, in un fiume o in altre acque considerate sacre in una cerimonia chiamata Visarjanam.

Nei seguenti 10 giorni si osservano i riti atti a facilitare la migrazione dello spirito al regno degli Antenati. Si considera che se questa parte dei rituali viene omessa o mal applicata, l'anima si trasformerà in uno spirito maligno, Bhuta. Questi riti comprendono l'offerta di palline di riso, Pinda, alla foto del defunto, ai corvi, ai pesci del fiume o semplicemente abbandonate all'aperto. Dopo una settimana, dopo un mese e in fine un anno dopo la morte, i parenti officiano con un sacerdote la cerimonia chiamata Shraddha, di omaggio e ringraziamento agli Antenati tra i quali contano ormai il defunto. Oggi comunemente in India si celebra uno Shraddha globale in onore degli Antenati giusto prima della festività di Navaratri, una sorta di 2 Novembre locale.

Nel caso di personaggi celebri, eroi nazionale etc. nel luogo ove avvenne la cremazione viene eretto uno Samadhi, un memoriale che non contiene resti del defunto. Nel caso di santi, sadhu, etc. viene celebrato un funerale simbolico per commemorare la loro illuminazione raggiunta e l'abbandono della vita terrena al momento dell'assunzione dei voti, mentre al momento della morte effettiva verrano poi semplicemente sepolti in terra o in acqua.
(Da www.guida India su Wikipedia. Grazie!