Sono sempre attento alle vicende della Chiesa maronita in Libano. Ogni settimana mi procuro notizie sul web (altre fonti davvero mancano oppure sono scritte in arabo....) Il perchè  credo sia noto: amo quella Chiesa che opera in Libano in un contesto politico e sociale davvero critico. Le difficoltà nascono dell'irriducibile contrapposizione tra sciti e sunniti, arabi che si rifiutano e si conbattono, non solo nel sud del Libano ma in tutta la regione mediorientale, E di recente a motivo della tragica situazione siriana, per la presenza di profughi siriani che sono ormai un milione e mezzo, un quarto della popolazione libanese.E poi il mio affetto per quella terra nasce dai rapporti amicali con molti maroniti dai quali più volte sono stato accolto in viaggi ed anche con soste piuttosto lunghe in visita a uno dei paesi più interessanti e più belli del Medio oriente, il loro Libano. In particolare per l'amicizia che mi lega a un vescovo maronita, S. Eccellenza Mons. Hanna Alwan. Spero un giorno di incontrare il suo Patriarca che non si pace davanti agli enormi bisogni della sua gente.  Quesa quinta pagina dedicata alla chiesa maronita si apre con due 'pezzi' di attualità. Il primo è una relazione sull'intervento all'Onu del patriarca Rai, il secondo su un santuario mariano che non ho ancora visitato  ma che mi pare davvero interessante sia dal punto di vista storico che devozionale.

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10 aprile 2014

Siria. All'Onu il card. Raï condanna il fondamentalismo e sollecita soluzioni per i profughi

Béchara Boutros Raï, cardinale patriarca d'Antiochia e d'Oriente, ha tenuto nella sede Onu di Ginevra, una conferenza sul tema dei cristiani, la pace e il futuro in Medio Oriente. Tre i punti toccati: la presenza dei cristiani nel mondo arabo, una ricchezza di tradizioni e iniziative sociali nei vari Paesi che ha promosso valori morali e umani, in una costante testimonianza di ricerca di convivialità tra le differenze. In secondo luogo la destabilizzazione attuale del Medio Oriente, dovuta ai tanti colpi di stato, alle lotte ideologico-religiose, al trionfo di rivoluzioni come quella di Khomeini in Iran, alla deviazione fondamentalista che ha pressoché annullato i frutti iniziali della "primavera araba" e le ingerenze di Paesi occidentali che mantengono vivi i conflitti.

Infine, il cardinale si è soffermato sulle prospettive di futuro per la Siria, facendo suoi, da un lato, i richiami di Papa Francesco ad una soluzione politica, fatta di dialogo e di negoziazioni e, dall'altro, gli interventi di mons. Silvano Tomasi, nunzio apostolico e osservatore permanente presso le Nazioni Unite, che più volte ha ribadito analoghe vie di risoluzione del conflitto, nel rispetto reciproco, liberando fede e politica da strumentalizzazioni reciproche. Il milione e mezzo di rifugiati in Libano, vittime del conflitto siriano, non possono più attendere una soluzione al dramma che stanno vivendo.

Il patriarca, al termine del suo intervento, ha ribadito che persistono numerosi elementi in comune e complementari tra cristiani e musulmani, vissuti da più di un millennio tra le due culture che costituiscono una base solida per il futuro.

A margine della conferenza Gabriele Beltrami ha rivolto al cardinale Béchara Boutros Raï, patriarca d'Antiochia e d'Oriente, alcune domande a partire dalle parole di Papa Francesco all'Udienza Generale relative all’uccisione del sacerdote gesuita P. Frans van der Lugt lunedì scorso in Siria:

R. - Ci rincresce molto l'assassinio del padre che conosciamo molto bene dal Libano. Penso che è sia stato ammazzato da fondamentalisti i quali, perseguitano i cristiani dichiaratamente e anche i musulmani. Ogni fondamentalismo commette atrocità, violenza, terrorismo, morte, assassinio, lo fa a nome della religione, quindi danneggia la religione stessa. Certo questa non è la figura dell'Islam. L'Islam è un'altra cosa, ha i suoi valori. Dovrebbero i moderati, che sono la maggioranza, condannare. Purtroppo non condannano apertamente e noi insistiamo affinché questa posizione sia presa chiaramente. Spesso non lo fanno perché hanno paura di essere perseguitati. Questo noi lo sappiamo e rispettiamo. Però voglio dire alla comunità internazionale e all'opinione pubblica che la maggioranza dei musulmani sono moderati. Mi dispiace che una scelta politica sta fomentando e promuovendo il fondamentalismo. Prendiamo il caso dell'Egitto: i fratelli musulmani sono stati aiutati finanziariamente da grandi potenze per ottenere il potere. Questo cosa vuol dire? Vuol dire che questa scelta politica vuole fomentare i conflitti dentro l'Islam stesso, ma anche vuole mostrare, per il bene di qualcuno, che è impossibile la convivenza tra gli uomini e, socialmente, tra le diverse civiltà. Bene, vogliamo salutare il popolo egiziano che ha potuto fare questa rivolta, la stessa cosa in Siria. Mi dispiace molto che la gente voleva le riforme: erano delle manifestazioni giuste e vere. Sono state soppiantati a questi gruppi fondamentalisti e, volendo o non volendo, paesi dell'Oriente - volendo dell'Oriente - dell'Occidente, volendo o non volendo, volevano sempre mandare armi ai ribelli: a chi andavano? Ai fondamentalisti, ai mercenari, vuol dire he c'è una scelta politica latente che vuole destabilizzare le società. Bisogna che non solo i moderati musulmani denuncino apertamente, ma bisogna che la comunità internazionale si renda conto che non può continuare a promuovere e sostenere e consolidare e fortificare i gruppi fondamentalisti, perché non sono solo un pericolo per la regione, per i cristiani, sono un pericolo per la pace mondiale. Quando, se escono fuori questi gruppi fondamentalisti che non fanno che il terrorismo, chi li può domare? Bisogna che la comunità internazionale prenda coscienza e che faccia ascolto alla voce del Santo Padre Francesco.

D. - In una recente intervista ha messo chiaramente in discussione che si possa ancora parlare di guerra civile in Siria dopo le tante ingerenze internazionali che, secondo lei, alimentano solo le ostilità. La sua è una denuncia forte: che reazioni ha ottenuto fino ad oggi?

R. - Quelli che non vogliono la pace e non vogliono soluzioni politiche rifiutano questo discorso. E io l'ho sperimentato personalmente quando dicevo già all'inizio della guerra in Siria, perché sono cosciente e lo dico dichiaratamente, pubblicamente: quando io facevo appello ad una soluzione pacifica e politica in Siria, allora dicevano che io sostengo il regime. Quindi mi sono consolato perché fin dall'accesso di Papa Francesco non cessò mai di richiamare alla soluzione politica. Quindi chi non vuole la pace, non accetta il tuo discorso; chi vuole la guerra non accetta il discorso per la pace; chi vuole l'oppressione non accetta il discorso della giustizia; chi vuole inimicizie non accetta il discorso della fratellanza. Però questo non vuol dire che dobbiamo tacere: dobbiamo sempre dire la verità, richiamare alla giustizia, all'amore perché siamo tutti uomini e anche alla libertà. Questi sono i quattro pilastri di papa Giovanni XXIII della pace: verità, giustizia, libertà e amore. Se questi pilastri non esistono, allora la pace non può esistere. Ecco la voce profetica della Chiesa.

D. - Sembra che in Medio Oriente la ricerca di pace stabile e di riforme eque attese da tempo, si sia arrestato o quantomeno rallentato. Lei parla di "fortissima crisi storica della stessa portata della fine dell'impero ottomano e della divisione della regione che ne seguì più di un secolo fa": quali le piste per una risoluzione?

R. - All'origine di tutto quello che sta avvenendo nel Medio Oriente, sta il conflitto israelo-palestinese e israelo-arabo. Sono due conflitti: quello israelo-palestinese riguarda il territorio palestinese. Gente cacciata dalla terra, la sua terra, e vivono miseramente nei campi. Quello israelo-arabo è che Israele occupa paesi arabi, libano, Siria, Palestina e nonostante le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza non vengono applicate. Bene: né i palestinesi hanno diritto di ritornare, né hanno diritto di formare il loro Stato, né l'esercito israeliano applica le risoluzioni per lasciare: vuol dire che non vogliono la pace. E da questo conflitto nascono, si alimentano, come da un fuoco, gli altri conflitti del Medio Oriente. Son riusciti a creare il conflitto tra i musulmani, hanno cercato di farlo tra cristiani e musulmani, ovunque, specialmente in Libano, con la guerra del Libano: non sono riusciti perché la cultura libanese della convivialità ha sopravvalso. Sono riusciti a creare questo grande conflitto tra sunniti e sciiti, tra moderati e fondamentalisti e integristi, il conflitto in Egitto tra moderati e fratelli musulmani che sono piuttosto integristi. In Irak hanno infuocato il conflitto sunniti-sciiti. Tutti i giorni si ammazzano a vicenda. In Siria non è lotta tra siriani sunniti e sciiti, lì non ci sono sciiti: si tratta di lotta di paesi sunniti e paesi sciiti capeggiati, i sunniti dall'Arabia Saudita, gli sciiti dall'Iran. Questi stati fanno la guerra in Siria attraverso l'opposizione, da una parte, e attraverso i gruppi fondamentalisti e mercenari che vengono da diversi paesi occidentali e orientali. Questa è la grande tragedia: se la comunità internazionale vuole veramente la pace nel Medio Oriente, devono cominciare a risolvere il conflitto israeliano-palestinese, israeliano-arabo.

D. - Il Libano ha accolto un milione e mezzo di profughi siriani, un terzo della popolazione libanese: qual è oggi la situazione e le prospettive per loro?

R. - Il Libano, eccezionalmente ad altri paesi, anche di natura non ha potuto chiudere le porte, non ha potuto mai dire basta, perché in Libano c'è una parola che dice: "Le mani che hanno conosciuto i chiodi, inchiodate dai chiodi, solo loro sanno toccare le ferite". Noi abbiamo sperimentato e noi sempre abbiamo detto, io ed altri: "Fossimo noi al loro posto! Fossero le nostre famiglie!". Quindi noi non possiamo chiudere la porta alla gente innocente. Questo non vuol dire che il Libano deve assumere da solo questo peso. Non si tratta solo di grande peso economico-sociale perché sono senza niente per vivere, per vestirsi, per mangiare, per le scuole. Grande peso sociale, economico, securitario perché entrano anche le armi. A lungo andare questo minaccia l'identità del Libano, la fisionomia sociale e la cultura libanesi e minaccia specialmente la sicurezza del Libano perché questi verranno strumentalizzati politicamente: è gente opperssa , gente ferita quindi vive nella reazione e può vendersi a tutte le correnti. Una volta il beato Giovanni Paolo II disse all'ONU (che) non basta denunciare i fondamentalisti e integristi, bisogna vedere perché esistono , dove stanno le cause perché se c'è oppressione e ingiustizie nel mondo la reazione sono questi gruppi fondamentalisti. Bisogna aiutarli (i profughi) certo, ma bisogna anche salvare il Libano. Noi chiediamo oggi che siano stabiliti campi sia all'interno della Siria dove hanno molto spazio di sicurezza sotto il controllo dello Stato e se per caso fosse difficile far passare gli aiuti attraverso le frontiere siriane, a causa che il regime ha paura che non entrino anche i mercenari, noi proponiamo che sia sulla "no man's land", cioè tra le due frontiere. Però adesso lo stesso problema è che vivono in mezzo ai villaggi: non abbiamo spazio in Libano. Il Libano sono montane e valli e qualche pianura. Quindi faccio un appello alla comunità internazionale: non bisogna sacrificare un paese il quale è democratico , un paese dove c'è la convivialità tra musulmani e cristiani organizzata dalla costituzione. Volete democrazia? Nel Medio Oriente la porta il Libano! Volete diritti umani e fondamentali? Il Libano! Volete le libertà, tutte le libertà pubbliche? E' il Libano! Volete convivialità di religioni, culture? E' il Libano! Per favore, non sacrificate il Libano perché con il senso umanitario riceve gente sinistrata. Spero che questo appello arrivi a delle coscienze e a delle buone volontà per non creare un altro problema ancora: non vogliamo rinunciare noi a questa nostra cultura cristiana, però, per favore, che il mondo aiuti questo paese di cui ha detto Giovanni Paolo II che è un messaggio e modello per l'Oriente e l'Occidente, per dire è possibile vivere insieme essendo diversi.
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La Madre di Dio nella storia della Chiesa Maronita

La Santa Vergine, il Libano, i Maroniti. Tre realtà compenetrate e inscindibili

Madre Di Dio - Harissa

La comunità monastica maronita è stata fondata nel IV° secolo dal santo anacoreta Maroun, e fu successivamente trasformata in Chiesa patriarcale agli inizi dell’VIII° secolo, a seguito della vacanza della sede di Antiochia già occupata dagli Arabi. A causa di una serie di feroci persecuzioni la sede patriarcale antiochena-maronita venne trasferita, agli inizi del X° secolo nella regione del Monte Libano già evangelizzata da discepoli di San Maroun fin dal V° secolo. In Libano i Maroniti divennero un popolo e una nazione, organizzata e diretta dalla Chiesa la cui sede patriarcale fu consacrata alla Vergine Maria. Per comprendere l’intimo rapporto che ha sempre unito la Chiesa maronita alla Madre di Dio è fondamentale considerare due dati interessantissimi: un testo siriaco maronita che si trova al British Museum e un’icona scoperta provvidenzialmente durante un restauro ad opera delle suore carmelitane del convento della Theotokos.

Il testo

Si tratta di un manoscritto del XII – XIII secolo che contiene una raccolta di Beth Gazo (letteralmente tesori). Si tratta di canti e inni su temi differenti, ma tutti, in qualche maniera facenti riferimento alla Madre di Dio. Questi canti costituiscono, secondo le affermazioni di due studiosi (l’Abbè Tabet e Monsigor Boutros Gemayel) un elemento costante di tutti i servizi liturgici della Chiesa siro-maronita. L’importanza di questa fonte liturgica sta nel fatto che è precedente a qualunque influenza latina ed è quindi rivelatrice di una teologia e di una spiritualità autentica della Chiesa maronita. I canti alla Madre di Dio riguardano tutte le feste mariane che accompagnano il ciclo liturgico di questa Chiesa orientale, dalla festa della Visitazione fino a quella della Dormitio celebrata il 15 agosto e considerata una tra le più grandi feste nelle Chiese orientali in generale e in quella siro-maronita in particolare. Tra le feste più antiche troviamo quella di Nostra Signora delle semenzi e di Nostra Signora delle vigne che erano probabilmente feste dedicate a dee pagane convertite in onore della Madre di Dio. Lo spirito che emana da questi canti è particolarmente concentrato sulla maternità divina di Maria, chiaramente menzionata in tutte parti di questi canti. Questo tema ricorrente rivela la solida fede dei Maroniti nel mistero dell’Incarnazione che costituisce la fonte di tutte le glorie della Santa Vergine: la sua perfetta purezza, la sua verginità perpetua e sopranaturale, la sua Assunzione ed infine la sua elezione a Nuova Eva che offre ad Adamo il frutto della vita.

La mariologia maronita è profondamente cristologica. La Madre di Dio accompagna suo Figlio lungo tutto il percorso della sua economia salvifica. E’ una posizione teologica e spirituale frutto della scuola monastica fondata da San Maroun e dai suoi discepoli. Di questa scuola Teodoreto di Cyr scrisse: “ Così furono questi monaci: gente semplice, umile tutta piena dell’amore di Cristo, virtuosi fino all’eroismo, completamente consacrati alla contemplazione di Dio ed alla santificazione delle loro anime, obbedienti alla gerarchia ecclesiastica” . Queste caratteristiche convinsero l’imperatore Teodosio, all’indomani del Concilio di Calcedonia, a iniziare la costruzione di un grande monastero dedicato a San Maroun sull’Oronte, nella pianura di Apamea, monastero che divenne un baluardo dei difensori degli insegnamenti conciliari sulle due nature di Cristo di fronte all’eresia monofisita.

La fede dei maroniti sulla veridicità dell’Incarnazione di Cristo, annunciata e sostenuta a prezzo di gravi sacrifici è la chiave di volta di tutta la loro mariologia. Una mariologia sempre basata sull’unione tra la Madre e il Figlio. La nascita di Cristo nell’umano seno della Vergine Maria, “senza che Egli si allontani dal Padre”, costituisce la porta d’entrata principale ad una venerazione mariana sana ed eminente espressa dalla Chiesa maronita nel corso dei secoli. Questa Chiesa testimone e missionaria eleva incessantemente le sue preghiere alla Santa Vergine affinchè Ella protegga e accompagni il suo cammino e la sua missione. “Che la tua preghiera sia sempre con noi o Madre di Dio” è il canto che unisce i Maroniti del mondo intero attraverso la loro storia

L’icona conosciuta come icona di Nostra Signora di Ilige

Ilige è un piccolo villaggio situato sulla montagna sopra Byblos. Qui è rimasto il patriarcato maronita dagli inizi del XII° secolo fino alla metà del XV°. Nel 1980 l’Ordine Maronita Libanese, che gestiva l’antica sede patriarcale, decise di restaurare un’icona posta in una cappella e venerata da tutte le popolazioni dei villaggi circostanti. Per fare questo l’icona venne trasferita al convento delle suore carmelitane di clausura della Theotokos ad Harissa. La tavola che raffigurava la Vergine Maria con il Bambino in braccio era particolarmente danneggiata dal fuoco e dall’ umidità. Nel corso dei lavori di restauro le suore, esperte di iconografia, scoprirono che sotto lo strato di pittura ve ne era un altro, completamente coperto da quello successivo. Per poter effettuare un lavoro ed una ricerca più completa l’icona venne inviata in Francia dove, per ben sei anni, degli esperti compirono un’opera ed una ricerca minuziosa che permise di scoprire la figura originale: un affresco risalente al X° secolo che rappresenta una figura della Madonna del tutto simile a quella di icone ancora precedenti (VI e VII°) secolo conservate a Roma e in Calabria. Questa figura della Madonna, secondo la tradizione teologica antiochena, sarebbe ispirata da una figura originale dipinta addirittura dall’Evangelista Luca. L’icona della Madre di Dio rivela e conferma quindi la linea teologica dei maroniti e la loro fede nella natura umana di Cristo e nella Maternità Divina di Maria.

Secondo il vescovo Boutros Gemayel l’icona di Ilige ricapitola nei suoi strati di pittura le peripezie della storia della Chiesa Maronita. E’ probabilmente l’icona che ha accompagnato i patriarchi e i monaci durante i loro spostamenti causati dalle persecuzioni a partire da quello del X° secolo quando decisero di abbandonare il grande monastero sull’ Oronte. Arrivarono in Libano, accompagnati dalla loro Madre che non ha mai cessato di proteggerli. Ella è arrivata in Libano, terra del suo cantico dei cantici, per essere la Regina amata da tutti e la Madre che veglia per fare del Libano un messaggio di amore che sopravviva a tutte le aggressioni.

Jocelyne Khoueiry *

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10 aprile 2014

Avevo da tempo pensato di conoscere la  testimonianza di fede di un italiano,  eremita in . Una figura che suscita domande e pone degli interrogativi, anche a gente di quedsta epoca e di queste società. Dal suo eremo ha parlato nel silenzio eremitico al mondo di oggi consegnando una notizia che se presa sul serio sconvolge il nostro modo di vivere il tempo che ci viene dato. Questa storia l'ho ripresa dal sito 'Osservatorio libanese'.

 

Padre Romano Bottegal sacerdote, trappista, eremita in Libano

Padre Romano Bottegal, sacerdote, monaco trappista, eremita prima in Libano e in Israele, poi di nuovo in Libano e qui a Jabbouleh,  infine, con il 15° anno della sua vita eremitica, anche recluso - perché l’Amore, Dio, lo spinse a lasciare Gerusalemme per viverne lo spirito e la missione, per essere un “sitio d’amore”, una  vittima per la pace -, è un monaco e un mistico contemplativo.

LA VITA

A San Donato di Lamon (Belluno) (1921- 1933)

Romano Bottegai nasce  il 28 dicembre 1921 nella frazioncina di Galline,  a San Donato di Lamon  ( Belluno ). E’ figlio Romano e di Emilia Tiziani. Il 31 dicembre 1921 fu battezzato dal parroco don Giulio Strapazzon, e fu chiamato Romano – Donato, i nomi del padre e del nonno paterno.  E’ ultimo di sei fratelli. Vive la sua infanzia e la sua fanciullezza e frequenta la Scuola Elementare (le prime quattro classi) a San Donato. Il 25 giugno1927, a sei anni, riceve il Sacramento della Cresima in seminario

A Feltre (Belluno) (1933 – 1946)  

Romano Bottegal in seminario

Il 2 ottobre 1933, esauriti i possibili corsi scolastici a S. Donato di Lamon, entra nel Seminario di Feltre con il vivo desiderio di diventare sacerdote. Inizia l’anno scolastico 1933-34 con altri 24 compagni. Da note dell’archivio del Seminario risulta: “era di spirito buono, volontà ottima, ottimi i segni di vocazione” .

A Feltre ebbe come vicerettore il suo paesano don Virgilio Tiziani che lo ricorda: “…tutto intento alla preghiera per la preparazione al sacerdozio.”

Ebbe come Padre spirituale don Antonio Dal Covolo che scrive di lui: “Non era solo pio, mite e sorridente, ma era anche molto generoso, coraggioso, capace e intelligente, e sapeva bene nascondere tutte questa capacità e doni.”

A Belluno

A ottobre dello stesso anno 1939 entra nel Seminario di Belluno. Ebbe come Rettore Mons. Angelo Santin, e come Vicerettore don Albino Luciani , futuro papa, che di quel periodo e del nostro Bottegal scrive: “un temperamento che , sotto il sorriso e la dolcezza, conduceva Romano diritto e inflessibile verso le mete che apparivano segnate da Dio, dopo che ne aveva conferito con i superiori e con il Direttore Spirituale.”

Rileggendo attentamente la sua vita, ci si accorge che già nell’anno 1943 coltiva le prime attenzioni alla possibilità di una scelta per una vita monastica, chiamata che realizzerà dopo l’ordinazione sacerdotale.

Nell’anno 1943 invia la sua prima lettera alla Trappa delle Tre Fontane di Roma.

Il 20 marzo 1942 riceve la tonsura. Nell’anno scolastico 1942-43 è Prefetto dei Chierici nel Seminario di Belluno, e nel 1943-44 dei seminaristi nel Seminario di Feltre.

Il 18 dicembre 1943 riceve gli ordini minori dell’Ostiariato e del Lettorato.

Il 23 dicembre 1944 gli Ordini minori dell’Esorcistato e dell’Accolitato.

Il 1° luglio 1945 fa il passo del Suddiaconato, insieme ad altri sei compagni.

Il 22 dicembre 1945 è consacrato Diacono dal Vescovo Girolamo Bordignon, e incardinato nella Diocesi di Feltre.

Il 29 giugno 1946 riceve l’Ordinazione Sacerdotale da Mons. Girolamo Bordignon, nella Chiesa di San Daniele di Lamon, Alla fine dell’estate di uno di quelli anni che precedono la sua ordinazione sacerdotale, il Parroco don Bruno Bersaglio, nella relazione ai superiori del Seminario di Belluno scrive: “Di profonda pietà, buono con tutti, non criticava mai nessuno.”

Più tardi dirà: “Mostrava chiara, fin da allora, la vocazione monastica”.

Il 30 giugno 1946 celebra la sua prima Santa Messa solenne fra parenti amici e paesani nella Chiesa parrocchiale di San Donato.

Sul santino-ricordo della sua prima Messa aveva scritto:

“Cosa pose nelle mie mani il Signore allorché pose il suo Figlio Unigenito!

Nelle mie mani pose il cielo che io posso aprire e chiudere.”

Monaco Cistercense alla Trappa ( 1946-1964 )

Monaco a Tre Fontane, Roma

Don Romano , ordinato Sacerdote, puntò subito a realizzare la chiamata alla vita monastica che sentiva impellente dentro di sé.

Il Vescovo Bortignon scrive:

“ricordo benissimo il di lui atteggiamento ed il mio rispetto alla vocazione trappista . La mia negativa proveniva solamente dalla carenza di clero nella Diocesi di Feltre a cui apparteneva Romano. Il suo andarsene senza il permesso del Vescovo lo attribuisco ad un impulso dello Spirito Santo. Della cosa ebbi occasione di parlare in udienza al papa Pio XII che mi tranquillizzò dicendomi che la Chiesa ha tanto bisogno di oranti-monaci. ”

Dopo l’Ordinazione sacerdotale il Vescovo aveva fatto a don Romano alcune proposte di ministero pastorale in Diocesi :

1. Seguire e animare l’adorazione eucaristica perpetua, istituita proprio in quell’anno 1946, nella Chiesa di San Rocco a Belluno. E attendere a questo impegno “esclusa ogni attività esterna”

2. Essere Direttore Spirituale del Seminario di Feltre

3. Cooperatore, alla Cattedrale di Feltre, dell’Arciprete Mons. Candido Fent..

In effetti il neo-sacerdote fu solo per tre settimane cappellano del Duomo di Feltre.

Ogni tentativo a trattenerlo fu inutile .

Il 5 agosto 1946 , trentacinque giorni dopo l’ordinazione sacerdotale, Don Romano Bottegal giunse nella Comunità monastica per iniziare una vita che “il mondo chiama inutile”

Con la Madre a Roma

La mamma Emilia e la sorella Gioconda lo accompagnarono da San Donato a Feltre, con la corriera da Lamon.

La sorella Gioconda fino a Roma.

Viene ammesso subito fra i Cistercensi della stretta osservanza (Trappista) dell’Abbazia della Tre Fontane a Roma.

Non tornerà più a San Donato o nel Feltrino.

Inizia la sua straordinaria avventura di monaco cenobita prima e poi di eremita,  fino alla morte.

8 settembre 1948, due anni dopo il suo ingresso, emette i voti semplici o temporanei, che dureranno tre anni.

Nello stesso giorno è nominato maestro dei fratelli conversi.

Nel 1949 -50 è anche maestro dei novizi.

8 settembre 1951 : fa la professione solenne con i voti perpetui. E’ ormai per sempre monaco Cistercense.

Il 15 giugno 1953 ottiene all’Università Gregoriana di Roma la Licenza in Teologia,: “9/10 “cum laude.” Si era dedicato agli studi negli ultimi due anni: 1952, 1953.

Luglio 1953, nonostante i suoi ripetuti tentativi di togliere ogni attenzione dalla sua persona, è nominato Priore della sua Comunità alla Tre Fontane.

Nel 1954: è nuovamente Maestro dei novizi.

Nel 1957: è sostituito come Priore.

 

Nel 1958: Nuovamente nominato Priore e vi resterà fino al 6 luglio 1961, data in cui incomincia una nuova avventura, quella di Monaco eremita.

In questa data incomincia una esperienza eremitica a Cafaggiolo in Toscana.

In quegli anni aveva seriamente pensato alla nuova vocazione alla quale il Signore lo chiamava: la vita monacale “in solitaria”.
Continua poi la vita eremitica, vicino alla Trappa di Roma, per brevi periodi e con difficoltà, perché non ha il consenso chiaro dei superiori.

Vita eremitica (1961 – 1978)

Nel 1961 l’Abbate di Tre Fontane riceve una lettera dall’abate del Monastero di Latroun, del Patriarcato di Gerusalemme: è una richiesta di monaci, disponibili per una fondazione in Libano. Padre Romane vide subito in quella richiesta un segno della Provvidenza per realizzare la sua vocazione monacale ed eremitica nella Terra Santa e in Libano.

Il 5 agosto 1961 parte da Roma per Napoli,   l’8 agosto 1961 parte da Napoli e lascia l’Italia diretto a Latroun in Terra Santa.

Monastero di Latrun

Nel 1963 riceve l’indulto per poter celebrare la Messa in Rito Maronita.

Il 22 giugno 1963 è inviato in Libano, per studiare e perfezionarsi meglio nella lingua araba, nella lingua siriaca e nella Liturgia Maronita.

A settembre ritorna Latroun e il 9 dicembre ritorna in Italia, chiamato dal suo Superiore, nel monastero di Roma. Ripete varie esperienze di vita eremitica in Italia e in Francia.

Il 29 ottobre 1963 ottiene dalla Congregazione dei Religiosi della Santa Sede il permesso di esclaustrazione per dedicarsi alla sua vocazione eremitica: permesso di tre anni. Riparte per il Libano e in novembre viene accolto dal Vescovo Cattolico di Baalbek, Mons, Ioseph Maalouf.

Nel dicembre 1964 vive in una abitazione provvisoria a Jabbouleh.

 

Nel 1965 compie un ampio pellegrinaggio nella Terra Santa e poi ritorna – in luglio – nel suo eremo di Jabbouleh:

padre Romano sorpreso davanti al suo eremo di Jabboulè

 

padre Romano con suor Rita

Dal 1965 al 1967 ritorna in Italia altre quattro volte, sempre chiamato dai Superiori. Vi rimane per brevi periodi.

Il 28 luglio 1967 ottiene dalla Santa Sede il permesso di esclaustrazione perpetuo, ad nutum Sanctae Sedis .

Potrà definitivamente dedicarsi alla vita eremitica di preghiera, di contemplazione, di vita in Dio nello Spirito, di sacrificio e di offerta per tutta l’umanità.

Il Padre Abate don Domenico Turco, che lo aveva accolto a Roma nel suo primo ingresso alla Trappa, scrive di lui “Penso che la sua vita di preghiera e di penitenza, più di ogni altra cosa, saranno di giovamento a molti, e il suo esempio sarà un richiamo in questo tempo di tanto edonismo. Penso che egli possa trovare ampia libertà di seguire la via dura e aspra per la quale pare che il Signore lo voglia attirare a sé.”

Dal 1967 al 1978 vive intensamente la sua vita eremitica prevalentemente in Libano, a Baalbek, nella Valle  Bekaa, nel suo eremo di Jabbouleh.

esterno dell’eremo di padre Romano

All’inizio del mese di febbraio 1978 viene ricoverato, contro la sua volontà, prima all’ospedale di Baalbek poi all’Hotel Dieu di Beyrout.

Muore il 19 febbraio 1978, dopo 32 anni di sacerdozio, 18 anni di vita cenobitica e 14 di vita eremitica , a 56 anni e un mese e mezzo della sua vita.

Degli ultimi momenti della sua vita scrive un suo confratello, padre Havenith:  “Soffriva il martirio. Mi ha fatto pensare a Cristo crocifisso, offerto nudo e sofferente agli sguardi di tutti. Finalmente è morto solo, nella sala delle cure dette intensive, dove nessuno può entrare . La sua morte è stata veramente la morte di un crocefisso.”

Aveva desiderato finire i suoi giorni nella nudità della sua baracca, dopo aver celebrato e ricevuto l’Eucaristia, lasciando ai fratelli di avvolgerlo in un telo ( al modo monastico) che si era procurato e deporlo nella fossa che si era scavato da tempo: come un chicco di grano posto sulla nuda terra.

Dio disponeva diversamente perché il suo spogliamento fosse più completo, la sua nudità più totale.

Si è scritto, si scriverà ancora molto di questo uomo di Dio che ha desiderato nascondersi in Dio per vivere intensamente la sua vita alla luce e al calore dello Spirito che dà vita, per offrirsi al Padre come Cristo per il bene di tutti.

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Vorrei poter 'lasciare' su queswto sito una documentazione sul lavoro pastorale che sta svolgendo il Patgriarca maronita, a fronte soprattutto dei tragici eventi in Siria. Ma sono troppi. Mi permetto di offrire  qualcuna di queste notizie perchè si veda con quanto impegno i pastori di quelle terre tentanto di far capire la realtà della situazione quanto stanno facendo a sostegno dei cristiani di quei paesi. Basta leggere questa piccola intervista per entrare in un'ottica ben diversa per avere un'idea della realtà.

Il card. Raï: crisi in Siria è guerra di Stati sunniti contro Stati sciiti, cristiani minacciati

Un accorato appello alla comunità internazionale perché compia passi concreti per la pace in Siria è stato lanciato dal cardinale libanese Béchara Boutros Raï. Il patriarca di Antiochia dei Maroniti ricorda le violenze che stanno devastando la Siria: una guerra di cui anche il Libano sta pagando le conseguenze, come gli attentati che si stanno susseguendo negli ultimi giorni. Ascoltiamo l’appello del patriarca libanese al microfono di Talal Yammine:RealAudioMP3

R. – Basta distruzione! Basta gente che muore! Basta queste perdite su tutti i livelli! Nove milioni di siriani fuori dalle loro case, che vivono all’aperto … bisogna che la comunità internazionale abbia più responsabilità, ascolti di più la voce del Santo Padre che non cessa di invitarla a trovare soluzioni pacifiche. Questo noi lo sosteniamo con la preghiera: altrimenti, non sarà facile che questa Via Crucis possa finire … e noi in Libano – purtroppo – ne subiamo tutte le conseguenze.

D. – La crisi siriana, secondo lei, sta provocando un lento ma inevitabile processo di distacco del Libano da Damasco?

R. – Se si comprende il “distacco da Damasco” come distacco dal regime, non lo so; comunque, quello che sta avvenendo adesso, in questi giorni, è che il regime sta guadagnando terreno, giorno dopo giorno. Ma noi non vogliamo guardare a chi vince: noi vogliamo dire “basta alla guerra”, una guerra imposta e che proprio perché è imposta è uscita fuori dal suo binario. E’ iniziata, come in altri Paesi arabi, con il popolo che voleva le riforme; è diventata una guerra di Stati sunniti contro Stati sciiti che si combattono su questo territorio, ed è finita per essere una guerra tra diversi gruppi di fondamentalisti estremisti come al Qaeda, Daesh, al Nusra e mercenari di diversi Paesi occidentali e orientali. Non è più una guerra tra il regime e il popolo, e per questo noi vogliamo dire “basta!”. Bisogna che la comunità internazionale trovi le soluzioni perché questa non è una via verso le riforme politiche; non è una via verso la democrazia: è una situazione uscita fuori dal binario, come è successo in Iraq. Dov’è la democrazia che si voleva portare in Iraq? Adesso c’è una guerra civile tra sunniti e sciiti che tutti i giorni semina terrore e miete vittime innocenti. Allora, noi vogliamo rivolgere questo appello alla comunità internazionale, alla coscienza della comunità internazionale, affinché si ponga fine alla guerra.

D. – Qual è oggi la condizione dei cristiani in Libano, alla luce di tutte le crisi che circondano il Paese – quella siriana, quella israelo-palestinese, ma anche quella interna, economica?

R. – La guerra ha i suoi effetti su tutti i cittadini, cristiani e musulmani. La guerra non distingue. I cristiani come i musulmani, e tutti gli altri, in Libano e in Siria, come in Iraq e in Egitto, soffrono della guerra, della mancanza di sicurezza, mancanza di stabilità e quindi soffrono economicamente e socialmente. Questo è generale. In più, i cristiani sono minacciati dove ci sono gruppi fondamentalisti. Adesso, in Siria, i fondamentalisti minacciano i cristiani nominalmente: allora, i cristiani non possono vivere sotto le minacce e non sanno che futuro avranno …
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Domenica 1 giugno 2014

Sul sito del Patriarcato latino in Gerusalemme è stata data notizia della presenza del Patriarca maronita Rai alla visita del Santo Padre. Una presenza che è poi continuata, una volta partito il Santo Padre, in visita pastorale alle comunità maronite di terra santa. Per ora solo questa 'ripresa', Ringrazio il  giornalista che ha 'raccontato' la presenza del Patriarca Rai in Terra santa dopo tanti anni! Riprenderò, almeno lo spero, questa notizia per esprimere qualche mio pensiero poichè la chiesa maronita mi è nel cuore. E qualcuno lo sa bene!

 

La Terra Santa e il Patriarcato Latino accolgono il capo della Chiesa maronita

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GERUSALEMME – 27 maggio 2014. La Terra Santa e il Patriarcato latino si sono rallegrati in questi ultimi giorni della visita di papa Francesco. Essi hanno inoltre celebrato la visita di uno dei leader più importanti della Chiesa cattolica in Medio Oriente, Sua Beatitudine il patriarca e cardinale Bishara Rai.

I patriarchi della Chiesa maronita non visitavano la Terra Santa da 66 anni, esattamente dalla Nakba del 1948, quando centinaia di migliaia di palestinesi furono dispersi durante l’istituzione dello Stato d’Israele. Ma il Buon Pastore è colui che guarda, soprattutto, il suo gregge in qualsiasi momento e in qualsiasi luogo, lontano dalle considerazioni mondane dei leader politici e mondiali.

Il patriarca Rai è venuto «ad accogliere il Santo Padre nella sua diocesi», e non solo ad accompagnarlo. Ciò perché la Terra Santa è stata sempre e rimane una parte dei territori ecclesiastici su cui si estende l’autorità del Patriarca maronita. Questo è il motivo per cui la visita è stata esclusivamente di «natura spirituale e religiosa» e non ha avuto alcuna dimensione politica, almeno agli occhi e alla coscienza del venerato Patriarca dei maroniti.

Così il patriarca Rai ha iniziato la sua visita pastorale alle anime che Dio gli ha affidato, da Amman. E lì, accanto al Santo Padre, ha frequentato la Messa pontificale allo Stadio internazionale di Amman. Il giorno dopo era con altri leader della Chiesa cattolica orientale del Medio Oriente, e con gli Ordinari della Chiesa cattolica in Terra Santa, prima di recarsi a Betlemme e poi a Gerusalemme Est con papa Francesco. Naturalmente, ha anche partecipato alla Messa pontificale presieduta da Sua Santità a piazza della Mangiatoia di fronte alla Basilica, costruita sull’umile grotta dove Dio Incarnato nacque 2000 anni fa.

E a Gerusalemme, il patriarca Rai ha anche partecipato all’evento storico che ha avuto luogo nella Basilica della Resurrezione (al Santo Sepolcro), 50 anni dopo la riconciliazione tra la Chiesa ortodossa e la Chiesa cattolica dopo otto secoli di separazione, compresa la revoca delle scomuniche. Le due Chiese sorelle hanno, con questo incontro, riaffermato la loro fedeltà alla «nuova alleanza», che porterà un giorno, per grazia di Dio, la perfetta unità per la quale Cristo stesso ha pregato durante la sua agonia. Possiamo scorgere anche nella presenza di uno dei più importanti leader delle Chiese Orientali, cioè il Capo della Chiesa maronita, che è sempre stato in perfetta unione con la Chiesa cattolica d’Occidente, un segno di unità nella varietà della Chiesa di Cristo. Perché la diversità non ha mai costituito un motivo di separazione.

0A2B0867-300x200Il Santo Padre ha lasciato la Terra Santa il lunedì sera. Il patriarca Rai, invece, ha continuato la sua visita pastorale nelle parrocchie maronite in Terra Santa, prima di tornare in Libano attraverso la Giordania, sabato 31 maggio. Lunedì 26 maggio, Sua Beatitudine ha anche visitato l’Abbazia Trappista di Latrun, dove vivevano, e vivono ancora, molti fratelli di origine libanese e maronita.

Martedì 27 maggio, il Patriarcato latino ha anche partecipato a questa gioia, perché il Patriarca maronita lo ha onorato con la sua presenza amabile e allegra. Così è stato accolto da Sua Beatitudine mons. Fouad Twal, Patriarca latino di Gerusalemme, e dagli altri vescovi e sacerdoti della diocesi, così come da tutti i dipendenti del Patriarcato. Tutti erano felici di incontrare quest’uomo umile, sorridente e attento, e scattare una foto ricordo con lui.

Infine, il Patriarca maronita ha lasciato il Patriarcato latino accompagnato dall’applauso caloroso di tutti, sapendo che la sua visita non volgeva ancora al termine, ma proseguiva in Galilea, dove lo attendeva una grossa comunità maronita, e molti maroniti libanesi che attendevano con impazienza di ricevere la benedizione e la consolazione del loro vescovo.

Firas Abedrabbo

Foto di Mounir Hodaly

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28 gennaio 2014

So di aver trascuato di aggiornare questa pagina. Posso però  confessare di non aver mai trascurato di cercare notizie sulla chiesa maronita a me tanto cara. Solo che non sono riuscito a postare quanto riuscivo a sapere da diverse fonti che mi sono procurato girando per il web. Ora dal sito di Radio Vaticana ho saputo di questa 'particolare riunione' dei patriarchi d'oriente  convocata dal patriarca maronita a Bkerke. sede del patriarcato maronita in Libano.I temi trattati sono di grande interesse, soprattutto sono piste di ricerca  per un approfondimento che dovrebbe essere personale. Vedrò se mi sarà possibile. Intatnto pubblico quanto ha scritto Radio Vaticana.

Mondo \ Medio Oriente

Patriarchi d'Oriente: fermare il terrorismo, aiutare i profughi

Incontro dei patriarchi d'Oriente

28/01/2015 09:21
 

Un incontro dei patriarchi e dei leader cristiani dell'Oriente si è tenuto ieri a Bkerke, sede del patriarcato libanese per affrontare la situazione dei cristiani in Medio Oriente e domandare alla comunità araba e internazionale di non appoggiare il terrorismo, aiutando nell'emergenza dei profughi e lavorando per il loro ritorno in patria. Chiesto anche un impegno - riferisce l'agenzia AsiaNews - per trovare una soluzione alla crisi israelo-palestinese.

Situazione profughi cristiani
Il patriarca Beshara Rai ha detto che l'obbiettivo del raduno era di conoscere più fa vicino la situazione dei rifugiati cristiani e quella dei fedeli che hanno deciso di rimanere nel loro Paese, nonostante la guerra e le difficoltà. Per essi, ha aggiunto, è urgente aiutarli a garantire un lavoro, scuole, alloggi perché "possano restare nei loro rispettivi Paesi e preservare così la loro tradizione e missione cristiane".

Comunità araba e internazionale aiutino i profughi e non finanzino i terroristi
L'altro obbiettivo è un appello "alle due comunità araba e internazionale" perché vengano in aiuto ai rifugiati, aiutando il loro rimpatrio e aiutandoli a costruire le abitazioni. Questo può essere fatto "mettendo fine alla guerra in Siria e in Iraq con mezzi pacifici, mediante negoziati politici e un dialogo serio fra i belligeranti, neutralizzando le organizzazioni terroriste". Ciò può essere ottenuto se le comunità araba e internazionale "cessano di sostenere [i terroristi] dal punto di vista finanziario e militare, chiudendo le frontiere dove è necessario per impedire la circolazione dei mercenari". "I disegni politici ed economici - ha aggiunto - non giustificano tali aggressioni terribili contro l'umanità".

Risolvere le crisi israelo-palestinese e arabo-israeliana
Per i patriarchi e i leader cristiani, è necessario anche lavorare per risolvere la crisi israelo-palestinese, sulla base della formula "due popoli, due Stati", permettendo il ritorno dei rifugiati alle loro case. "E' evidente - ha affermato il patriarca Rai - che i due conflitti israelo palestinese e israelo-arabo sono all'origine delle disgrazie che noi viviamo oggi in Medio Oriente".

Appello per liberazione di tutti i rapiti
I leader cristiani domandano uno sforzo maggiore dei governi e delle organizzazioni non governative a favore dei rifugiati e chiedono un impegno maggiore per ottenere la liberazione di tutte le persone rapite, o detenute, siano esse civili, militari o personalità religiose. Fra queste vi sono i due vescovi, il greco-ortodosso di Aleppo, Boulos Yazigi, e il siriaco ortodosso, Youhanna Ibrahim, nelle mani di gruppi fondamentalisti in Siria da quasi due anni.

Pensiero al Libano
Un pensiero è stato rivolto alla situazione del Libano, dal maggio scorso senza Presidente e con i gruppi politici cristiani e musulmani che ne boicottano l'elezione.

I partecipanti all'incontro
All'incontro hanno partecipato Youhanna Yazigi, patriarca greco-ortodosso; Mar Aghnatios Afram II, patriarca siro-ortodosso; Gregorio III Laham, patriarca greco-cattolico; Mar Aghnatios Youssef III Younane, patriarca siro-cattolico; Joseph Arnaout, rappresentante del Catholicos armeno di Cilicia, Nercès Bedros IX; Michel Kassargi, vescovo caldeo in Libano; il pastore Sélim Sahyoun, presidente del Consiglio superiore della comunità evangelica in Libano e Siria; il nunzio apostolico Gabriele Caccia; diversi rappresentanti di organismi caritativi cattolici, ortodossi e protestanti. (P.D.)

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L'INTERVENTO DEL CAARDINAL SCOLA AL SINODO DEI MARONITI IN BEIRUT

Incontro con il Sinodo Maronita

Presenza cristiana in Libano e Medio Oriente. Comunione e solidarietà tra le Chiese 

Bkerke, 17 giugno 2015

+ Card. Angelo Scola

Arcivescovo di Milano

Sono 40 vescovi i maroniti che attendono il cardinale Angelo Scola, riuniti per celebrare il loro sinodo. Apparentemente un "normale" raduno di vescovi, in realtà è il convergere di pastori che guidano chiese in ogni angolo del mondo. Ogni anno si ritrovano con il loro Patriarca, il cardinale Béchara Boutros Raï, a Jenuah, la "casa madre" dei maroniti sparsi nei cinque continenti, ai piedi della montagna che ospita il santuario di Arissa, Nostra Signora del Libano. 

E allora camminando tra i portici in pietra chiara del Patriarcato, oltre ai vescovi maroniti della regione, si incontrano quelli che guidano le diocesi dove vivono i connazionali emigrati nei decenni dalla madrepatria: Georges Abi Younes ora in Messico, Elias Zaidan dalla California, Gregory Mansour a New York, Anthony Tarabay dall'Australia, Marwan Tabe in Canada, Maroun Nasser Gemayel in Francia, a Parigi, Edgar Madi Brasile, Habin Chamieh in Argentina, Francais Eid dall'Egitto...

Si sperimenta il significato profondo di cattolicità, pur celebrando la Messa in arabo secondo l'antichissimo, suggestivo e del tutto particolare rito maronita, che discosta assai dal rito romano e da quello ambrosiano.

 

Beatitudine Eminentissima,

desidero prima di tutto ringraziarLa di cuore per l’invito a partecipare a questo Sinodo e con l’occasione salutare tutti i fratelli nell’Episcopato che vi prendono parte. Sono molto grato per la possibilità che mi è offerta di toccare con mano in Libano, e nei prossimi giorni in Kurdistan, la realtà di questa tormentata regione, secondo quello spirito di comunione ecclesiale a cui da sempre s’ispira la Chiesa di Milano e il centro Oasis, del cui comitato promotore Vostra Beatitudine fa parte.

L’ultima volta che mi sono recato in Libano è stato nel giugno 2010, per un incontro dedicato all’educazione. Da allora quante cose sono cambiate, nel giro di cinque soli anni, e purtroppo generalmente in peggio! Il paesaggio umano è sconvolto, tanto da risultare a tratti irriconoscibile, e di fronte alla prova che le comunità cristiane stanno vivendo soprattutto in Siria e Iraq, ma più in generale in tutto il Medio Oriente, mancano le parole. Ma poiché tacere sarebbe fare il gioco dei persecutori, mi arrischio a condividere con voi tre pensieri.

Martirio

Il primo pensiero è una profonda gratitudine per la testimonianza di attaccamento a Cristo che le chiese orientali, cattoliche e non cattoliche, stanno rendendo di fronte al mondo. È una testimonianza che giunge non di rado fino al martirio e i cui effetti, nella Chiesa e fuori di essa, non possiamo ora misurare. I mezzi di comunicazione, che tante volte si trasformano in strumenti di propaganda terroristica, consapevole o inconsapevole, diffondono questi acta martyrum contemporanei con un’immediatezza (e una crudezza a volte) che le narrazioni dei primi secoli ci facevano solo intuire. Quasi un anno fa, presiedendo la messa dei Santi Protomartiri Romani, Papa Francesco già affermava:

Oggi ci sono tanti martiri, nella Chiesa, tanti cristiani perseguitati. Pensiamo al Medio Oriente, cristiani che devono fuggire dalle persecuzioni, cristiani uccisi dai persecutori. Anche i cristiani cacciati via in modo elegante, con i guanti bianchi: anche quella è una persecuzione. Oggi ci sono più testimoni, più martiri nella Chiesa che nei primi secoli.

Proprio alla luce dei numerosi interventi del Santo Padre in materia, mi sembra essenziale che non vada perduta la memoria del sangue versato. Già la propositio 29 presentata a Papa Benedetto al termine del Sinodo per il Medio Oriente il 26 ottobre 2010, suggeriva di

Istituire una festa comune annuale dei martiri per le Chiese d’Oriente e domandare ad ogni Chiesa orientale di stabilire una lista dei propri martiri, testimoni della fede.

Questa giornata dei martiri mi sembra ora più che mai urgente. Essa non potrebbe che essere una festa comune alle diverse chiese della regione, caratterizzata da due dimensioni: da un lato, celebrare la memoria dei martiri moderni che, nella varietà della loro appartenenza alle diverse chiese e comunità cristiane, pagano con la vita la loro fedeltà a Cristo ai giorni nostri e in questa terra. È l’ecumenismo del sangue di cui parla così di frequente Papa Francesco. Dall’altro, la giornata sarebbe anche un’occasione provvidenziale di domandare perdono per le divisioni tra le chiese, divisioni che nel passato hanno condotto anche a uccisioni tra i fedeli cristiani. Sono convinto che, se ben studiata e spiegata, questa giornata potrebbe preparare la strada per la riconciliazione e assumere un valore esemplare per tutta la Chiesa universale. Una storia passata fatta di contrasti in gran parte politici non deve impedire di godere dei frutti che lo Spirito donaoggi.

È noto l’adagio di Tertulliano: il sangue dei martiri è seme di nuovi cristiani. C’è una cosa, e una soltanto, che può impedire questa generazione: è la divisione tra i discepoli. Il momento tragico che investe la regione può diventare allora un’occasione propizia per accantonare quanto separa ericercare quello che unisce

Vittoria

Il secondo pensiero riguarda la parola vittoria. Oggi in Medio Oriente, e non soltanto, si cerca ovunque la vittoria attraverso la sopraffazione e l’annientamento dell’avversario. Ma vediamo bene che questa via conduce solo a morte e distruzione. Molti politici e uomini di religione mirano a costruire una società completamente omogenea. E così in Iraq e Siria i miliziani jihadisti cacciano i cristiani e le altre minoranze religiose, quando non le eliminano fisicamente, e ne distruggono le tracce. Il problema è che il processo di “de-umanizzazione” non si ferma lì. Dopo i non-musulmani, è la volta dei musulmani di diversa confessione (sunniti contro sciiti e viceversa), poi dei musulmani “devianti”, perché magari appartengono agli ordini mistici, infine di tutti coloro che non possono esibire una perfetta ortoprassi, secondo uno schema d’intolleranza progressiva già visto molte volte all’opera.

Di fronte a questo progetto penso che i cristiani, e prima di tutti i cristiani orientali, debbano continuare a dire un chiaro “no!”. Non è questa la strada che Dio vuole per il Medio Oriente. Più omogeneità non significa meno conflitti, perché ci sarà sempre qualcuno “più fondamentalista di me” che cercherà di piegarmi al suo credo. È forse in pace la Somalia, per il fatto di essere al 100% musulmana sunnita? O l’Afghanistan dei talebani? Ha portato bene al Pakistan essersi prefissato l’obiettivo di creare uno Stato islamico? È saggia la politica israeliana che negli ultimi anniaccentua a ogni costo l’ebraicità dello Stato? Credo che i cristiani abbiano l’obbligo di chiarire, prima di tutto a loro stessi e ai loro leaders politici, ma poi anche a tutto il resto del Medio Oriente,che non è questa la vittoria a cui tendere, anche sul piano temporale. La nostra vittoria è la Pasqua, è il Crocifisso Risorto che accetta di portare su di sé il peccato del mondo e con la sua obbedienzadistrugge il corpo del peccato (cfr. Rm 6,6).

Il Medio Oriente di oggi si erge tragicamente in faccia a tutto il mondo come la prova provata che la politica della volontà di potenza portata agli estremi è fallimentare e che i suoi trionfi sono fallaci, vuoti e illusori. In questo frangente c’è una rilevanza culturale e politica della Croce che attende ancora di essere messa in luce. Questo tra l’altro potrebbe suggerire un modo nuovo di presentare tale punto capitale della nostra fede, da sempre «scandalo per i giudei, stoltezza per i pagani» (1Cor 1,23). In realtà infatti, la logica della Croce è l’unica capace di illuminare fino in fondo anche le scelte politiche di oggi. E chi se non i cristiani può e deve dirlo? Chi se non i cristiani orientali?

Non possiamo prevedere quale sarebbe la risposta dei non cristiani, in particolare dei musulmani, a questo invito a ripensare la politica della regione. Ma il Signore ci comanda di rivolgerlo comunque e ci istruisce chiaramente sul comportamento da tenere:

In qualunque casa entriate, prima dite: Pace a questa casa. Se vi sarà un figlio della pace, la vostra pace scenderà su di lui, altrimenti ritornerà su di voi. […] Quando entrerete in una città e vi accoglieranno, mangiate quello che vi sarà messo dinanzi, curate i malati che vi si trovano, e dite loro: Si è avvicinato a voi il regno di Dio. Ma quando entrerete in una città e non vi accoglieranno, uscite sulle piazze e dite: “Anche la polvere della vostra città che si è attaccata ai nostri piedi, noi la scuotiamo contro di voi; sappiate però che il regno di Dio è vicino”. Io vi dico che in quel giorno Sodoma sarà trattata meno duramente di quella città (Lc 10, 5-6.8-12)

Occidente

L’ultimo pensiero riguarda l’Occidente e i cristiani che vi vivono. Finora ho parlato di quello che le nostre comunità europee possono ricevere, e già ricevono, dall’eroica testimonianza di tanti fratelli in Medio Oriente e nelle altre regioni di persecuzione. Un tale dono suscita spontaneamente il desiderio di rispondere da parte nostra, facendo quanto è possibile per alleviare la sofferenza. Questo avviene su vari piani: l’aspetto materiale innanzitutto, perché alle chiese occidentali sta a cuore sostenere con ogni mezzo la presenza cristiana in questa regione. Non meno importante è l’aspetto spirituale, che in Italia ci ha visti riuniti in preghiera la vigilia di Pentecoste per tutti i cristiani perseguitati. E infine è fondamentale il compito di sensibilizzazione delle coscienze per arrestare il male, anche secondo il principio ricordato dal Papa per cui «fermare l’aggressore ingiusto è un diritto dell’umanità, ma è anche un diritto dell’aggressore, di essere fermato per non fare del male». Ma qui cominciano le difficoltà.

Sapete infatti bene che la chiesa in Occidente (Europa e Stati Uniti), pur conservando in alcune regioni una consistente presenza di popolo, manifesta una debolezza culturale che la rende spesso ininfluente rispetto alle decisioni politiche.

Il fatto è che in Occidente esiste una reale difficoltà a comprendere quanto sta avvenendo in questa regione. Si pensa di sapere già, di avere la chiave per interpretare i fatti. E si commettono così errori grossolani di valutazione. Senza andare a scomodare Iraq e Siria, basta citare la persistente incapacità a leggere quanto sta avvenendo in Egitto se non nei termini di “elezioni tradite”. L’occidentale medio non è in grado di pensare una guerra di religione, anche per la sua storia passata, e ragiona unicamente secondo gli assoluti di democrazia e tirannide, senza percepire la necessità di cooperare con tutte quelle forze che si oppongono, per le più varie ragioni, al genocidio fisico e culturale perpetrato da ISIS e dagli Stati che, direttamente o indirettamente, la sostengono nel criminale progetto di un Medio Oriente mono-colore.

Per questo temo sia fatica sprecata cercare di porre la questione, anche con i governi occidentali, in termini di diritto a difendersi. L’unico linguaggio che mi pare resti utilizzabile è quello umanitario: raccontare le sofferenze. Suggerirei pertanto d’individuare alcuni casi particolarmente eclatanti su cui sollecitare un intervento internazionale. Penso in particolare ad Aleppo, che è già diventata la nuova Sarajevo del XXI secolo. La proposta di aprire un corridoio umanitario per alleviare le sofferenze di questa città, prima che finisca anch’essa in mano a ISIS, potrebbe avere qualche possibilità di successo anche a livello mediatico. Di più, realisticamente, non mi pare possibile sperare, nel quadro d’immobilismo internazionale imbarazzante e miope che purtroppo domina.

Spero di non aver abusato del vostro tempo e della vostra pazienza nel presentarvi questi tre pensieri. E vi ringrazio ancora per la possibilità di chinarci insieme a leggere questa drammatica circostanza. Essa è un appello che il Signore rivolge, attraverso di voi, alla Chiesa tutta per la conversione di ciascuno.