.....al tramonto!



(20.10.2011)
 Ho sempre e da sempre avuto un grande desiderio di conoscere l'umanità attraverso la letteratura, soprattutto attraverso il romanzo d'autore. Ricordo che da giovane prete amavo leggere, quasi di nascosto, alcuni romanzi che andavano allora per la maggiore (Sartre, Gide, ecc.). Ero convinto e sono convinto che 'loro', i romanzi, mi aiutavano a conoscere l'universo interiore dell'uomo e nel contempo mi introducevano nella conoscenza della società che cambiava rapidamente sotto i nostri occhi. E d ora che ho qualche 'minuto' in più disponbiile aven
do lasciato il ministero pastorale, sto cercando di recuperare il 'tempo perduto' . So che non è perdita di tempo: anche se ormai avanti negli anni, questa lettura che s'accompagna allo studio appassionato della Parola di Dio (sto studiando il Vangelo di Luca), potrebbe sembrare uno 'sfizio' oppure un modo per impiegare il tempo disponibile. Non è così. Vedrò, a suo tempo, di raccontare quanto queste letture possono  avermi donato:  non solo sorpresa, stupore, emozioni ma davvero una conoscenza più vera e approfondita dell'umana natura e della storia delle persone .

Mercoledì 8 febbraio 2012
 SARTRE E L'INFERNO

Metto  in questa pagina una Personale riflessione dopo aver riletto la seconda opera teatrale di J. Paul Sartre, (La prima fu: 'Le mosche'): "La porta chiusa ' andata in scena a Roma nel 1945. Un lavoro teatrale dove  Sartre racconta in un drammatico 'atto unico' la sua concezione di uomo.  Si tratta di un'opera dove in un
luogo di assoluta e definitiva, 'eterna' chiusura alla vita e al mondo, tre personaggi, due donne e un uomo si torturano l'un l'altro, mostrandosi come irrevocabilmente 'unici', incapaci di comunicare , attivi solo per farsi del male. Lungo la drammatica scena (è infatti un atto unico) molte volte i protagonisti si scoprono 'boia' l'uno per l'altro.  Si arriva così quasi al termine del lavoro quando finalmente  Sartre in una plastica affermazione che sconcerta e lascia tramortiti rivela la sua idea di uomo: "L'inferno sono gli altri'.
Rcordo di aver letto questo lavoro di Sartre quando insegnavo nelle superiori di Seregno: erano gli anni della contestazione e  Sartre, tra gli altri esistenzialisti del momento erano i profeti ascoltati dalle giovani generazioni. Ricordo che in una lezione di religione con ragazzi di quinta superiore, avevo avviato una riflessione apertamente condivisa da interventi degli studenti sui rapporti tra le generazioni, in particolare tra padri e figli. Impressionante fu, in una accesa polemica attentamente seguita da tutta la classe, uno di questi giovani  mi gridò in faccia: "Mio padre mi ha messo al mondo, mi mantenga!"
Il virus di questo individualismo esasperato era entrato nelle giovani coscienze. Per questo giovane, ricordo, gli altri, perfino il padre erano l'inferno. Non riusciva a capire perchè doveva aprirsi agli altri e guardarli in un modo diverso. C'era un prete davanti a loro e con loro cervava di aprirsi al futuro, in un mondo e in una società che stava nascendo. Un prete che forte delle certezze che possedeva a motivo della sua fede, continuava a ripetere loro l'insegnamento fondamentale del Vangelo di Cristo. Gli altri - diceva - non sono l'inferno.Non possono essere l'inferno perchè ognuno di noi è fatto per vivere una comunione, per condividere il tempo in un'esperienza di comunità, nella quale ciascuno poteva offrire agli altri il megliodi se stessi.
Infine Sartre diventa il cantore della solitudine, dell'uomo in vita e post  mortem 'solo', dannatamente solo. In questa società dunque egli non intravvede alcuna possibilità di con-vivere se non facendosi del male. Al fondo di questa idea sta allora quella ben più spaventosa di un'Assenza , d un Altro: il mondo è chiuso. Sopra, nulla. Davanti , la fine. L'oggi un 'nulla' poichè non lascia nessuna storia. I tre protagonisti vi ritornano sovente: ma tutto è terminato. Scompare tutto. Resta l'individualità paurosa nela quale ognuno si scontra con se stesso.
Quanto la fede cristiana può dire a un 'uomo così'! Come l'annuncio cristiano porta alla speranza,e introduce la 'relazione', ogni forma di relazione tra le persone, come il superamento della propria solitudine, della spaventosa individualità.
Va da sè che, terminata la lettura, il pensiero  è corso grato a Colui che ci ha aperto la vita e con essa la gioia, la luce, la verità, l'amore, la comunione. E già fin da ora. Quella relazione affettiva che si trasmette sul letto di morte quando una mano, la mano di un amico, stringe la propria mentre si compie il vivere nel tempo.

2 Marzo 2012
'LA MORTE E' IN NOI....."

  • Francois Mauriac mi ha impegnato in queste settimane. Ho letto diversi romanzi suoi che vanno per la maggiore con notevole interesse. Mi ha condotto ‘dentro’ un mondo che davvero neppure immaginavo: il mondo interiore dei suoi personaggi tutti di una modernità straordinaria anche se collocati in un contesto (il sud-ovest della Francia) che ama descrivere in modo affascinante quasi pennellandolo fino a lasciarlo immaginare come dovrebbe essere (l’ho intravvisto con una ricerca su internet...) e in un’epoca che sembra ormai passata.: la seconda parte del secolo scorso.
  • Mi soffermo sull’ultimo appena terminato: “Le vie del mare”, un romanzo affascinante. E’ il drammatico racconto di un amore ‘sconfitto’, quello di una ragazza della borghesia francese. Travolta dalla  tragedia familiare, schiacciata  dai debiti della sua famiglia, che vede finire un amore per il quale aveva vissuto con fiducia,  nell’attesa di una comunione piena mai concessa nel tempo della frequentazione con il suo ragazzo, Robert. E’ lo stesso Mauriac che lo conferma: “Non credo di avere mai scritto niente che superi o anche solo eguagli la storia dei fidanzamenti mancati di Rose Revolu.”.
  • Mi preme però riflettere su un tema che attraversa di continuo il racconto: il tema del finire. La morte. Mi ha sorpreso e quasi impressionato la plastica affermazione di Mauriac nel contesto di un colloquio tra i fratelli di casa Revolou: “La morte è in noi”.  Ripreso poi più avanti quando il giovane Denis, il fratello di Rosetta, entra nella stanza dove giace il cadavere del papà suicida per un amore adulterino finito: “Denis non esitò un attimo: entrò senza prendere tempo a riflettere. Coloro che stavano seduti attorno a quella marionetta in abito nero non sapevano che era appena sorta l’alba....due ceri facevano cornice a un crocifisso, a un piattino con un ramo di bosso. Denis fissò per prima cosa i due piedi ben diritti che il lenzuolo modellava. Il corpo aveva già la forma del sarcofago. Dalla benda che avvolgeva la testa emergevano vivi i lunghi baffi d’un grigio biondastro. Allora Denis cominciò a tremare come un albero dalle radici alla cima. Che importava si trattasse di suo padre o di un altro? Era un morto, il morto che in potenza è in tutti noi. La sola verità indubitabile, la sola certezza.  Come si muovono i tranvai? Si sarebbe dovuto fermare i treni, far scendere la gente, dir loro: “ Ma non lo sapete che dovete morire?”Che cosa poteva accadere d’importante nel mondo per condannarci alla morte? Questa notizia rendeva inutili tutte le altre. Più nulla da imparare, visto che domani saremo gettati sul mucchio, imputriditi, disfatti....Non siamo sicuri se non della morte. Si mise a gemere, non sopra il padre, ma davanti all’evidenza di quella legge; urlare alla morte come una bestia che è certa di quel che sente....Soltanto le pietre non muoiono....”
  • Questa folgorante scoperta attraversa tutto il racconto: tutto finisce. La vita però, alla fine, riprende. E Rosetta, dopo essere stata raggiunta da una violenta e insana reazione della giovane donna del fratello ormai ‘riuscito’ nel mondo nuovo dei suoi affari, intravvede il suo futuro: “Niente le era noto della sua esistenza futura, ma occorreva ritrovare quella vita. Non avrebbe saputo dire se stava pregando, ma doveva essere la sua preghierac he, dinanzi a lei, illuminava gli atti da compiere nel momento stesso”.  E Lei, all’alba del giorno dopo,  prenderà ...la via del mare.....La morte non l’ha raggiunta. Sarà nuovamente libera, fuori da quel mondo nel quale aveva vissuto con tanta gioia fin da piccola  e tanta speranza nel tempo della giovinezza, tesa verso la piena felicità di un amore vero ma impossibile.
  • Confesso che la lettura del racconto mi ha affascinato fino a sentirmi coinvolto nelle vicende della giovane donna, quella Rose nella quale l’umano si era manifestato in senso pieno e totale. In lei l’amore avrebbe vinto tutto: non le importava neppure la rovinosa caduta della sua famiglia fino a spingerla a lavorare per mantenere la sua gente.....Nelle umiliazioni più  pesanti. L’amore tutto vinceva in Lei. Fino a che capì che l’altro l’aveva lasciata non riuscendo neppure a cogliere i sacrifici che lei  andava facendo per il ‘loro’ futuro. La morte entrò in quell’anima.  Il mondo intero le era caduto addosso. Il suo futuro le rimaneva nascosto. Doveva ritrovare la sua libertà, perduta in un amore finito per sempre.
  • Davanti alla condizione umana (la morte è in noi...) non rimane che la libertà di amare. Non bisogna perderla. Essa è la ragione della propria vita. L’unica che può opporsi allo sfacelo di un’evidenza assoluta, quella del finire per sempre, del morire.
  • “Ma molti sanno che, fin dall’infanzia che sta muovendo verso un mare sconosciuto, Già l’amaro del vento (sul libero e vasto mare) li meraviglia, già il gusto di sale è sulle loro labbra...fino a che, varcata l’ultima duna, la passione infinita (la libertà dal  passato...) li schiaffeggia di sabbia e di schiuma (il mare...) Non resta che inabissarvisi...”
  • E’ la prima settimana di quaresima. U’altra. E’ iniziata lunedì quando il prete facendo scendere sul capo una manciata di polvere mi sussurrava: “Ricordati uomo che sei polvere e in polvere tornerai” (‘Memento mori!’). Mi sono ricordato dell’impatto che ho avuto con quella frase dello scrittore: “La morte è in noi....”. Ho cercato, come ogni quaresima, le ragioni per vivere alla luce di quella Parola che è Vita. E ho ritrovato la mia libertà, la libertà di amare che si oppone all’implacabile destino del morire. Ho goduto la vita, quella bricciola che ancora mi rimane per cantare i doni spesso trascurati di quel Dio che mi ha voluto per sé, tutto quanto.,,,e per sempre. Mi vorrà anche quando quella morte che è in me diventerà reale: allora sarà l’incontro con Colui che ho creduto e cercato di amare in vita!

   


 UN GIORNO COME TANTI ALTRI...?

 giugno 21 2012 - memoria di san Luigi

Scende la sera di un giorno che sembra essere come gli altri. Ma so che nasconde un evento che ha segnato la mia vita: oggi ricordo infatti di essere diventato prete per il ministero del Cardinal Montini nel Duomo di Durante il giorno, fin dall'alba, assai presto, il pensiero mi ha portato a quel giorno. Nel silenzio del mio eremo soprattutto nelle ore calde del pomeriggio ho risentito le voci di coloro che  hanno condiviso la mia 'donazione' e la mia ordinazione sacerdotale: mia madre (papà di certo quel giorno era felice con Colui al quale io avevo dato la vita e che tanto ha faticato perchè mi fosse concesso di arrivare a quel giorno!), i miei fratelli, Sandro, Giulia, Maria Teresa...In Saronno quell'anno, era il 1958 due giovani salivano l'altare per la prima Messa. Don Luigi Bavera ed io. Anche quel giorno, quello che è seguito all'ordinazione in Duomo - 21 giugno 1958 - lo ricordo con 'pietà e gioia': mi accompagnava all'altare della Prepositurale dei SS. Piertro e Paolo in Saronno, Don Luigi Castelli. Era pure lui felice...Volti, sorrisi e parole sincere di augurio per il mio futuro di prete:.....

Tutto è dentro di me....il ricordo di quei momenti è vivo....perchè 'scriverne?Il mio sguardo si posa su ciò che sono: un prete! Se un pensiero mi prende oggi è l'esigenza che avverto di credere in ciò che sono....Fino a quando l'essere prete trovava  verifica in ciò che facevo quotidianamente, il mio ministero,  non ci pensavo affatto. Ora invece devo ritrovare la mia identità 'misteriosa' : devo credere in ciò che sono. Mi è rimasto infatti solo ( ed è tutto)quello che solo un prete di Cristo può fare:  celebrare l'Eucaristia, annunciare con umiltà il vangelo, ascoltare le confidenze di alcune persone, provare a consegnare il perdono di Cristo a chi desidera essere nella pace di Dio.

Questo giorno sta passando solo una signora di quasi 90 anni mi ha raggiunto da Garbagnate Milanese per farmi l'augurio con la promessa della preghiera: cara Virginia, donna di fede e di pietà!

Ma proprio questo segnale mi induce a pensarmi davanti a Cristo, quasi a dirGli dopo 54 anni di sacerdozio che Gli voglio bene e questo, ora è tutto! Sembra che lo stato attuale mi conduca a vivere quasi dimenticato: in realtà il pensiero che Lui mi 'riconiosce' tra i suoi consacrati, mi riempie di profonda gioia. Il silenzio dell'eremo, il turbinio dei pensieri, il ritmo interiore degli affetti spirituali sono il mio attuale mondo:quello nel quale forse finalmente posso 'sentire' la vicinanza del Risorto!

Ricordo  di aver fatto stampare un'immaginetta curiosa quando ho celebrato il 50° di sacerdozio. Di profilo mi sono posto davanti al sole. E la scritta fu un versetto di un salmo:"Io canto al re il mio poema...."

Riprendo questa parola che sempre mi ha affascinato nella recita del breviario per dire che la mia vita, i suoi giorni che scorrono veloci e in apparenza vuoti, è davvero un canto al Dio  che mi ha amato nel Figlio suo Gesù. A  Lui ancora oggi canto il mio poema, ancora più impregnato di stupore di gratitudine....

Questa sera giungerà presto...un altro giorno nascerà, un altro anno....un altro tempo per arrivare a quel giorno quando il tempo sfocerà nell'eterna vita dell'Amore....

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Giugno 22 2012 - iI giorno dopo

Mi sia perdonato se ritorno a quei giorni. Tutto cominciava, infatti.  La prima messa - era domenica  il 22 giugno 1958 - all'altare della Prepositurale. Don Luigi mi teneva, come si usava nella liturgia di quei tempi, il lembo destro della bella pianeta che indossavo, al momento della consacrazione. Terminato il rito, sul piazzale la foto ricordo che conservo gelosamente nell'album del tempo: la mamma, i fratelli, i parenti., i padrini....,....

La giornata si è svolta come organizzata da Don Luigi. Nel pomeriggio la bella processione per le vie cittadine. Alle 10, alla Messa solenne della comunità, aveva celebrato don Luigi Bavera.....

Altro non voglio ricordare. Solo l'attesa che mi portavo dentro di giungere in Seregno, dove era stato destinato: ricordo infatti che ieri, scendendo lo scalone dell'Arcibescovo, ieri,  c'era Mons.Citterio che mi accolse. Sapeva  Mi attendeva....

Questa mattina - 22 giugno 2012 - uscendo da chiesa dopo un lungo tempo di preghiera in attesa di penitenti, mi sono guardato d'attorno e ho visto ancora la casa che mi accolse: al secondo piano. Tre locali:  ci siamo recati subito ad acquistare un lenzuolo per dividere la camera da letto: una parte piccola per me, giovane prete e l'altra per mamma e Maria Teresa. E poi il bell'oratorio dell'Addolorata dove avrei celebrato ogni giorno , all'alba prima di raggiungere la Prepositurale per le ufficiature e fare da 'parato' ossia da suddiacono alle liturgie presiedute dai signori parroci dell'epoca: Don Adolfo e Don Luigi.

Ai primi di luglio venni mandato a Pontedilegno con i giovani del S. Rocco. Non li conoscevo: erano gioiosi e rispettosi, accoglienti....un bel periodo di vacanza prima di iniziare il mio minstero alla periferia di Seregno in un quartiere che ancora  non aveva le strade asfaltate....Ricordo l'insistente ricerca dei ragazzi...e la loro accoglienza nello scantinato della casa dove abitavo, assistito da giovani ragazze e da una intraprendente  religiosa della Congregazione delle Suore operaie di Brescia. Non ricordo il nome: ma era davvero in gamba!

E così è cominciato il mio ministero: entusiasta, sostenutao da una donna di fede generosa e vera madre anche dei ragazzi, come fu mia madre...

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22.12.2011
Tra poco sarà Natale.Ancora una volta. La gente sa questo appuntamento e vi si prepara, cercando qualcosa che possa esprimere la 'diversità' di questo giorno nei confronti degli altri. Si tuffa nello shopping: per se, per quelli di casa, per qualche amico...Resta sorpresa e affascinata da quanto l'opulenta (almeno in apparenza ai giorni nostri!) della società attuale gli offre. E si perde dietro questi richiami.E' un'osservazione facile. E' ripetuta da tutti. Quasi quasi non ci credo più....Dopo tutto la gente non mi pare sia così sciocca. Qualcosa del Natale vero deve pure aver fatto capolino nelle coscienze distratte e confuse.
Mi nasce però un interrogativo: è un giorno, il Natale, nel quale, si avverte che la gente cristiana ha dimenticato Cristo o è una straordinaria opportunità offerta per 'ritrovarlo'?  Se guardo a quel giorno, imminente, mi ritrovo un poco 'scoraggiato' vedendo  quanta superficialità ci sia nei rapporti umani quando si fanno reciproci auguri. Ma se guardo all'anima della gente, alla sua interiorità scopro che forse non è ancora del tutto spento il bisogno di luce. La 'voglia di Dio' vicino fa capolino nelle miserie di un quotidiano banale che scivola via senza lasciare traccia alcuna nella vita. Sì, un Dio vicino: è questo il Natale del cristiano 'pensoso'.

25.12.2011 - Natale
E' sera, quasi notte. Il giorno dellaa memoria della nascita di Gesù sta per chiudersi. Il pensiero ancora una volta corre , corre a Lui, a quel Bimbo che nel Vangelo di Luca ho rivisto sulla braccia di sua Madre, Maria. Il pensiero corre avanti perchè quel Bimbo mi spinge ad entrare nel mistero di Dio.  Il pensiero si smorzaper lasciare posto a un sentimento intimo difficile da  decifrare:. Mi chiedo cosa significhi tutto questo? Ricordo la seconda ettura del breviario nel mattino di Natale. E' una pagina di S. Ambrogio: "San Luca descrve brevemente e il modo e il tempo e il luogo dove Cristo   nacque secondo la carne. Se tu leggi il Vangelo di Giovanni che comincia dal cielo per discendere sulla terra. Vi troverai descritto sia da quando egli era, sia il modo in cui era, sia che cosa era e che cosa aveva fatto, che cosa faceva, in quale momento, per qual motivo egli venne. Giovanni scrive 'in principio era il Verbo': ecco descritto quando era; e il Verbo era con Dio: ecco il modo. Trovi anche chi era perchè dice: "e il Verbo era Dio"., che cosa aveva fatto: "Tutto fu fatto per mezzo di lui"; che cosa faceva:" era la luce vera che illumina ogni uomo che viene nel mondo"; e dove era: "Egli era in questo mondo"; e dove  sia venuto: "Venne  nella sua casa"; e in che modo sia venuto: "Il Verbo si fece carne". In quale momento sia venuto è Giovanni che lo dice:dandoglia questa testimonianza: Questi è colui del quale ho detto: Dopo di me viene un uomo che sta davanti a me perchè era prima di me". E sempre Giovanni attesta per quale motivo egli sia venuto: "Ecco l'agnello di Dio, ecco colui che toglie il peccato del mondo"
Forse queste parole accolte fin dal mattino di questo Natale mi  spiegano rivelato il motivo del mio turbamento e della mia gioia interiore. Perchè quel Bimbo è il mio Signore.  Non mi resta che entrare nel mistero di questa nascita umana: incontro il Verbo quando mi metto davanti al Piccolo, al Bambinella dice Ambrogio, che sta in una grotta....

30.12.2011
Una preghiera del breviario di questo giorno,all'ora terza, mi ha procurato una grande gioia...natalizia! Ho pregato con la Chiesa: "Nella natura umana del tuo Figlio, o Dio, hai voluto darci la fonte e il compimento di ogni nostro rapporto con Te...." Mi sono soffermato a riflettere dopo aver avuto questo 'rapporto' con il misterioso Dio che ha voluto donarci il Figlio suo nell'umanità di Gesù di Nazareth. Ho pensato alla fatica che l'uomo fa per 'pregare', cioè per cercare di  vivere un rapporto con Dio. Sembra così lontano. Alle volte assente dalle nostre vicende. Davvero 'nessuno mai ha visto Dio'...L'incontro con Lui nonostante tanti sforzi di raccoglimento è sempre problematico....Ed ecco l'evento voluto da Dio stesso che si fa vicino diventando Uno di noi: il Natale. Guardo questa scena di una madre che si porta tra le braccia un bimbo e penso che ora mi è possibile e facile incontrare il Signore Dio. Quel bimbo appena nato è la fonte e il compimento del mio rapporto con Dio. La gioia che  riempie   il mio animo sta proprio in questa scoperta:meravigliosa. Il mio rapporto con l'Infinito,  la mia relazione con il Mistero che è Dio, passa attraverso un Uomo: in Lui comunico con Chi mi ha voluto al mondo, con Chi mi ama da sempre, con Chi mi  conduce ai 'pascoli' della Vita eterna. E' questa una delle emozioni più profonde della ,solennità del Natale di Gesù di Nazareth.

I
L CROCIFISSO. (cenni di Garcia Lorca)

Come ogni mattino quando inizio il tempo del lavoro nel  grande studio, guardo il Crocifisso che sta sulla scrivania, dono della zia Luigia. E’ bello. Gesù è sereno nel suo morire per noi. Una bella scultura  bronzea, posata in un supporto di legno. Quel crocifisso l’ho sempre avuto con me, fin dai primi giorni del mio sacerdozio, proprio qui al Lazzaretto, nel  piccolo appartamento dove il prevosto mi aveva messo in mezzo agli immigrati  in una casa popolare. Un piccolo appartamento che dividevo con mamma e la giovane sorella Maria  Teresa. Quel crocifisso mi era stato donato da una persona a me cara. So  che il suo dono aveva uno scopo, quello di richiamarmi ogni giorno al dono di me stesso, come Lui lì sulla croce ha voluto fare per noi.Perché questa introduzione? Perché sto leggendo uno dei primi libri di un grande poeta e spagnolo, Garcia Lorca. Il libro  porta il titolo : “Impressioni e paesaggi” dove canta la sua Spagna, con accebti appassionati e con una prosa poetica davvero affascinante. Il terzo capitoletto  ha il titolo ‘I crocifissi’. Lorca  rivede e ripensa ai crocifissi della sua Spagna, dove il dolore dell’uomo Gesù era reso così evidente da destare impressione e devozione fino alle lacrime alle persone credenti. Tra l’altro egli, quasi ad esempio,  cita il crocifisso di un artista sconosciuto a lungo ma poi riscoperto ed ora riconosciuto tra i più grandi del suo tempo: Mathias Grunewald. Il suo Crocifisso  è stato definito “La più straziante Crocifissione che la storia della
pittura ri
cordi» (Cfr.Geogle alla voce Grunewald).

Lorca, in questa sua prima opera,  va letto, adagio, attentamente. Induce a pensieri ‘nuovi’. Uno di questi lo riprendo per me, in questo sito che sto amando come fosse un mio diario segreto. Scrive Lorca: “ Il pittore tedesco che ha ritratto più spaventosamente la passione di Gesù lo ha fatto rendendo l’uomo ancora più umano senza far vedere i segni della morte di Dio..... ...Nessuno può interpretare il Dio vinto ma glorioso, perché nessun cervello umano arriva a questa gigantesca concezione e quindi tutte le crocifissioni danno ‘l’uomo’ crocifisso con la stessa espressione che qualsiasi altro essere avrebbe morendo di un supplizio così feroce......La gente aveva bisogno della scena del Calvario per radicare di più la propria fede. Riconobbe Gesù sulla croce vedendolo con la testa inclinata, col petto anelante, col cuore trafitto e lo pianse vedendolo nella posa in cui Egli meno soffrì perché Egli vedeva il fine, il motivo di quella morte perché era Dio e sulla croce era stato consumato il sacrificio. Ma il popolo pensando a Gesù crocifisso non si ricordò mai del Gesù dell’orto degli ulivi, con l’amarezza delle cose tremende, neè si meravigliò del Gesù dell’ultima cena, pieno di amore umano....”
L’intuizione di Lorca mi porta a riflettere su quanti stanno davanti al Crocifisso (come nella bella Prepositurale di Lissone). Penso che il loro amore per Cristo crocifisso  sorga dalla consapevolezza di trovarsi di fronte a Dio che nella sua umanità si dona in sacrificio per ciascuno di noi. Se così non fosse la devozione si fermerebbe all’umanità di Gesù sofferente, così straziata come viene rappresentata. E non sarebbe una devozione piena e completa. Non avrebbe una risposta di salvezza.

Lunedì 20 gennaio 2012

ALBERT CAMUS E S. AGOSTINO

Da qualche giorno mi frulla per la mente di cercare di capire meglio la finale del romanzo di Camus ’Lo straniero’. Un libro davvero inquietante. All’inizio lascia sorpresi. Le pagine si leggono in fretta. Non si capisce dove voglia arrivare. Sono episodi della vita del personaggio del tutto insignificanti. Almeno così mi sembrava.Poi, dopo l’episodio improvviso e non voluto dell’omicidio di un giovane arabo e il conseguente processo raccontato in modo affascinante mentre si trova in carcere si arriva con la sua condanna a morte a comprendere il perché dei capitoli letti. Sembravano cose da nulla.  In realtà Camus li racconta per spiegare come la corte sia giunta a condannarlo a morte. E in attesa della esecuzione (la ghigliottina, poichè ci si trova in un paese arab0)   viene visitato da un prete. E qui che voglio raccogliere alcune passaggi dove è possibile comprendere come per Camus questa vita è chiusa all’aldilà. Dove in questa vita non esiste la speranza, perché non ha futuro.  La vita è un assurdo per cui tutto diventa insignificante, anche il morire.

Ecco i passaggi interessati: “...Quasi senza aver l’aria di parlarmi il prete ha detto che a volte ci si  crede sicuri e in verità non lo si è affatto. Io non dicevo nulla. Mi ha guardato e mi ha chiesto “Cosa ne pensi, tu?” Ho risposto che poteva darsi. In ogni modo io non ero forse sicuro di ciò che mi interessava realmente, ma ero perfettamente sicuro di ciò che non mi interessava. E per l’appunto ciò di cui Lui mi parlava non aveva alcun interesse per te....”.

Un secondo passo permette di entrare più a fondo nella coscienza di questo personaggio (Camus?): “Secondo il prete la giustizia degli uomini non era nulla e la giustizia di Dio era tutto. Gli ho fatto notare che era la prima che mi aveva condannato. Mi ha risposto che essa non aveva, con la sua condanna lavato nulla del mio peccato. Gli ho detto che non sapevo che cosa fosse un peccato: mi era stato detto soltanto che ero un colpevole. Erio colpevole, e pagavo. Non si poteva chiedermi nulla di più...”. Nel romanzo questo incontro-scontro con un sacerdote conduce Camus  a un’affermazione lapidaria che fa nascere una domanda seria, alla quale bisogna comunque tentare di dare una risposta. Scrive Camus: “Il prete si è rivolto verso di me gridando: “No, non posso crederti. Sono sicuro che ti è avvenuto di desiderare un’altra vita’. Gli ho risposo che naturalmente mi era avvenuto, ma ciò non aveva maggiore importanza che il desiderare di essere ricco, di nuotare molto veloce o di avere una bocca meglio fatta. Erano desideri dello stesso ordine. Ma lui mi ha interrotto e voleva sapere come vedevo quest’altra vita. Allora gli ho urlato: Una vita in cui possa ricordarmi di questa” e subito dopo gli ho detto che ne avevo abbastanza. Voleva ancora parlarmi di Dio, ma mi sono avvicinato a lui e ho cercato di spiegarli un’ultima volta che mi restava soltanto poco tempo. Non volevo sprecarlo con Dio.” Infine l’ultima sconvolgente confessione urlata al prete sconcertato:” L’avevo preso per la sottana. Riversavo su di lui tutto il fondo del mio cuore con dei sussulti misti di collera e di gioia. Aveva l’aria così sicura, vero? Eppure nessuna delle sue certezze valeva un capello di donna. Non era nemmeno sicuro di essere in vita dato che viveva con u morto. Io, pareva che avessi le mani vuote. Ma ero sicuro di me, sicuro di tutto, più sicuro di Lui, sicuro della mia vita e di questa morte che stava per venire. Sì, non avevo che questo. Ma per lo meno avevo in mano questa vertà così come essa aveva in mano me....” . L’uomo di Camus cerca angosciosamente una giustificazione per vivere, un valore all’esistenza e non trovandoli, diventa totalmente estraneo a se stesso. Attraverso l’esperienza del protagonista di questo romanzo, l’uomo fragile e inquieto sembra votato, anzi lo è, a una disperata solitudine in un mondo ostile e assurdo.

 

Ma questa ‘ripresa’ dei temi cari a un autorevole personaggio della cultura esistenzialistica è dovuta anche e soprattutto a un’emozione avvertita una mattina quando recitando il breviario mi sono trovato fra le mani alcuni pensieri di S. Agostino. Non ho potuto fare a meno di mettere a confronto   queste due visioni della vita e della ricerca del suo senso. Alla disperazione di Camus, al suo drammatico convincimento che l’aldilà seppure dovesse esserci non gli importava per nulla , risponde la gioiosa scoperta dell’intimità che Dio nel suo mistero concede a chi gli si affida. E’ un celebre passo delle ‘Confessioni’ che in parte qui riporto. Se leggere i romanzi di un’epoca e di autori famosi in qualche misura mi pernette di comprendere il dramma di tante persone che ancora oggi neppure sono in ricerca di Dio poichè a loro Dio non interessa, meditare la ‘confessione’ di S, Agostino immerge in una dimensione ‘storica’ ossia reale e vera oggi e sempre dell’esserci in Dio in un rapporto unico e indissolubile che dà all’esistenza non solo il suo senso, ma anche e soprattutto la gioia. Ecco alcuni passaggi delle ‘confessioni’: “Tardi ti ho amato o bellezza così antica e così nuova, tardi ti ho amato! Ed ecco tu eri dentro e io fuori e lì ti cercavo. Deforme come ero mi gettavo su queste cose belle che hai creato. Tu eri con me, ma io non ero con te. Mi tenevano lontano da te le tue creature che non esisterebbero se non fossero in te. Mi hai chiamato, hai gridato e ha vinto la mia sordità. Hai mandato bagliori, hai brillato e hai dissipato la mia cecità. Hai diffuso le tua fragranza, io l’ho respirata e ora anelo a te. Ti ho assaporato e ho fame e sete. Mi hai toccato e aspiro ardentemente alla tua pace....

Dovunque ti trovi, o Verità, tu sei al di sopra di tutti quelli che ti interrogano e contemporaneamente rispondi a quanti ti interpellano sulle cose più diverse. Tu rispondi con chiarezza ma non tutti ti comprendono, ma non sempre ascoltano quanto cercano. Si dimostra tuo servo migliore non colui che pretende di sentire da te quello che egli vuole, ma che piuttosto vuole quello che ha udito da te....”



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"TU SEI DOLCEZZA ALLA QUIETE, O CRISTO". UN'IMPROVVISA SCOPERTA!
Questa mattina, dopo la celebrazione della S. Messa, mi sono fermato come in altri giorni in chiesa a lungo nell'eventualità che qualche cristiano cercasse  un prete per confessarsi....
Ho iniziato la liturgia delle ore: l'ufficio delle letture si apriva con un inno che ho recitato tante volte....Oggi però, sono rimasto come fulminato,  mentre 'parlavo' con Lui. L'inno infatti mi poneva sulle labbra questa straordinaria e attuale parola: "....Tu sei, dolcezza alla quiete, o Cristo....".
Mi sono fermato stupito e a lungo. I pensieri si rincorrevano in me ed anche i sentimenti più diversi....
La quiete...(...dopo la tempesta?). Su nel mio eremo lunghe ore le passo proprio nelle quiete spirituale, nel silenzio della  meditazione, nello stupore che non mi lascia mai ogni giorno che passa....La quiete: ne ebbi sentore quando, dopo aver consegnato chiavi e libretti  di  assegni al mio successore come prevosto in Lissone, con Rachele lasciai la piazza e presa la strada che porta a Seregno: ho raggiunto al più presto il Lazzaretto. Anche se in disordine,la casa mi accolse. Chiusa la porta ci siamo guardati in viso e un sorriso illuminò i nostri volti. Ora era  il tempo della quiete...
La mia anima, quella che sembrava scmparsa perchè sommersa da altre occupazioni, si apriva alla mia ricerca tanto attesa: l'ho quasi sentita,  era in pace, nella quiete.....Non più un ministero fatto di doverose e necessarie presenze pastorali in tutti i campi della vita di comunità....Non più incontri motivati dalle esigenze organizzative , incontri superficiali anche se necessari....Non più campanelli che scuotono la vita di casa, non più telefonate....la quiete.....Penso  a quel mare che attraversai con la gente di Lissone, circumnavigando le isole Solovki, il Mar Bianco, al vespero: un 'immensa luccicante e bianca distesa,  di una calma quasi irreale (così disse Mario, estasiato nella contemplazione del quella visione)......La quiete della natura. Ora in me sta una quiete spirituale....La sento come un immeritato dono di Gesù che ho cercato di servire nel mio ministero....
In questo immergermi in una dimensione 'finora' sconosciuta, incontro la dolce presente di Cristo: "Tu sei dolcezza alla quiete o Cristo". Confesso che gran parte della mia giornata si svolge attorno a Lui. Un po' perchè sto scrivendo il mio commento personale al Vangelo di Marco, un poco perchè di tempo per l'orazione ne ho tanto, un poco perchè Egli mi interpella e mi aiuta a giudicare gli eventi, quelli passati, quelli storici, quelli presenti e mi sostiene nella fiducia e nella speranza per il futuro....
Mai in tanti anni di sacerdozio Gesù è stato così presente nei miei giorni....
E' vero: sono rimasto come fulminato, stupito. Gesù è la presenza nella quotidianità e nella storia ed è una presenza che dona dolcezza e porta l'anima alla quiete....