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MA CHE MERITO E MERITO....!

Non è la prima volta che mi ritrovo a riflettere sulla mia esperienza pastorale di oltre 50 anni di ministero in diverse comunità. Non tornano dal serbatoio della memoria personale i ricordi di esperienze vissute. Non mi nasce la voglia di ‘tornare’ indietro nel tempo e soffermarmi su episodi che ritengo significativi della mia esperienza sacerdotale. Sono solito dire a chi mi viene a trovare che non avverto in me alcuna nostalgia del passato. Non mi   preme dentro l’anima, quasi ne avessi bisogno per vivere questi giorni nella condizione nuova di pensionato.

No. Mi ritrovo invece a ‘pesare’ il vissuto. Un modo di dire incompleto, lo so. Ma tanto per intenderci. I giorni vissuti e sono tanti, hanno qualche ‘valore’ agli occhi di Colui al quale ho fatto dono della mia vita, fin da giovane. La mia preghiera, le liturgie celebrate, il perdono dato nel nome di Cristo,le predicazioni, i colloqui spirituali, la castità quotidiana, la verginità completa, le prove spirituali, le iniziative pastorali, l’obbedienza senza riserva al Vescovo,.....un pacchetto di ‘opere’ alle quali, sotteso, sta  il desiderio dell’anima di corrispondere alla grazie e alla tenerezza di Cristo Gesù.

Insomma è l’interrogativo che tocca ogni vita: quando essa è vissuta nella fede agli occhi di Dio meritiamo la nostra salvezza? Siamo noi, con un vita da ‘giusti’ che ci salviamo o la salvezza viene per amore gratuito da un Altro?E’ la domanda sul ‘merito’ di fronte alla verità della gratuità del dono di Dio, al di là di quanto possiamo aver fatto per meritarcelo!

Un libro- datato – di Mauriac mi ha indotto a tornare su questa delicato tema: ‘La farisea’. E’ un libro che consiglierei a tanti laici e anche a tanti preti. E’ la storia tormentata di una donna, Brigida Pian, che nella vita non ha fatto altro che cercare la perfezione per stare davanti a Dio forte dei suoi meriti. Un racconto che si snoda pagina dopo pagina in modo agile e provocante, tanto che è difficile staccarsene dalla lettura. Orbene al termine di questa narrazione, dopo aver descritto questa spasmodica ricerca della perfezione, dopo averla perduta, dopo che tutta la sua gente chiude la propria esistenza lontano da Lei, nella solitudine penosa nella quale vive i suoi ultimi anni da ‘farisea’ si pone la domanda che  ho ripreso per questa mia riflessione: “Alla sera della sua vita Brigida Pian aveva finalmente scoperto che non bisogna assomigliare a un servitore orgoglioso, preoccupato di abbagliare il padrone, pagando il suo debito fino all’ultimo obolo e che il Padre Nostro non s’aspetta da noi che si sia i contabili minuziosi dei nostri meriti. Ella sapeva adesso che non importa meritare, bensì amare’

Ora torno alla domanda iniziale che mi riguarda da vicino. Per la verità  ho cercato qualche risposta in San Tommaso, scorrendo una lezione di morale di un noto professore. Forse un giorno riprenderò questo tema e ne parleremo ampiamente. Ma se spazio sul mare della mia coscienza, aperto agli occhi miei e a quelli di Dio, scopro che nulla di quanto ho vissuto è scaturito da me: se mai posso riconoscere che quanto è stato vissuto nella fedeltà non lo è stato pienamente a motivo proprio delle mie debolezze. In realtà quando Paolo grida. “Mi basta la tua grazia” (2Cor 12,9) dice una verità che ho vissuto e che solo ora riconosco. E poi è ancora Lui,l’apostolo delle gente nella prima lettera ai cristiani di Corinto che scrive, acidamente forse : “Chi dunque ti ha dato questo privilegio? Che cosa mai possiedi che tu non abbia ricevuto? E se l'hai ricevuto, perché te ne vanti come non l'avessi ricevuto?” (1 Cor 4,7).

Se questo è vero allora il tempo del pensionamento che sto vivendo va interamente vissuto nel tentativo di contemplare la profondità del mistero di Dio che mi ha amato, tanto da chiamarmi alla comunione con Lui. E’ il tempo della verifica personale di una parola di Cristo: “Così anche voi, quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dite “Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare” (Lc 17,10)

IL MERITO. “TUTTO E’ MIO DONO, PERCHE’ TI HO AMATO!”

Come promesso riprendo la mia riflessione sul tema del merito. Anzitutto voglio affrontare questo tema sul piano personale. E’ come dire: quali meriti posso aver acquisito in 50 anni di ministero pastorale? Non intendo coinvolgere in questi pensieri nessuno altro che me stesso. Se stessi predicando userei per la verità il ‘noi’ poiché mi rivolgo a un’assemblea in ascolto. Ma qui, su

questo foglio ci sono solo io di fronte a me stesso.

E quindi mi chiedo se il Signore vorrà tenere in conto quanto nella sua vigna per tanti anni ho fatto. Ho terminato la riflessione precedente riprendendo l’espressione di Gesù: “Così anche voi, quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dite “Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare” (Lc 17,10). Potrebbe dunque sembrare conclusa ogni altra considerazione. Non si parla di meriti davanti al Signore: la percezione di essere prima di tutto creature e poi peccatori a fronte di doni incommensurabili come il battesimo e il sacerdozio, s’innerva nel mio rapporto con il Signore. Come oso pensare di aver meritato alcunché! Eppure in vita tante volte ho sentito parlare del merito, dell’impegno di santificazione per meritare di incontrare il Signore.  E’ vero che tante volte ho meditato la ‘rivelazione’ di Dio sul suo affetto per Isarele, giovinetto trovato nelle lande deserte e accolto sulle ginocchia,  portato al viso come fa una dolce madre. Potrei  vedermi così, pensando alla questione che ho formulato. Ma tutto questo è dovuto a una benevolenza gratuita di Dio che al suo popolo dimostra un affetto così profondo, raccontato con termini umani tanto delicati e di immediata comprensione.  Ed anche nel Vangelo di Cristo il rapporto di Gesù con i suoi discepoli ha sovente gli stessi caratteri. Basterebbe ricordare le sue espressioni la sera della sua vita, prima di essere condotto ‘al macello’. La sera dell’addio umano’. La sera dei sentimenti espressi chiaramente. La sera nella quale Gesù introduce nella sua intimità i suoi discepoli smarriti.

Tutto rimanda dunque a un’iniziativa di Dio a fronte di una situazione umana anche generosa., che potrebbe anche ‘possedere molti motivi per credere di aver meritato l’attenzione di Dio. 

Lo è dunque anche nella mia personale situazione. Amo pensare non tanto ai meriti acquisiti nel ministero, dunque, ma alla tenerezza di Cristo e del Padre suo che precede ogni mia richiesta meritoria. Non voglio essere un fariseo. Non si tratta quindi di guardare a una vita spesa per la Chiesa e per gli uomini per sentirsi dire che ho meritato ‘la vita eterna’, ossia che ho diritto a ‘vedere il volto di Dio’ a godere della sua eterna presenza nella quale ‘perdermi per sempre’.

C’ però  qualcosa che mi sfugge, a questo punto. Questa infatti è una visione dell’umano in parte negativa e in parte positiva: negativa perché mi mi vedo totalmente inutile (come si esprime Gesù) nel la storia della salvezza  alla quale comunque ho partecipato con il mio ministero di mezzo secolo ;positiva perché esplode in tutta la sua tenerezza quel Dio che in Cristo ho conosciuto e sperimentato come Padre e che ho servito nel mio ministero tra gli uomini.

Cos’è che mi pare manchi a questa conclusione così drastica? Ho cercato un aiuto in teologi che riprendono gli insegnamenti di pensatori cristiani come San Tommaso, Duns Scoto, il Cardinale Sanseverino Gaetano che sul tema della grazia hanno a lungo dissertato a fronte anche delle prese di posizione teologali errate come quelle di Lutero, di Occam, ecc.

Chiedo scusa per questi richiami, forse non necessari. Ma li riporto perché la ‘domanda’ che mi è sorta, nel tempo del mio pensionamento, è una questio vitalis, è decisamente importante per  immergermi in uno stato di serenità e di fiducia.

Così sono venuto a sapere da questi studiosi che esiste nel mistero di Dio “una specie di patto’ (che troviamo nella Sacra Scrittura: Alleanza) che il grande Tommaso chiama ‘ordinatio divina’. A motivo di questo patto il Signore (pensiamo dunque all’Alleanza) gratuitamente assegna ad una nostra opera  umana buona, ovviamente, un determinato premio che Lui stesso compiace di  elargirci”(Cfr. Padre Tomas Tyn, teologo) Da parte mia, come uomo, ci metto la libertà delle mie scelte, il libero arbitrio esercitato nel ministero. Sono convinto infatti che ogni uomo possiede le sue scelte. Questo essere padroni  dei miei atti mi ha messo in grado di meritare. Perché sono libero: al Signore ho offerto il mio ministero avendolo vissuto e posseduto come proprietà mia. Ma come posso pensare che questa opera 'umanamente e per giustizia meritevole' possa pretendere il dono della vita eterna. L'opera umanmai potrà essere adeguata al dono della vita eterna, ossia alla certezza della comunione, piena, definitiva, totale ed eterna con Dio, nella luce della verità e nella pienezza dell'amore? Questo dono supera incommensurabilmente l'opera buona che io possa avere fatto, fossero anche i50 anni di impegno pastorale per amore della Chiesa e degli uomini. Questo ministero ‘merita’ unicamente perché è il Signore che rimane fedele al suo ‘patto’, alla decisione di donarci quanto come uomo non sono assolutamente in grado di meritare, la 'Sua vita'.  Il ‘merito’ dunque del mio ministero proviene ancora una volta dalla bontà del mio Signore: per quello che è stato vissuto e donato al Signore ricevo da Lui in  ‘dono’ la vita eterna, solo perché quanto è stato fatto Lui, Il Signore, lo ha reso meritevole di ‘andare da Lui’, di incontrarLo per vedere il suo volto.

Non c’è dunque che da rimanere stupiti di quanto il Signore ha voluto offrirmi: la sua vita meritata perché ad ogni mia scelta egli mi  ha voluto riconoscere  meritevole.

Termino qui la mia riflessione sul ‘merito’ di una vita sacerdotale spesa in un ministero di 50 anni e oltre. Questa meditazione si conclude con un tempo di preghiera nella contemplazione della benevolenza del mio Dio. Se un giorno, un giorno eterno, potrò vedere il volto di Dio come canta il salmo è perché solo Lui ha voluto che lo vedessi senza che io abbia motivi legittimi e giusti per pretenderlo. Maranthà!