28.05.2013

Inizia oggi un nuovo cammino per la Chiesa ambrosiana. Un percorso missionario di annuncio «di Gesù Cristo come Evangelo dell’umano» in «tutti gli ambienti dell’esistenza quotidiana degli uomini e delle donne», anticipa il cardinale Angelo Scola. Un invito che viene «da un’importante affermazione dell’allora cardinale Bergoglio, ora Papa Francesco: “Quando la Chiesa non esce da se stessa per evangelizzare, diviene autoreferenziale e allora si ammala”». In Duomo, davanti a oltre 1700 sacerdoti ambrosiani riuniti per la recita dell’Ora media, l’Arcivescovo di Milano presenta le linee del prossimo anno pastorale. Che prenderà il via il 9 settembre con la pubblicazione della Lettera pastorale Il campo è il mondo. Vie da percorrere incontro all’umano.

La direzione verso cui sono invitate a camminare la Diocesi e le parrocchie è dunque quella dell’annuncio. Non secondo le formule della visita pastorale o della missione pastorale tradizionalmente intesa, ma piuttosto, precisa Scola, «con una maggior coscienza missionaria» nel cuore di tutti i fedeli. Un’esigenza che nasce dalla «forte evoluzione in atto nella nostra società lombarda, sullo sfondo dei mutamenti che stanno interessando tutto il Paese e l’Europa».

Concretamente, l’Arcivescovo di Milano individua tre scopi dell’iniziativa. Il primo, un’apertura a 360°, «senza bastioni da difendere, ma solo strade da percorrere per andare incontro agli uomini. Anche i bastioni della vecchia città di Milano - aggiunge Scola - non ci sono più. Restano solo le porte». Il secondo, una proposta integrale «attraverso l’annuncio esplicito della bellezza, della bontà e della verità dell’evento di Gesù Cristo presente nella comunità ecclesiale». Il terzo, lo stile della testimonianza - e non dell’egemonia - come caratteristica fondamentale.

Quattro i possibili livelli di attuazione. Il primo «la valorizzazione di ciò che nelle parrocchie già si pone in quest’ottica - spiega l’Arcivescovo -. Ad esempio cineforum, conferenze, catechesi, preghiere, pellegrinaggi. Con l’attenzione che siano esplicitamente riferiti agli scopi dell’iniziativa “Il campo è il mondo”». Secondo livello, la chiamata alla pluriformità nell’unità di tutte le realtà ecclesiali della Diocesi. Terzo livello, il ripensamento dell’attività degli Uffici diocesani nella direzione del maggiore collegamento con le parrocchie e con le altre realtà della concreta azione pastorale. Quarto e ultimo livello, la proposta di iniziative comuni a tutta la Diocesi, quali per esempio approfondimenti interdecanali del tema “Il campo è il mondo”, riflessioni per i sacerdoti sulla base anche di esperienze straniere, gesti pubblici di professione della fede.

Ipotesi ancora allo studio della Diocesi, ma per le quali l’Arcivescovo chiede il parere e le idee dei sacerdoti, da comunicare direttamente ai vicari episcopali o ai decani. In modo che il 25 giugno sia possibile compilare un calendario sulla base del quale anche le parrocchie possano organizzare il prossimo anno pastorale. Un applauso beneaugurante da parte dei sacerdoti presenti ha suggellato l’intervento dell’Arcivescovo.


Le relazioni sui “cantieri”

L’intervento dell’Arcivescovo, teso al futuro, è stato anticipato dalla verifica dei passi compiuti negli scorsi mesi e anni, in particolare in merito ai quattro “cantieri”, la cui sintetica analisi è stata affidata ai vicari episcopali. Anche in questo caso, con un’elaborazione del passato e dello stato attuale delle cose volti a comprendere come proseguire, e con quali correttivi, il percorso.

Monsignor Marco Navoni, Pro-Presidente della Congregazione per il Rito Ambrosiano, ha illustrato il resoconto dell’esame del nuovo Lezionario ambrosiano. Tra le conclusioni cui è giunta la commissione di studio, vi è una «condivisione sull’opportunità di studiare come giungere a una redazione abbreviata delle letture ritenute troppo lunghe», evenienza che verrà poi valutata dall’Arcivescovo e dalla Santa Sede. E, al contrario, una «polarizzazione», vale a dire opinioni opposte, sull’opportunità di «ridurre il numero delle letture» ad esempio in Avvento e di introdurre altre forme celebrative per segnare l’inizio della domenica come “Pasqua settimanale”» a fianco delle due modalità oggi previste per l’Annuncio della Risurrezione.

Al vicario generale monsignor Mario Delpini la responsabilità di presentare l’articolata analisi delle Comunità pastorali, «un modello promettente per il presente e per il futuro della Chiesa ambrosiana», nonostante «le difficoltà incontrate e quelle prevedibili» a causa «della realtà delle cose», ma anche di «atteggiamenti spirituali personali poco conformi». Non è però il modello cui dovrà entrare ogni parrocchia della Diocesi: «non è intenzione del vescovo che sia applicato in modo generalizzato». La relazione sottolinea il valore dell’unità delle parrocchie in Comunità, ma allo stesso tempo raccomanda di non perdere, anzi valorizzare, le caratteristiche di ogni singola realtà. Per esempio «si deve aver cura - raccomanda Delpini - di evitare una turnazione sistematica» dei sacerdoti sia nelle messe, sia nella presenza sul territorio, «per una chiarezza di riferimento delle comunità locali». Sacerdoti che saranno inviati nelle Comunità con un compito specifico già individuato dall’Arcivescovo. Tra i suggerimenti ai Consigli pastorali locali, anche quello di «definire le iniziative che mantengono la vivacità e l’identità delle singole parrocchie, di favorire la condivisione dei doni, delle risorse e delle proposte che definiscono la Comunità pastorale e, al tempo stesso, ne mettono in evidenza i vantaggi per il bene delle singole parrocchie, nelle diverse forme di aggregazione e nell'insieme della Comunità pastorale». Per specificare ancor meglio il ruolo di servizio alla missione e alla comunione, un significativo cambio di nome dell’organo chiamato a guidare la Comunità Pastorale: non più “Direttivo” ma “Diaconia”.

Prima Confessione e Prima Comunione rispettivamente all’inizio e alla fine del secondo anno del cammino dell’Iniziazione Cristiana (tendenzialmente a 9 anni) e Cresima, in un secondo momento, l’anno successivo: sono le conclusioni - condivise dal cardinale Scola e dal Consiglio episcopale -, in merito ai cammini di fede dei fanciulli, illustrate da monsignor Pierantonio Tremolada. Dopo alcuni anni di sperimentazione nella celebrazione congiunta di Prima Comunione e Cresima. Un sacramento, quest’ultimo, che deve «esprimere marcatamente il senso di appartenenza alla Chiesa diocesana e il rapporto con il vescovo». Sia nella scelta del celebrante, «individuato dall’Arcivescovo in primo luogo tra i membri del Consiglio episcopale milanese» e anche nella sede, con l’invito a «considerare l’opportunità di contesti sovraparrocchiali» quali chiese centrali nelle cittadine e pure la Cattedrale oltre che la chiesa parrocchiale.

Le scelte più significativa a proposito di questo cantiere riguardano l’acquisizione dalla sperimentazione del metodo catecumenale (ovvero un percorso che conduca all’introduzione alla totalità della vita cristiana e non solo delle lezioni di catechismo) e la presenza attiva a fianco dei bambini e dei ragazzi di una comunità educante (non solo i catechisti, il prete e la religiosa, ma anche i genitori, alcune figure di adulti significativi, gli allenatori sportivi, i movimenti presenti in parrocchia gli educatori dell’oratorio…)

Sarà di 5 anni (anche prorogabili, valutando caso per caso) più l’anno del Diaconato la durata della prima destinazione dei sacerdoti novelli. E la sede sarà individuata, spiega monsignor Luigi Stucchi, in modo che «il giovane presbitero» sia in grado di «assumere effettive responsabilità pastorali». E quindi il Rettore del Seminario e i suoi collaboratori privilegeranno «ciò che sembra opportuno e promettente per il neo-ordinato piuttosto che le necessità pastorali delle comunità di destinazione». Inoltre il primo anno di presenza in parrocchia, anno diaconale, conserverà «i tratti di una partecipazione significativa alla vita comunitaria del seminario e di studio delle discipline teologico-pastorali». Ulteriore attenzione per favorire l’inserimento più graduale dei sacerdoti nella vita delle comunità. Per i primi cinque anni di ministero sarà anche la durata dell’ISMI, il percorso di formazione permanente dopo il Seminario, «una proposta formativa ed ecclesiale per condividere la preghiera, le gioie e le prove del ministero, per la rilettura della vita della gente e della missione della Chiesa alla luce del pensiero di Cristo».

Al termine dell’incontro, mentre il cardinale Scola si è intrattenuto nelle navate del Duomo a salutare i sacerdoti e si è raccolto in preghiera sulla tomba del cardinale Martini, i parroci presenti hanno ricevuto in dono una formella commemorativa del 1700° anniversario dell’Editto di Milano, donata dalla rivista di architettura Chiesa oggi

Duomo di Milano, 28 maggio 2013

 

 


 

DAI CANTIERI

ALLE LINEE DIOCESANE

 

Convocazione diocesana del Clero

e intervento dell’Arcivescovo

Pagina 3:     PREMESS

Pagina 4:     LINEE DIOCESANE PER L’USO DEL LEZIONARIO AMBROSIANO 

Pagina 6:     LINEE DIOCESANE SULLA PASTORALE DI INSIEMENELLA FORMA DELLE COMUNITÀ PASTORALI 

Pagina 10:    LINEE DIOCESANE PER L'INIZIAZIONE CRISTIANA DEI FANCIULLI 

Pagina 24:    LINEE DIOCESANE SULLA PRIMA DESTINAZIONE 

Pagina 27:    L’INIZIATIVA PASTORALE : “Il campo è il mondo: vie da percorrere incontro all’umano”

Premessa

Il tempo dei cantieri si conclude e le linee diocesane indicate dal Vescovo offrono alla vita della nostra Chiesa diocesana le modalità per tradurre nella pratica ordinaria la grazia straordinaria di vivere questo tempo come tempo di  missione.

Lo Spirito di Dio suscita in noi il volere e l'operare perché la comunione che ci è donata si manifesti  nella concordia, nella condivisione, nella collaborazione, nella cura gli uni per gli altri, fino alla correzione fraterna, nel sostenerci a vicenda nel cammino della fede. L'accoglienza delle linee diocesane è la responsabilità di cui devono farsi carico per primi i collaboratori del Vescovo, quindi i preti e i diaconi. Le linee diocesane non sono ricette che pretendono di risolvere i problemi e di essere irriformabili, ma sono indicazioni che traggono la loro efficacia dell'essere praticate da tutti, insieme, cordialmente, fiduciosamente, intelligentemente.

Noi viviamo questo evento come un'occasione per professare insieme la nostra fede nel Signore che guida la sua Chiesa e salva la nostra vita: credo, Signore! Aiuta la mia incredulità!

Noi viviamo questo evento entro la comunione dei santi, sostenuti, incoraggiati, benedetti dall'intercessione dei santi, dei nostri santi che hanno scritto la tradizione della nostra Chiesa e che intercedono per il suo futuro: benedici il tuo popolo, Signore


1. 

Linee diocesane

per l’uso del Lezionario Ambrosiano

La cura per il Rito Ambrosiano 

1.        La cura per la liturgia e in particolare per il Rito Ambrosiano è una specifica responsabilità del Vescovo e il capitolo della Riforma Liturgica è caratterizzato da una sua “peculiare natura” [2]. Esiste infatti, fin dai tempi di san Carlo, la Congregazione del Rito Ambrosiano, l’organismo che per statuto è «deputato alla salvaguardia, alla revisione e all’incremento della tradizione liturgica di Rito Ambrosiano» (n. 1). Inoltre occorre tenere presente che la legittima autonomia della Chiesa ambrosiana, in riferimento alla sua tradizione liturgica, è da intendersi all’interno della comunione ecclesiale e pertanto deve coniugarsi con i necessari raccordi con la Congregazione per il Culto divino e la Disciplina dei Sacramenti presso la Curia Romana, dal momento che i libri liturgici promulgati dall’Arcivescovo di Milano, nella sua qualità di Capo del Rito Ambrosiano, necessitano di una previa “recognitio” presso la suddetta Congregazione.

Il Rinnovamento della Congregazione del Rito Ambrosiano

2.        Il primo intervento dell’Arcivescovo in merito alla Riforma Liturgica in corso è stato quello di rinnovare, con la lettera del 20 dicembre 2012, la Congregazione del Rito Ambrosiano, distinguendo in essa il gruppo dei membri effettivi (nel quale, oltre ai membri di diritto previsti dallo Statuto, sono stati inseriti esclusivamente sacerdoti parroci perché aiutino a leggere le questioni da affrontare con una angolatura specificatamente pastorale) e il gruppo degli esperti consultori (preti e laici, di varia estrazione e competenza). Le competenze dei due gruppi sono state definite con precisione, riservando solo ai membri effettivi il diritto di voto sulle decisioni da prendere che restano di spettanza del solo Arcivescovo Capo Rito, dopo aver consultato gli esperti cui tocca unicamente esprimere, se richiesto, il loro parere.

Opportunità di alcuni interventi

3.        Nella prima riunione della rinnovata Congregazione, presieduta dal Cardinale Arcivescovo, sono stati recensiti con precisione i vari capitoli ancora aperti in tema di Riforma Liturgica; si è discusso sull’opportunità di studiare degli “aggiustamenti” in riferimento ad alcune parti del nuovo Lezionario Ambrosiano. Inoltre è stato deciso, per la prima volta rispetto alla prassi precedente, un coinvolgimento effettivo e sistematico del gruppo degli esperti: tutti sono stati puntualmente e personalmente consultati proprio su quegli “aggiustamenti” al Lezionario che i membri effettivi insieme allo stesso Arcivescovo hanno cercato di delineare sotto forma di ipotesi.

4.        Di fatto, con la lettera della Congregazione del Rito Ambrosiano del 14 febbraio, è stato chiesto un parere scritto ai membri consultori sui tre seguenti quesiti:

-         Una volta confermato che nelle ferie di Avvento e nelle ferie “De exceptato” resta paradigmatico lo schema ternario della liturgia della Parola (due letture dall’Antico Testamento e il Vangelo), si chiede se, per motivi pastorali, si ritenga opportuno introdurre ad libitum la possibilità di proclamare una sola lettura (a scelta tra le due previste dal Lezionario Ambrosiano) prima del Vangelo. E nel caso si ritenga opportuno procedere in questo senso, di indicare qualche criterio da proporre per regolare tale scelta ad libitum;

 

-         una volta confermata l’importanza e il significato ecumenico di caratterizzare il solenne inizio della domenica con la celebrazione ”vigiliare” del sabato, si chiede se si ritiene opportuno introdurre altre eventuali forme rituali ad libitum in alternativa alla “missa infra vesperas” e alla proclamazione del Vangelo della Risurrezione; in caso di riposta affermativa, si chiede anche di esemplificare come potrebbe svolgersi l’eventuale forma rituale (o le eventuali forme rituali) per segnare l’inizio della domenica come “Pasqua settimanale”;

-         infine si chiede di valutare l’opportunità di prevedere, nei casi di letture ritenute troppo lunghe, una redazione abbreviata da proporre con adeguati sussidi liturgici di carattere pastorale.

I passi futuri

5.        Il risultato della consultazione fa registrare una polarizzazione marcata sull’opportunità di rendere possibile la riduzione del numero delle letture e sull’opportunità di introdurre altre forme celebrative per segnare l’inizio della domenica come “Pasqua settimanale”. Si registra invece una convergenza quasi unanime sull’opportunità di studiare come giungere a una redazione abbreviata delle letture ritenute troppo lunghe e su come rendere concretamente fruibile tale eventuale alternativa. Ora i membri effettivi della Congregazione per il Rito Ambrosiano (cui per Statuto compete votare precise risoluzioni da sottoporre poi all’approvazione del Capo Rito) sono chiamati a valutare le risposte pervenute, confrontarle e giungere a una decisione il più possibile condivisa. In base alla decisione presa, occorrerà poi consultare i competenti Uffici della Congregazione per il Culto Divino, per verificare se il decreto con cui l’Arcivescovo Capo Rito potrà introdurre le predette modifiche abbisogni, almeno per una parte di quanto intende stabilire, della previa “recognitio” della Santa Sede.


2.

 

Linee diocesane

sulla pastorale di insieme

nella forma delle Comunità Pastorali

 

Un discernimento pastorale su questo tempo di grazia

1.        La missione della Chiesa (la sua ragion d’essere) è a servizio del Vangelo affinché a tutti sia dato di sperare nel Signore Gesù. La si può rappresentare con l’immagine della seminagione: “il campo è il mondo”. La missione della Chiesa oggi (tempo di grazia e di prova), nelle nostre terre (dove la Chiesa ha radici antiche ed è presenza viva e promettente) riconosce che il mondo è cambiato ed è in rapida evoluzione.

2.        La Chiesa, attenta alla voce dello Spirito, riconosce che per essere fedele alla missione deve prendere atto del cambiamento e trovare forme coerenti per continuare ad essere presenza viva e promettente. La Chiesa italiana nel suo insieme e in particolare la Diocesi di Milano si sentono chiamate in modo particolare a una conversione, evento spirituale per una comunione più intensa e più visibile e per una testimonianza più coraggiosa, lieta e creativa e a una riforma istituzionale che offra strumenti più adeguati al contesto attuale e alle prospettive prevedibili.

La “pastorale di insieme”

3.        Per quanto riguarda gli aspetti istituzionali, la verifica condotta quest’anno secondo le indicazioni della Lettera pastorale Alla scoperta del Dio vicino, ha portato alla persuasione che è irrinunciabile unire la presenza capillare della Chiesa presso le case e gli ambiti di vita della gente con una pastorale di insieme che consenta di condividere le manifestazioni particolari dello Spirito per l’utilità comune e offrire una testimonianza riconoscibile di comunione animata da spirito missionario.

Il modello “Comunità Pastorale”

4.        Tra le forme istituzionali della pastorale di insieme il modello “Comunità Pastorale” si deve riconoscere come pertinente e promettente perché è:

-         istituito con l’intenzione di impegnare le comunità in una rinnovata ed esplicita destinazione missionaria;

-         costituito in modo da garantire, attraverso la distribuzione delle responsabilità, un’azione pastorale unitaria;

-         articolato in modo da favorire e promuovere la prossimità della cura pastorale alle case e alla vita della gente con il mantenimento dell’istituzione “parrocchia”.

5.        Il modello “Comunità Pastorale” non è l’unica forma di attuazione della pastorale di insieme e non è intenzione del Vescovo che sia applicato in modo generalizzato e uniforme nel territorio della Diocesi. Unico invece deve essere lo spirito che convince ad animare la Pastorale di insieme con l’intenzione missionaria, in qualsiasi forma istituzionale (unità pastorale, coordinamento cittadino,  area omogenea, parrocchia) entro l’articolazione decanale che pure dovrà essere aggiornata.

La responsabilità della scelta del modello di pastorale di insieme

6.        La decisione su quale modello di Pastorale d’insieme è da attuarsi nel concreto e quale forma di Comunità Pastorale mantenere, modificare, incrementare e istituire, è ultimamente responsabilità del Vescovo che porta a compimento gli orientamenti maturati nell’esercizio di una responsabilità collegiale sinodalmente esercitata. Il Vicario Episcopale di Zona si deve far carico di ascoltare i consigli decanali e della parrocchia, i preti e gli operatori pastorali che esercitano il loro ministero nelle parrocchie coinvolte.

7.        La convinzione che il modello “Comunità Pastorale” sia promettente per il presente e il futuro della missione della Chiesa di Milano non induce a nasconderci le difficoltà incontrate e quelle prevedibili. Si deve riconoscere da parte di tutti che le difficoltà sono nella realtà delle cose, ma anche in un procedimento di attuazione che può essere maldestro e in una atteggiamento spirituale soggettivo che può essere poco conforme alle esigenze della carità pastorale.

La costituzione e la missione delle Comunità Pastorali

8.        Per la costituzione e per la configurazione della missione delle Comunità Pastorali, la verifica di quest’anno ha confermato quanto è stato precedentemente elaborato e ha indicato attenzioni e suggerito modifiche che entreranno nella pratica ordinaria. Alcuni aspetti puntuali devono però essere punti di riferimento stabili e acquisiti:

Garantire l’offerta di una proposta formativa

9.        Per la formazione di preti, diaconi, consacrati, laici chiamati ad essere protagonisti della vita delle Comunità Pastorali è decisivo che si garantisca l’offerta di una proposta formativa: l’assunzione di un incarico e la partecipazione attiva e convinta alla vita delle Comunità Pastorali richiede una mentalità ecclesiale, una libertà spirituale e una attitudine alla collaborazione, alla corresponsabilità specifiche. La Commissione Arcivescovile per la Pastorale d’Insieme e per le Nuove Figure di Ministerialità che ha contribuito negli anni scorsi a tracciare il cammino, è incaricata di farsi carico di tutto quanto può servire per questa formazione specifica, ferma restando la competenza in materia di altri soggetti dedicati ad ambiti particolari, tra i quali: la Formazione permanente del Clero, l’Azione Cattolica, la Pastorale Giovanile. Il Seminario Arcivescovile deve farsi carico della formazione alle attitudini richieste - nella sua responsabilità di accompagnamento e di discernimento - dei candidati al presbiterato. Analogamente la formazione al Diaconato Permanente si deve inserire in questa spiritualità e attenzione educativa.

Il Consiglio Pastorale e la “Diaconia”

10.    Il Consiglio Pastorale della Comunità Pastorale è l’organismo che - costituito secondo la normativa vigente da rappresentanti delle parrocchie e dagli altri membri previsti, presieduto dal responsabile della Comunità Pastorale - ha la responsabilità di orientare la vita della Comunità affinché sia corrispondente all’intenzione missionaria e pratichi lo stile evangelico della comunione, avendo cura (secondo la propria modalità di azione che è quella consultiva) di definire le iniziative che mantengono la vivacità e la identità delle singole parrocchie, di favorire la condivisione dei doni, delle risorse e delle proposte che definiscono la Comunità Pastorale e – al tempo stesso - ne mettono in evidenza i vantaggi per il bene delle singole parrocchie, delle diverse forme di aggregazioni e dell’insieme della Comunità Pastorale.

11.    Per l’attuazione delle decisioni assunte entro il Consiglio Pastorale è costituita la “Diaconia” e, in essa, il Responsabile della Comunità Pastorale coordina quanti sono impegnati in modo più significativo nel servizio pastorale, in spirito di particolare condivisione di responsabilità con i propri confratelli presbiteri. Il nome “Diaconia” (che viene quindi a sostituire l’espressione “Direttivo pastorale”) esprime più chiaramente l’atteggiamento richiesto ed è più coerente con le funzioni che il Vescovo intende assegnare al gruppo degli operatori pastorali impegnati per suo mandato al servizio della Comunità Pastorale. Fanno parte della “Diaconia” preti, diaconi, consacrati/e e laici nominati tramite decreto dell’Ordinario diocesano.

Il ruolo dei presbiteri

    12.  Per quanto riguarda il ruolo dei presbiteri nelle Comunità Pastorali, si deve mettere anzitutto in evidenza che ognuno di loro trova la sua identità nell’appartenenza all’unico presbiterio, in comunione con il Vescovo: la differenziazione dei ruoli, funzionale alla corresponsabilità pastorale, può essere feconda di bene per la Chiesa e per ciascun prete solo entro la comunione presbiterale. La Comunità Pastorale richiede in modo evidente la comunione presbiterale nella conduzione della vita ordinaria impegnata ad attuare le indicazioni pastorali diocesane, nella determinazione elaborata nel Consiglio Pastorale della Comunità Pastorale.

13.  È responsabilità del Vescovo definire nel decreto di nomina i ruoli e gli ambiti di impegno dei singoli presbiteri. In particolare nella Comunità Pastorale un presbitero assume il ruolo di Responsabile (parroco delle singole parrocchie), altri presbiteri assumono incarichi determinati nel decreto di nomina, con la specifica attenzione a indicare, dove è possibile, il ruolo di “prossimità” e di punto di riferimento per una delle parrocchie e il ruolo di “responsabilità” per un settore della vita pastorale.

14.    Per una chiarezza di riferimento delle comunità locali e per un esercizio ordinato delle responsabilità, si deve aver cura di evitare una turnazione sistematica della presidenza delle celebrazioni liturgiche e la presenza dei presbiteri.

15.    Altre possibili formalità di incarichi di presbiteri nella Comunità Pastorale (in particolare secondo la modalità, già in atto in alcuni contesti, dei “parroci in solido”) si potranno configurare con maggiore definizione e più ampia estensione, tenendo presenti le situazioni, le condizioni personali e gli esiti di riflessioni e confronti che sono in atto.

Il ruolo dei laici

16.    Per quanto riguarda il ruolo dei laici nella vita e nell’esercizio delle responsabilità a servizio delle Comunità Pastorali, si deve mettere in evidenza che i laici sono chiamati in primo luogo a santificarsi e ad essere testimoni nel Vangelo negli ambiti di vita in cui sono presenti a motivo della loro vocazione. Alcuni laici esercitano specifici compiti a favore della comunità con particolare disponibilità al servizio, in forza del proprio Battesimo e per aver ricevuto un incarico dalla Chiesa da esercitare per un tempo determinato e dopo adeguata formazione.

17.    La presenza dei laici nella “Diaconia” non può essere motivata dalla finalità di rappresentare le comunità, le parrocchie o le aggregazioni di appartenenza, ma è conseguente all’assunzione di un significativo incarico pastorale, riconosciuto a livello diocesano.

18.    La funzione di rappresentanza è svolta dai laici nel Consiglio Pastorale, che può anche decidere di adottare modalità stabili di confronto con la “Diaconia” mediante la propria giunta ristretta o mediante l’attività delle singole commissioni.

Altri aspetti non secondari

19.    Le linee diocesane per la Pastorale di insieme e per le Comunità Pastorali in particolare, risultano definite nei tratti qualificanti. Altri aspetti non secondari (organizzazione della vita liturgica, gestione delle risorse, cura per le strutture, articolazioni sub-parrocchiali della comunità, ecc.) si definiranno con il tempo attraverso l’esperienza e le indicazioni autorevoli del Vescovo, confidando che l’assistenza dello Spirito Santo tenga sempre vivo quello che è essenziale, cioè la Chiesa come segno di comunione dedita al compimento della sua missione.

 

3.


Linee diocesane

per l'iniziazione cristiana dei fanciulli

Evangelizzazione e nuova evangelizzazione

1.        “Ame è stato dato ogni potere in cielo e in terra. Andate, dunque, e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo e insegnando loro ad osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni sino alla fine del mondo” (Mt 28,18-20).

Le parole di Cristo Risorto sono uno straordinario annuncio di speranza e svelano il senso della missione affidata alla Chiesa. La sovranità universale e perenne del Figlio di Dio glorificato nella Pasqua, la sua presenza amorevole e la sua potenza redentrice costituiscono l’orizzonte di salvezza nel quale si iscrive l’opera di evangelizzazione degli Apostoli e dei credenti di ogni tempo. Anzi, questa stessa potenza è l’evangelizzazione in atto. Una nuova via si è aperta nella storia, via di salvezza e di riconciliazione, via di libertà e di pace.

Il Vangelo, potenza di Dio per chiunque crede (cf. Rm 1,16) conferirà all’esistenza umana la forma che da sempre Dio desidera, consentendo ad ognuno che si affiderà al Crocifisso Risortodi conoscere il suo volto amabile e di servirlo in santità e giustizia (cf. Lc 1,72-75).

 

2.        Il Vangelo di Cristo e la vita dell’uomo non sono separabili: il Vangelo è per la vita e la vita ha bisogno del Vangelo. Tutto ciò che è umano sta a cuore alla Chiesa, la cui missione ha come scopo di far presente la salvezza di Gesù Cristo, custodendo l’umano nella sua più profonda verità e contribuendo ad esprimerne tutta la dignità e la bellezza. L’esordio della Costituzione Pastorale Gaudium et Spes esprime questo pensiero con particolare efficacia: “Le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo, e nulla vi è di genuinamente umano che non trovi eco nel loro cuore” [3].

3.        L’evangelizzazione è una realtà ricca, complessa e dinamica di cui è difficile dare una definizione senza il rischio di impoverirla. Essa scaturisce da quello che possiamo chiamare il nucleo costitutivo della Chiesa: “Dio ha parlato, ha veramente rotto il grande silenzio, si è mostrato, ma come possiamo far arrivare questa realtà all’uomo di oggi, affinché diventi salvezza? […] Solo Dio stesso può creare la sua Chiesa, Dio è il primo agente: se Dio non agisce, le nostre cose sono solo le nostre e sono insufficienti; solo Dio può testimoniare che è Lui che parla e ha parlato” [4]. Da qui un’indicazione fondamentale per l’evangelizzazione e la nuova evangelizzazione propria dei tempi attuali: “La precedenza è sempre di Dio, egli parla ed opera. La Chiesa può solo co-operare. Proprio il verbo co-operare può descrivere adeguatamente il compito della Chiesa nella evangelizzazione, un compito che risponde ad un orientamento programmatico per la vita della Chiesa, di tutti i suoi membri, delle famiglie, delle comunità, delle sue istituzioni” [5]. Attraverso l’evangelizzazione la forza santificante del Vangelo è destinata a raggiungere in ogni epoca della storia i criteri di giudizio, i valori determinanti, i punti di interesse, le linee di pensiero, le fonti ispiratrici e i modelli di vita dell’umanità: nella misura in cui questo accadrà l’evangelizzazione avrà raggiunto il suo obiettivo, consentendo alla grazia divina di produrre il suo frutto di salvezza.

 

L’Iniziazione Cristiana

 

4.        Nell’ampio orizzonte dell’evangelizzazione si colloca l’Iniziazione Cristiana. Essa costituisce uno degli ambiti più importanti della missione della Chiesa e un cardine della sua azione pastorale. L’Iniziazione Cristiana, infatti, “non è una delle tante attività della comunità cristiana, ma l’attività che qualifica l’esprimersi proprio della Chiesa nel suo essere inviata a generare alla fede e realizzare se stessa come madre” [6]. Consapevole del suo grande valore, la Chiesa ha sempre investito nell’Iniziazio­ne Cristiana le sue migliori energie e si è sempre interrogata sulle più adeguate modalità di attuazione.

 

5.        Ma che cosa intendiamo per Iniziazione Cristiana? Quale significato dobbiamo attribuire a questa espressione abbastanza familiare ma non sempre così immediatamente chiara? [7]. L’Iniziazione Cristiana è “l’introduzione e l’accompa­gnamento di ogni persona all’incontro personale con Cristo nella comunità cristiana”, ovvero lo sviluppo del dono della salvezza accolto da ciascuno nella fede della Chiesa. Ogni parola ha qui il suo peso: l’essenza della Iniziazione Cristiana è l’incontro personale con il Cristo vivente, esperienza viva di attrazione nella potenza dello Spirito Santo che precede e fonda ogni conoscenza dottrinale e ogni scelta morale; tale incontro avviene nella comunità cristiana, luogo vitale e soggetto educante dei credenti in cammino; avviene, inoltre, secondo la modalità specifica dell’introduzione e dell’accompagnamento, cioè in un arco di tempo ben definito e secondo una pedagogia della fede che è propria della Chiesa stessa. In questo cammino di introduzione e di accompagnamento alla vita di fede hanno un posto di assoluta rilevanza i Sacramenti.

 

6.        Le diverse generazioni dei discepoli di Cristo hanno il compito di incarnare il Vangelo nel tempo in cui vivono. Cristo infatti ci è contemporaneo perché è “il Primo, l’Ultimo e il Vivente (Ap 1,17). Proprio per questo l’evangelizzazione acquista in ogni epoca della storia una sua propria forma. La Chiesa di oggi si interroga sulle nuove vie che lo Spirito sta aprendo, affinché la Parola che salva raggiunga tutti gli uomini. E tra le domande che riguardano l’evangelizzazione contemporanea vi è anche quella sull’Iniziazione Cristiana: è viva, infatti, l’esigenza di un rinnovamento della proposta di introduzione alla fede negli anni dell’infanzia e della fanciullezza. Lo richiede il mutato contesto sociale ed ecclesiale. Occorre dunque comprendere le istanze di questo momento storico, per coglierne meglio la grazia e insieme affrontarne le sfide. Si tratta di un compito da assumere con passione e saggezza, docili all’azione dello Spirito.

La situazione attuale

7.         Parlando di Iniziazione Cristiana intendiamo riferirci ai primi anni della vita di una persona, più precisamente al cammino di crescita del dono della fede seminato in un bambino e in un ragazzo fino alla sua preadolescenza. Siamo ben coscienti che nella storia della Chiesa il senso dell’espressione non è sempre stato questo. In epoca apostolica, ma anche nei primi secoli, la formula chiamava in causa piuttosto gli adulti e il loro cammino catecumenale. Non possiamo tuttavia prescindere dalla constatazione che a tutt’oggi nella Chiesa italiana ed in particolare nella nostra Diocesi ambrosiana, la domanda del Battesimo per gli infanti è ancora la forma determinante di ingresso alla fede. Questo fenomeno chiede certamente una sapiente valutazione pastorale ma in ogni caso costituisce l’elemento determinante cui riferirsi per definire, in prima istanza, sia la stessa Iniziazione Cristiana che la sua attuazione pastorale. Se da una parte l’Iniziazione Cristiana degli adulti torna ad essere oggi di grande attualità, dall’altra per “Iniziazione Cristiana” non possiamo non intendere primariamente l’ingresso nella fede dei bambini e dei ragazzi.

 

8.         Resta vero che, come accennato, l’attuale situazione pastorale domanda una sapiente valutazione. Pensando anche agli anni successivi al Battesimo dei bambini la Conferenza Episcopale Italiana osserva: “Se da un lato non va disperso quel patrimonio che vede ancora una significativa adesione di fanciulli e ragazzi alla catechesi, dall’altro si impone un’ulteriore riflessione, se si vuole che le nostre parrocchie mantengano la capacità di offrire a tutti la possibilità di accedere alla fede in modo autentico e positivo” [8].

Si devono considerare in particolare alcuni dati significativi che rispecchiano la situazione delle Chiese di antica tradizione cristiana bisognose di nuova evangelizzazione: in primo luogo, un crescente numero di bambini non riceve più il Battesimo, dal momento che i genitori non ne fanno più richiesta; in secondo luogo, non pochi figli di battezzati o di catecumeni vengono battezzati non più nei primi anni dell’infanzia ma negli anni della fanciullezza, in età scolare; da ultimo, le statistiche ci dicono che la maggior parte degli immigrati stranieri nella nostra Diocesi è di religione cattolica: che cosa comporta questo sul versante del Battesimo dei loro bambini e del cammino che ne segue? Si tratta di elementi decisamente rilevanti in ordine ad una riflessione sull’Iniziazione Cristiana nella prospettiva della nuova evangelizzazione.

 

9.         Più in generale, occorre riconoscere che il contesto sociale e familiare nel quale i ragazzi oggi crescono è radicalmente cambiato. L’ambiente che li circonda spesso risulta povero di esperienze e di segni cristiani. Non è più possibile presupporre tranquillamente una vita comunitaria effettiva, una pratica di preghiera avviata, una vita morale sviluppata e una conoscenza effettiva di Gesù e della Chiesa. Più che generare sterili lamentele, questa situazione deve diventare per noi un invito a rivisitare il percorso dell’Iniziazione Cristiana nella consapevolezza ritrovata dell’identità evangelizzatrice della Chiesa. Proprio in questo senso possiamo parlare di “ispirazione catecumenale” della nuova proposta di introduzione alla fede. Il catecumenato faceva e fa appunto questo: conferisce all’Iniziazione Cristiana la forma chiara di un cammino, dai primissimi passi fino alla desiderata e piena partecipazione alla vita della comunità cristiana. In concreto, il catecumenato allarga lo sguardo dalla sola catechesi all’intera esperienza di fede ecclesiale, che è fede accolta e professata, celebrata e pregata, vissuta nella condivisione e nella carità. Per questi motivi, l’apporto dell’ispirazione catecumenale alla revisione attuale dell’Iniziazione Cristiana può essere molto utile e fecondo. D’altra parte, l’ispirazione catecumenale può giovare davvero al rinnovamento dell’Iniziazione Cristiana dei bambini e dei ragazzi nella misura in cui il suo apporto verrà armonicamente composto con la prospettiva educativa tipica di queste età, la quale conferisce al cammino di introduzione alla fede una forma propria, diversa da quella degli adulti.

 

L'Iniziazione Cristiana dei fanciulli nella Diocesi ambrosiana

 

10.     Docile all’azione dello Spirito e consapevole della sua missione, la Chiesa italiana in questi ultimi quarant’anni ha compiuto passi significativi nella direzione di un rinnovamento della Iniziazione Cristiana. Più recentemente, “molte parrocchie e diocesi italiane, a seguito anche della pubblicazione delle tre Note pastorali sull’iniziazione cristiana (1997-2003), hanno dato vita a sperimentazioni di cammini di iniziazione con proposte diverse, comprendenti sia un percorso ordinario, sia l’itinerario catecumenale, sia la catechesi familiare o i percorsi sostenuti da movimenti e associazioni. Queste sperimentazioni hanno evidenziato come l’Iniziazione Cristiana cominci quando i genitori chiedono il Battesimo per il loro bambino a poche settimane o mesi di vita, come del resto già indicato dai catechismi della Conferenza Episcopale Italiana. Anche per i fanciulli che incominciano la catechesi a sei-sette anni è oggi quanto mai necessario un adeguato primo annuncio del Vangelo, che possa condurli insieme ai genitori a un inserimento globale nella vita cristiana anche attraverso la celebrazione dei sacramenti della Confermazione e dell’Eucaristia, insieme a itinerari penitenziali che culminano nel Sacramento della Riconciliazione” [9].

 

11.    La stessa Conferenza Episcopale Italiana ha auspicato, per il decennio 2010-2020 dedicato all’educazione, che tutte le diocesi italiane attuino un programma educativo di rinnovamento della catechesi in generale e dell’Iniziazione Cristiana in particolare: “In questo decennio sarà opportunodiscernere, valutare e promuovere una serie di criteri che dallesperimentazioniinattopossanodelineareilprocessodi rinnovamentodellacatechesi, soprattuttonell’ambitodell’Iniziazione Cristiana. Ènecessario, inoltre,unaggiornamentodegli strumenticatechistici,tenendocontodelmutato contestoculturalee deinuovilinguaggidella comunicazione” [10].

12.     La nostra Diocesi è tra quelle che si sono mosse in questa direzione. Da almeno quindici anni, infatti, è in corso nella nostra Chiesa un profondo ripensamento dell’Iniziazione Cristiana dei bambini e dei ragazzi. Dal 2003 al 2008 si è dato vita anche ad una sperimentazione diocesana degli itinerari da zero a quattordici, condotta da una apposita Commissione Arcivescovile con il coinvolgimento di un numero notevole di parrocchie [11]. Dal 2007 - anno in cui l’esperienza della sperimentazione è stata dichiarata conclusa per la fase da zero a sei anni - e dal 2008 - in cui si è conclusa anche la fase successiva, altre parrocchie con il consenso dell’Ordinario si sono aggiunte nei percorsi di sperimentazione avviati [12]. Nel frattempo sono stati attivati dei corsi di formazione per le catechiste e i catechisti, allo scopo di introdurli nelle prospettive della nuova proposta di Iniziazione Cristiana.

13.    Questo lavoro, condotto con generosità e impegno da parte di molti, ha trovato il suo approdo ufficiale in alcuni importanti documenti: per la fase battesimale e della prima età (0-6 anni), nella lettera pastorale dell’Arcivescovo per l’anno 2007-2008 intitolata Famiglia comunica la tua fede [13] e nel documento del Consiglio Episcopale Milanese intitolato Il mistero dell’accoglienza [14]; per l’insieme del percorso, ma soprattutto per le fasi successive ai sette anni, nel documento del Consiglio Episcopale Milanese dal titolo Verso la pienezza della vita cristiana, pubblicato nel 2010 in allegato alla lettera pastorale del card. Dionigi Tettamanzi In cammino con San Carlo [15]. Quest’ultimo testo fa il punto della situazione per quanto concerne la sperimentazione in Diocesi e presenta le linee guida di un rinnovato cammino di Iniziazione Cristiana per i bambini e i ragazzi. Tali linee possono essere così riassunte: 1) l’Iniziazione Cristiana è presentata in prospettiva catecumenale come una introduzione globale alla fede e alla vita cristiana; 2) si prevede e si sollecita un coinvolgimento della comunità cristiana nella formazione di fede dei bambini e dei ragazzi, in stretta collaborazione con i genitori; 3) si sottolinea l’importanza della fase battesimale e post-battesimale di questo cammino (da zero a sei anni); 4) si propone una strutturazione ben precisa della seconda fase del cammino (da sei a undici anni), avviata da una proposta di “primo annuncio”; 5) si raccomanda un’attenzione particolare per la fase che segue il conferimento dei Sacramenti, chiamata “fase mistagogica”.

Si tratta di linee guida assolutamente rilevanti, che segnano un punto di non ritorno e che vanno considerate ormai patrimonio comune. Quanto all’ordine dei Sacramenti, l’indicazione del Consiglio Episcopale Milanese fu la seguente: celebrare unitamente i Sacramenti della Cresima o Confermazione e dell’Eucaristia (Prima Comunione) nel quarto anno del percorso di Iniziazione Cristiana.

 

Punti fermi di un rinnovamento

 

14.    La descrizione dell’Iniziazione Cristiana come introduzione dei bambini e dei ragazzi all’incontro personale con Cristo nella comunità cristiana, cioè come lo sviluppo del dono della salvezza accolto dai bambini e dai ragazzi nella fede della Chiesa, lascia chiaramente intravedere le sue due caratteristiche essenziali che costituiscono il punto cruciale di tutto il discorso. Esse sono: in primo luogo, la natura di “cammino” che l’Iniziazione Cristiana assume in rapporto alla complessiva esperienza della fede da parte dei piccoli; in secondo luogo, il ruolo che in essa riveste la comunità cristiana e in particolarequelgruppo di persone che al suo interno si farà carico del loro accompagnamento e che identificheremo con la formula “Comunità Educante”. Su queste due caratteristiche vogliamo concentrarci in modo particolare.

 

Un cammino di introduzione alla vita cristiana

 

15.     L’Iniziazione Cristiana si dispiega nell’arco di tempo che abbraccia l’infanzia e la fanciullezza, approdando all’età delle preadolescenza: si tratta della prima stagione della vita, la cui importanza è a dir poco fondamentale. Il punto di partenza sacramentale è la celebrazione del Battesimo che normalmente avviene ancora a poche settimane dalla nascita. Dall’attesa del bambino e dalla preparazione al Battesimo prende avvio per i genitori e per i loro bambini un camminodi iniziazione, a configurare il quale interverranno quelli che possiamo a giusto titolo definire i “quattro pilastri” della vita cristiana. Li troviamo presentati nel Libro degli Atti degli Apostoli, là dove si descrive per la prima volta il vissuto della comunità di Gerusalemme: si tratta dell’ascolto della Parola di Dio, della comunione fraterna, dello spezzare il pane e delle preghiere, dello slancio missionario (cf. At 2,42-47) [16].

Non è pensabile la vita cristiana se non così, cioè come il frutto di una misteriosa azione dello Spirito attraverso la quale Cristo stesso viene incontro agli uomini, nell’interazione costante di queste quattro dimensioni.

 

16.     L’introduzione dei bambini e dei ragazzi alla vita di fede va dunque pensata in modo analogo, cioè, più dettagliatamente, come un’introduzione alla conoscenza delle Scritture e dell’insegnamento autorevole della Chiesa, all’esperienza viva della comunione ecclesiale, alla celebrazione dei Sacramenti e alla preghiera, all’apertura di cuore nei confronti di tutti gli uomini e al desiderio di portare loro il Vangelo di Cristo. Questa, appunto, è l’Iniziazione Cristiana: un cammino di introduzione alla vita cristiana in tutta la sua ricchezza. Che cosa questo comporterà nel corso degli anni sul versante concreto del vissuto quotidiano andrà precisato con cura: si dovrà comunque immaginare per i bambini e per i ragazzi, insieme con i loro genitori, un alternarsi equilibrato di momenti di insegnamento, di preghiera, di celebrazione, di incontro con testimoni, di aiuto a persone sofferenti, di condivisione fraterna, di festa, ecc.

 

Il ruolo della “Comunità Educante”

 

17.     L’Iniziazione Cristianaè “espressione di una comunità che educa con tutta la sua vita e manifesta la sua azione dentro una concreta esperienza di ecclesialità” [17]. È bello pensare che tutta la comunità cristiana si faccia carico della fede dei propri bambini e dei propri ragazzi. In forte comunione con ciascuna famiglia, promuovendo e sostenendo l’azione dei genitori, le Parrocchie, le Unità Pastorali e le Comunità Pastorali mettono in campo tutte le energie educative, tutti i soggetti e tutti gli ambienti al fine di realizzare quest’opera di introduzione dei più piccoli alla vita di fede.

 

18.    Se questo è il compito dell’intera comunità, sarà tuttavia indispensabile che alcuni in particolare lo assumano in modo diretto, costituendo quella che chiameremo la “Comunità Educante”: un gruppo di persone adulte, che vive al suo interno le dinamiche evangeliche della comunità, ed è per i piccoli e per i loro genitori riflesso e concreta espressione della sollecitudine dell’intera comunità cristiana. Come immaginare una simile Comunità Educante? Ciascuna parrocchia o Comunità Pastorale dovrà partire dalla sua concreta situazione, valorizzando le persone che già stanno operando e pian piano allargando il gruppo. In linea generale si dovrà pensare alle figure che di fatto intervengono nell’educazione dei bambini e dei ragazzi all’interno della vita parrocchiale o in stretto rapporto con essa: il sacerdote, il diacono, la consacrata, una o più coppie di sposi-genitori, gli insegnanti e in particolare gli insegnanti di religione cattolica, gli educatori in oratorio, gli allenatori sportivi e, naturalmente, i catechisti. Sarà molto importante lavorare insieme: la forza di questa azione educativa consiste infatti nella capacità di operare concordemente a favore dei bambini e dei ragazzi, creando per loro un ambito di vita sano, umanamente attraente, in cui si riconosce la presenza del Signore Risorto.

 

19.    L’Oratorio, realtà molto cara alla nostra diocesi, costituisce la struttura tradizionale che dà concretezza a questa configurazione della Comunità Educante, qualificando le presenze e le iniziative, motivando la corresponsabilità degli adulti e dei giovani che vi operano, orientando al compito essenziale di accompagnare alla maturità della fede l'insieme delle proposte e delle iniziative. I metodi e la vivacità di Associazioni e Movimenti Ecclesiali, orientati a una vera comunione, offrono preziose energie e risorse significative che devono essere valorizzate.

Un cambiamento di mentalità

20.     Se questi sono i due punti essenziali dell’Iniziazione Cristiana, cioè la sua natura di “cammino” in relazione all’esperienza globale della vita cristiana e il ruolo della “Comunità Educante”, meritano di essere fatte altre considerazioni, che consentano di rimarcare e approfondire il dato fondamentale. Siamo anzitutto di fronte a un importante e necessario cambiamento di mentalità: occorre infatti passare dall’idea delle lezioni di catechismo per prepararsi ai Sacramenti nell’imminenza della loro celebrazione, a quella di un cammino di introduzione progressiva alla vita cristiana, un cammino che si compie nell’arco dell’infanzia e della fanciullezza sino alla preadolescenza. Siamo invitati a considerare gli anni della vita dei nostri bambini e dei nostri ragazzi, dalla nascita fino alla soglia dell’adolescenza, come il tempo in cui, essi, accompagnati dai loro genitori e dalla comunità cristiana, crescono nella conoscenza del mistero di Cristo, gustando e vedendo quanto è buono il Signore. L’incontro personale con lui nella sua Chiesa è il contenuto dell’Iniziazione Cristiana. È anche il fine a cui mira lo Spirito Santo che opera in loro.

 

Il coinvolgimento dei genitori

 

21.    I genitori sono i primi educatori dei loro figli. Essi sentono normalmente vivo il desiderio e la responsabilità di corrispondere a questo compito. Affiancarsi a loro sarà molto importante. Con discrezione e rispetto, ma anche con cordiale sollecitudine, occorrerà operare affinché i genitori si sentano realmente coinvolti nell’Iniziazione Cristiana dei loro figli, anche qualora si trovassero effettivamente distanti dalla vita della comunità cristiana. Sarà compito in particolare della “Comunità Educante” compiere quest’opera di coinvolgimento cordiale e intenso dei genitori, a partire dalla celebrazione del Battesimo, facendoli sentire a pieno titolo parte di questa stessa comunità e rendendo onore al loro ruolo primario di educatori dei loro figli.

 

22.    Non è facile per i genitori comprendere cosa significhi aiutare i loro ragazzi a crescere nella fede. Se per alcuni si tratta di una felice esperienza già in atto, per altri, forse la maggioranza, si tratta invece di un sincero desiderio che non sa bene come realizzarsi. Altri semplicemente non vi hanno mai pensato. In ogni caso, è doveroso che si offra loro un aiuto reale e discreto. Senza dimenticare un altro aspetto decisamente rilevante: l’Iniziazione Cristiana dei propri figli è normalmente un’occasione estremamente preziosa per la fede dei genitori. L’esperienza ci ha dimostrato che molti di loro riscoprono la forza e la bellezza del Vangelo nell’incontro con una comunità cristiana che con loro si prende cura della fede dei loro figli. Sarà importante in questa linea elaborare una specifica proposta di pastorale familiare in concomitanza con il cammino di Iniziazione Cristiana dei bambini e dei ragazzi, valorizzando l’ambito della famiglia come luogo primario di educazione alla fede: si pensi in particolare alla preghiera in famiglia, alla domenica e ai giorni di festa, alle grandi feste dell’Anno Liturgico, ai piccoli gesti di attenzione reciproca, alle scelte di carità verso i poveri o i bisognosi, a tutto ciò che può contribuire a fare della famiglia una vera “Chiesa domestica”.

 

L’attenzione alla persona

23.    Nel cammino di Iniziazione Cristiana la persona va posta al centro dell’attenzione. L’amore reciproco è il comandamento che Gesù ci ha lasciato e nei confronti dei più piccoli si traduce in una cura piena di sollecitudine per ciascuno di loro. Le situazioni sono necessariamente molto diverse, come pure le personalità: è indispensabile che quanti accompagnano i bambini e i ragazzi negli anni della loro crescita mettendosi al servizio della loro fede lo facciano con affettuosa diligenza, cercando di capire che cosa ciascuno di loro sta vivendo e come ciascuno di loro si sta aprendo all’opera della Grazia.

 

24.    Una forma di verifica del cammino non dovrà mancare, ma risponderà sempre ai criteri del Vangelo e a quelli dell’età. Non si dovranno prevedere automatismi nel cammino di Iniziazione Cristiana ma eventuali rallentamenti andranno ben ponderati, tenendo conto dell’importanza che ha per ciascun ragazzo l’appartenenza ad una classe scolastica. Il caso di fratelli vicini in età andrà considerato con attenzione. L’intervento educativo, particolarmente in un accompagnamento che riguarda la fede, non dovrà mai essere penalizzante, né tantomeno mortificante. Il principio guida è quello della benevolenza di Dio, che non è mai arrendevole accondiscendenza ma è comunque sempre affettuosa accoglienza. La conoscenza non superficiale delle persone permetterà di capire che cosa è giusto chiedere a ciascuno in riferimento al suo cammino personale.

 

L’importanza della “fase battesimale e post-battesimale”

25.    Il cammino di Iniziazione Cristiana dei bambini inizia con il Battesimo e vede nella fase post-battesimale un tempo particolarmente significativo. L’attuale situazione della nostra Chiesa – come già osservato – ci consegna una prassi del Battesimo ai bambini ancora ampiamente diffusa. Occorre vedere nella domanda del Battesimo da parte dei genitori un’opportunità provvidenziale. Dobbiamo “vivere un incontro con queste persone, che risulti il più possibile comprensibile da un punto di vista umano e quindi credibile e in qualche modo gradito” [18].

“Dietro tale richiesta si dovrà, certo, riconoscere e valorizzare l’intuizione di un papà e di una mamma dell’effettiva importanza del Battesimo per il proprio figlio. D’altro canto, con buon realismo, occorrerà essere anche accorti del fatto che oggi non è più possibile presupporre che la richiesta del Battesimo per i figli comporti la conoscenza in profondità di questo Sacramento e di che cosa significhi accompagnare la crescita del bambino battezzato in una vita di fede” [19].

Per questo, i genitori andranno aiutati ad accompagnare i propri figli sul versante della fede sin dai primi anni, immaginando di vivere con loro momenti di confronto e di convivialità, secondo un progetto che nella nostra Diocesi è stato in buona parte già elaborato [20].

 

26.    Si dovrà inoltre tenere in alta considerazione il rapporto con le scuole dell’infanzia, particolarmente quelle parrocchiali o di ispirazione cristiana, e da subito avviare con loro una sapiente collaborazione educativa nell’ambito della fede.

 

Accoglienza e primo annuncio

27.    In corrispondenza con l’avvio della seconda fase del percorso di Iniziazione Cristiana, cioè in concreto a partire dal settimo anno di età, si dovrà prevedere un tempo di accoglienza e di primo annuncio a favore dei bambini e dei loro genitori. Laddove un numero significativo di genitori e di bambini avranno vissuto nei primi sei anni dal Battesimo un’esperienza di fede felicemente condivisa, ci si potrà attendere da loro un contributo per creare il giusto clima di accoglienza nei confronti degli altri genitori che invece, per diverse ragioni, non si trovano nella stessa situazione. È infatti opportuno che l’avvio del tempo di Iniziazione Cristiana sia contraddistinto da una proposta di “primo annuncio” opportunamente pensata. La condizione attuale dei genitori, infatti, è nella maggior parte dei casi quella di una certa distanza dalla vita di fede, non necessariamente motivata da avversione o contestazione, anzi, normalmente accompagnata da una sostanziale disponibilità. La comunità cristiana attraverso la “Comunità Educante” è chiamata a immaginare concretamente i primi passi da compiere, allo scopo di condurre questi genitori e i loro figli ad una sempre più profonda conoscenza del mistero di Cristo.

 

Uno sguardo agli anni della preadolescenza

28.    Non è immaginabile un percorso di Iniziazione Cristiana che prescinda totalmente dagli anni della preadolescenza, tempo sul quale un simile percorso va ad affacciarsi. Il passaggio dalla fanciullezza all’adolescenza rappresenta, oggi particolarmente, un momento assai delicato e proprio per questo meritevole di singolare attenzione. Vissuta l’esperienza negli anni dell’infanzia e della fanciullezza, i ragazzi sono chiamati ad affrontare una stagione nuova, nella quale si fa più chiara la percezione della propria personalità e l’esigenza di una propria autonomia. In questa nuova fase della loro vita l’esperienza della fede subirà notevoli trasformazioni e quindi la proposta educativa esigerà una nuova modalità di approccio. Creatività e competenza consentiranno di elaborare un itinerario adeguato da donare ai ragazzi come esperienza convincente di vita, offerto da una “Comunità educante” che desidera prendersi cura di loro. Dare corpo ad una simile proposta va considerato un compito imprescindibile della diocesi e di ogni comunità cristiana, al quale dedicarsi con le migliori energie.

 

Esigenza di formazione

29.    Un cammino di Iniziazione Cristiana così inteso, domanda da parte di tutti uno slancio di generosità e di impegno. Prima ancora, domanda una visione del compito educativo nella luce della fede. Siamo tutti esortati a collaborare con la grazia di Dio che chiama ogni uomo, lo attrae con la sua forza santificante e lo introduce nella vita dei salvati. La grazia opera attraverso la testimonianza e questa assume normalmente la forma del servizio umile e generoso. L’accompagnamento dei bambini e dei ragazzi nell’età dell’infanzia e della fanciullezza e l’impegno a educarli nella fede è una delle forme più belle e più preziose di questo servizio. Molte sono le persone che in questo momento si stanno adoperando in Diocesi per aiutare i più piccoli a crescere nella fede: pensiamo in particolare ai catechisti e alle catechiste che, spesso a costo di notevoli sacrifici, hanno assunto questo impegno. Ma altre sono le figure che intervengono a costituire quella Comunità Educante che, come detto, va considerata decisiva in ordine all’accompagnamento dei ragazzi nella fede. A tutti va il più vivo apprezzamento e la più sincera riconoscenza. Ai catechisti e alle catechiste, in particolare, raccomandiamo di aprirsi alle nuove prospettive che sono state qui illustrate e di disporsi con buona volontà ad assumere quanto verrà offerto in ordine ad una adeguata formazione. Abbiamo tutti bisogno di capire meglio come svolgere il compito che a ciascuno è stato affidato, in reciproca collaborazione. Sarà premura di quanti sono preposti a guidare l’itinerario diocesano di Iniziazione Cristiana non lasciar mancare a tutte le figure educative in esso generosamente coinvolte opportuni momenti di formazione e strumenti adeguati.

 

Celebrazione dei Sacramenti nel cammino di Iniziazione Cristiana

 

La scelta della Chiesa latina

 

30.    La celebrazione dei Sacramenti ha una rilevanza fondamentale all’interno del cammino di Iniziazione Cristiana. La scelta della Chiesa latina di posticipare la celebrazione della Cresima e dell’Eucaristia nell’ “età della ragione” ha portato a inserire nell’itinerario di Iniziazione Cristiana anche il Sacramento della Riconciliazione e ciò ha determinato una differenza rilevante rispetto al modello originario del cammino catecumenale per gli adulti.

 

Riflessione dogmatica e discernimento pastorale

31.    Per quanto riguarda la modalità di celebrazioni dei Sacramenti e la loro successione nel tempo la consapevolezza che tutti i Sacramenti sono “ordinati all'Eucaristia” [21] non ha determinato una prassi uniforme nella storia della Chiesa latina né una univoca indicazione da parte del Magistero della Chiesa [22]. Dovrà essere il discernimento pastorale istruito dalla riflessione dogmatica a motivare ultimamente la scelta dell’ordine dei sacramenti nel cammino attuale della Iniziazione Cristiana.

 

Le attuali indicazioni pastorali

32.    È in questa linea che vanno interpretate le attuali indicazioni del nostro Arcivescovo, Cardinale Angelo Scola, espresse in comunione con il Consiglio Episcopale. A conclusione dell'ampia consultazione condotta le linee diocesane sono così definite:

 

-         la celebrazione dei tre Sacramenti successivi al Battesimo (Cresima, Eucaristia, Riconciliazione) avvenga entro il tempo della fanciullezza, cioè, nello specifico, entro l’undicesimo anno di età di un ragazzo;

 

-         i Sacramento della Cresima e dell’Eucaristia siano celebrati in modo distinto e in tempi successivi;

 

-         l’ordine di celebrazione dei Sacramenti sia tale da prevedere prima la celebrazione del Sacramento della Riconciliazione, quindi la celebrazione dell’Eucaristia (Santa Messa di Prima Comunione) e infine la celebrazione della Cresima;

 

-         i momenti dell'anno liturgico più adatti per la celebrazione dei Sacramenti sono:

·        la Quaresima del terzo anno di Iniziazione Cristiana (corrispondente normalmente al quarto anno di scuola primaria) come tempo opportuno per la celebrazione del Sacramento della Riconciliazione;

·        il tempo Pasquale dello stesso anno come tempo opportuno per la celebrazione dell’Eucaristia o “S. Messa di Prima Comunione”;

·        il tempo Pasquale e il tempo dopo Pentecoste - fino all’inizio del successivo tempo di Avvento - del quarto anno di Iniziazione Cristiana (corrispondente normalmente all’ultimo anno della scuola primaria e all’anno di avvio della scuola secondaria inferiore) per la celebrazione della Cresima;

 

-         per quanto riguarda il Sacramento della Cresima, vengono date le seguenti indicazioni riguardanti il ministro, il padrino/madrina e i luoghi di celebrazione:

1) il ministro della Cresima deve significare il legame con il Vescovo diocesano e quindi con la Chiesa particolare, pertanto deve esprimere una dimensione ecclesiale della vita cristiana più ampia della comunità locale sperimentata quotidianamente. Il ministro deve quindi essere un Vescovo o un presbitero provvisto di facoltà, individuato in modo stabile dall’Arcivescovo, in primo luogo tra i membri del Consiglio Episcopale Milanese. Il calendario delle celebrazioni, fissato entro un tempo definito, dovrà essere pertanto disteso nell’intero arco temporale precedentemente indicato, così da incontrare l’effettiva disponibilità di uno dei ministri stabili, volendosi invece escludere il ricorso a presbiteri che vengono dotati ad actum della debita facoltà.

2) Il padrino deve essere una persona in grado di accompagnare i ragazzi nella fede. Nella tradizione antica il padrino era espressione della cura della comunità cristiana per il cammino di fede dei catecumeni, piuttosto che di legami familiari. Per questo è possibile che il padrino/la madrina siano scelti tra coloro che costituisco la “Comunità Educante”. In ogni caso si deve chiedere ai genitori che sin dall’inizio della seconda fase del cammino di iniziazione (quindi due anni prima della celebrazione della Cresima) comincino a pensare a questa figura e a sceglierla venendo aiutati a comprendere le condizioni che devono accompagnare la scelta di questa figura [23];

3) Circa i luoghi di celebrazione della Cresima, pur non escludendo la singola parrocchia, si invitano i presbiteri a considerare attentamente l’opportunità di contesti sovraparrocchiali (chiese centrali, compresa la chiesa Cattedrale, dove celebrare anche in più turni), che esprimano più marcatamente il senso di appartenenza alla Chiesa diocesana e il rapporto con il Vescovo.

 

33.    Fissate queste decisioni riguardanti la celebrazione dei Sacramenti, frutto di un discernimento pastorale intenso e a tratti sofferto, è bene ricordare che il punto essenziale della proposta di rinnovamento dell’Iniziazione Cristiana sta nelle due caratteristiche precedentemente ricordate, vale a dire la sua forma in rapporto alla totalità della vita cristiana e la presenza attiva della “Comunità Educante” a fianco dei bambini e ragazzi. La decisione di conservare l’ordine attuale nella celebrazione dei Sacramenti risponde all’intenzione di non generare un senso di spaesamento in tanti che trovano un aiuto nella modalità di Iniziazione Cristiana consolidata e tende a valorizzare il più possibile il tempo della fanciullezza come momento particolarmente propizio per l’esperienza sacramentale, soprattutto dell’Eucaristia, valorizzando nel contempo i tratti specifici della celebrazione della Cresima come esperienza di inserimento nella Chiesa particolare e apertura al successivo cammino della preadolescenza.

 

34.     Resta inteso che chi ha avviato un cammino di sperimentazione lo proseguirà e lo porterà a termine secondo le modalità concordate all’inizio con i ragazzi e i genitori. Per alcuni anni il percorso dell’Iniziazione Cristiana avrà una pluralità di indirizzi. Il rispetto per il lavoro di sperimentazione svolto induce a considerare doveroso concludere adeguatamente ciò che si è avviato con retta intenzione e in spirito di obbedienza. Se lo spirito è quello di una sincera comunione, non si faticherà a convergere progressivamente verso la prassi indicata, accolta e condivisa.

 

Il compito del clero e dei presbiteri in particolare

35.    Un’ultima parola merita di essere spesa per sottolineare l’importanza che il presbiterio avrà in quest’opera di rinnovamento dell’Iniziazione Cristiana. L’esito di questa proposta in buona parte dipenderà dal consenso e dal personale impegno dei pastori delle comunità cristiane. A tutti deve stare a cuore l’Iniziazione Cristiana dei bambini e dei ragazzi. In questi ultimi tempi si è fatta particolarmente viva l’esigenza di arrivare su questo punto ad una condivisa linea di azione. Ora la strada è stata indicata. Sarà importante cogliere il punto essenziale di questa proposta e a partire da questo guardare serenamente alle specifiche scelte pastorali riguardanti la celebrazione dei Sacramenti.

 

36.    Lo Spirito del Signore Gesù, che è Spirito di sapienza e insieme Spirito di pace, guidi i nostri passi nel comune cammino che ci attende, facendo di questo impegno comune l’occasione per sperimentare ancora più intensamente la grazia di Cristo e la bellezza di appartenere alla sua Chiesa.


4.

 

Linee diocesane

sulla prima destinazione

La mentalità della Formazione Permanente

1.        La chiamata alla santità, che è la sostanza della nostra vocazione, è chiamata alla conformazione al Signore, il buon pastore che dà la vita per le sue pecore e chiede a noi di seguirlo, per stare con lui e per  essere mandati a predicare il Vangelo del Regno. La conformazione al Signore è il percorso, o meglio, la “corsa” di tutta la vita; è grazia di Dio, frutto dello Spirito, desiderio del cuore credente e della mente intelligente.

2.        L’altezza del ministero che ci è stato affidato e il peso delle responsabilità verso le comunità, le persone e le istituzioni esigono una “formazione permanente” che non può essere ridotta solo ad un aggiornamento teologico e pastorale. Deve essere invece perdurante docilità allo Spirito che produce i suoi frutti tramite intense esperienze spirituali, dinamiche di fraternità autentiche e sincere, confronti franchi e disponibili con il Magistero della Chiesa e in particolare del Vescovo.

L’inizio: tempo di grazia e di prova

3.        L’inizio dell’esercizio del ministero ordinato è, in modo del tutto singolare, tempo di grazia e di prova. Tutto il presbiterio, il Vescovo per primo, sente quindi la responsabilità di accogliere, accompagnare, incoraggiare, correggere coloro che entrano nel ministero.

Le attenzioni per la Prima Destinazione

4.        Questa persuasione esige che si dedichi una particolare attenzione alla prima destinazione con specifiche forme di accompagnamento. La prima destinazione, come tutte le destinazioni dei ministri ordinati, è per il servizio della Chiesa. La sua specificità richiede la cura per le condizioni che, per quanto possibile, favoriscano la formazione del presbitero di recente ordinazione. La consapevolezza che non esistono situazioni ideali e che è la vita a formare chi si lascia condurre dallo Spirito, non sottrae alla responsabilità di attenzioni specifiche per la prima destinazione.

5.        La situazione pastorale che il giovane presbitero si troverà ad affrontare dovrà essere non eccessivamente complessa, ma anche sufficientemente ricca. La realtà cui verrà destinato dovrà presentarsi come decisamente orientata all’attuazione di una pastorale d’insieme nella logica e nella testimonianza della comunione. Al presbiterio che lo accoglierà si chiederà di vivere e di garantire forme di condivisione della preghiera, della mensa, del discernimento pastorale. Il contesto nel quale il giovane presbitero sarà collocato dovrà consentirgli di assumere effettive responsabilità pastorali.

 

La prima destinazione dopo l’Ordinazione Diaconale

6.        La prima destinazione comincia dopo l’Ordinazione Diaconale. Il Rettore del Seminario e i suoi collaboratori, essendo coloro che conoscono meglio i diaconi, sono chiamati ad assumere come criterio prioritario di privilegiare ciò che sembra opportuno e promettente per il neo-ordinato piuttosto che le necessità pastorali delle comunità di destinazione. Conoscendo direttamente le situazioni nel confronto con i Vicari Episcopali di Zona, accompagnando l’anno di diaconato in modo continuativo con puntuali verifiche, continuando il discernimento per l’ammissione al presbiterato, il Rettore del Seminario è nella condizione di poter rendere incisiva l’opera formativa ed efficaci gli interventi.

7.        L’anno diaconale, primo anno della prima destinazione, deve conservare i tratti di una partecipazione significativa alla vita comunitaria del Seminario e la caratteristica di un anno di studio delle discipline teologico-pastorali. È necessario quindi evitare che l’impegno pastorale e la frequenza degli spostamenti siano motivo di eccessiva dispersione per quanto riguarda la formazione complessiva e lo studio in particolare. Il Seminario ha la responsabilità di introdurre le modifiche necessarie per conseguire gli scopi dell’anno diaconale.

 

La durata della prima destinazione

8.        La prima destinazione si intende della durata di cinque anni dopo l’Ordinazione Presbiterale. La scadenza dei cinque anni, corrispondente al tempo dell’ISMI, deve essere l’occasione per una verifica da parte del Vicario Episcopale di Zona che, raccogliendo le valutazioni dell’interessato, del Rettore dell’ISMI, del parroco e del presbiterio che ha accolto il neo-ordinato, possa valutare l’opportunità di un trasferimento o di un prolungamento della presenza nella stessa destinazione.

Importanza dell’ISMI

9.        Durante i primi cinque anni di ministero presbiterale, l’accompagnamento dei presbiteri di recente ordinazione è responsabilità della Chiesa diocesana per mezzo di una trama di rapporti fraterni che avrà la cura di rendere gli interessati protagonisti e responsabili della propria formazione. L’accompagnamento ha come istituzione di riferimento l’ISMI che deve essere ritenuto irrinunciabile contesto di autentica esperienza ecclesiale, di condivisione fraterna della preghiera, delle gioie e delle prove del ministero, dell’assimilazione del pensiero di Cristo per leggere la vita della gente e la missione della Chiesa. L’esperienza dell’ISMI costituisce di fatto una proposta formativa a cui deve corrispondere una partecipazione attiva e costante dei giovani presbiteri, ai quali sono offerti punti di riferimento autorevoli nell’accompagnamento per l’assunzione di una “mentalità” di formazione permanente.

I riferimenti del giovane presbitero

10.    I punti di riferimento di ogni presbitero nei primi cinque anni di Ordinazione sono, come per tutti i presbiteri, l’Arcivescovo, il Vicario generale e, più prossimamente, il Vicario Episcopale di Zona. Il Rettore dell’ISMI, in sintonia con il Vicario per la Formazione Permanente del Clero, pratica un accompagnamento più puntuale e attento, sia con incontri frequenti, sia con proposte di confronti, di ascolto, di esperienze spirituali ed ecclesiali, sia con la correzione fraterna.

11.    Il presbiterio locale - di cui si rende garante il parroco o il responsabile di Comunità Pastorale - che accoglie il diacono neo-ordinato presbitero e ne condivide il ministero per i primi cinque anni, ha una specifica responsabilità di attenzione, di accompagnamento fraterno e di esemplarità.

Un cammino che continua

12.    Dopo il primo quinquennio, continua la Formazione Permanente con un secondo quinquennio ed altre attenzioni e proposte coordinate nelle Zone Pastorali e, nei Decanati, orientate ad accompagnare particolari e significativi passaggi dei giovani presbiteri nell’esercizio del ministero. Si tratta comunque di un nuovo tratto del percorso diverso rispetto a quello del tutto peculiare che caratterizza la prima destinazione.

I presbiteri che stanno vivendo la loro prima destinazione a seguito di un mandato triennale giungeranno comunque alla scadenza prefissata, al termine della quale si valuterà di volta in volta se decidere da subito per una seconda destinazione o se confermare la prima, preannunciando tuttavia una verifica al compimento di un ulteriore biennio

Intervento dell’Arcivescovo

 

 

L’iniziativa pastorale

Il campo è il mondo:

vie da percorrere incontro all’umano

L’iniziativa per il prossimo anno pastorale

1.        Prima di concludere questo significativo gesto ecclesiale, mi preme riproporre, l’iniziativa per il prossimo anno pastorale, annunciata lo scorso 28 marzo nell’omelia della Messa Crismale. Le decisioni comunicate negli interventi precedenti, frutto di un’ampia consultazione, ci consentono di passare dallo stadio di cantieri aperti all’individuazione di linee comuni, ovviamente sempre riformabili, per un’azione ecclesiale che sia in grado di attuare quella pluriformità nell’unità che è il criterio della communio.

Se guardiamo alla forte evoluzione in atto nella nostra società lombarda, sullo sfondo dei mutamenti che stanno interessando tutto il paese e l’Europa, dobbiamo riconoscere che lo Spirito ci sta provocando ad una più decisa comunicazione di Gesù Cristo come Evangelo dell’umano. Parrocchie, Unità e Comunità pastorali, Associazioni e Movimenti, Decanati, Zone Pastorali, Diocesi sono chiamati a riscoprire tutto il peso dell’affermazione di Gesù nella parabola della zizzania quando dice: “Il campo è il mondo” (Mt 13,38).

Il mondo va concepito dinamicamente come luogo della vita delle persone e dell’esprimersi delle loro relazioni. In questo senso, esso è costituito da tutti gli ambienti dell’esistenza quotidiana degli uomini e delle donne: famiglie, quartieri, scuole, università, lavoro in tutte le sue forme, modalità di riposo e di festa, luoghi di sofferenza, di fragilità, di emarginazione, ambiti di edificazione culturale, economica e politica. In sintesi, il mondo è la società civile in tutte le sue manifestazioni.

Un invito pressante a muoverci in questa direzione ci viene da un’importante affermazione dell’allora Cardinale Bergoglio, ora Papa Francesco: “Quando la Chiesa non esce da se stessa per evangelizzare, diviene autoreferenziale e allora si ammala” (Avvenire, 27 marzo 2013).

In che cosa consiste

2.        In cosa consiste questa iniziativa per il prossimo anno pastorale? Per precise ragioni abbiamo escluso il ricorso ad una visita pastorale, da una parte, e alla missione popolare, dall’altra. Lo scopo che vuole animarci è quello di far maturare nel cuore di tutti i nostri fedeli e di tutte le forme di realizzazione della Chiesa, una maggior coscienza missionaria che scaturisce dal dono della fede e dalla grata tensione a proporre l’incontro con Gesù, verità vivente e personale, come risorsa decisiva per l’uomo postmoderno. L’incontro con Gesù, infatti, è la strada verso il compimento, verso la felicità (“Se vuoi essere compiuto-perfetto”, Mt 19,21) e l’autentica libertà (“sarete liberi davvero”,Gv 8,36).

Lo scopo dell’iniziativa

3.      Lo scopo dell’iniziativa si caratterizza per:

-        un’apertura a 360°. Con un’immagine potremmo esprimerla nel modo seguente: la Chiesa non ha bastioni da difendere, ma solo strade da percorrere per andare incontro agli uomini;

-        una proposta integrale. Vogliamo annunciare in tutti gli ambiti Gesù Cristo morto e risorto, che incarnandosi si è fatto via alla verità e alla vita per ciascun uomo. Il cattolicesimo popolare ambrosiano è chiamato a immaginare risorse innovative per radicarsi più profondamente negli ambiti dell’umana esistenza attraverso l’annuncio esplicito della bellezza, della bontà e della verità dell’evento di Gesù Cristo presente nella comunitàecclesiale. Un annuncio che giunge fino alla proposta di tutte le sue umanissime implicazioni antropologiche, sociali e di rapporto con il creato. Un annuncio che con semplicità ridice la consapevolezza che l'azione della Trinità è già all'opera in ogni uomo e in ogni donna;

-        testimonianza, non egemonia. Come già ebbe a dire Paolo VI: “L'uomo contemporaneo ascolta più volentieri i testimoni che i maestri, o se ascolta i maestri lo fa perché sono dei testimoni” (Evangelii Nuntiandi 41). Il testimone, il terzo che sta tra i due, nel nostro caso tra Gesù e il fratello uomo. Non è senza significato che sistematicamente i Vangeli leghino il riconoscimento di Gesù risorto da parte dei discepoli al loro invio fino ai confini del mondo: la testimonianza diventa in tal modo il criterio di evidenza della fede. Essa non è solo necessario buon esempio, ma è conoscenza della realtà (anzitutto riconoscimento del Risorto) e, pertanto, comunicazione della verità.

La verifica dell’Iniziativa

4.        La verifica dell’attuarsi dell’iniziativa “Il campo è il mondo”, sarà la progressiva maturazione di tutte le forme di realizzazione della comunità cristiana, secondo i quattro pilastri individuati dalla Lettera Pastorale Alla scoperta del Dio vicino, sulla mappadi Atti 2,42-48 (cf. Alla scoperta del Dio vicino n. 8). A tale comunità si potrà invitare, in ogni momento, chiunque: «vieni e vedi» (Gv 1,46).

 

 

L’attuazione concreta

5.        Concretamente, l’iniziativa “Il campo è il mondo” si attuerà a vari livelli:

-        valorizzando tutto ciò che già si pone in quest’ottica nelle Parrocchie, nelle Unità e nelle Comunità Pastorali, nelle Associazioni e nei Movimenti, nelle Congregazioni religiose, nei Decanati … Sono tante le forme di condivisione di questo bisogno radicale di evangelizzazione già in atto. Sarà però necessario riferirle esplicitamente agli scopi dell’iniziativa pastorale “Il campo è il mondo”;

-        chiamando alla pluriformità nell’unità tutte le realtà ecclesiali che vivono in Diocesi. Nel coinvolgimento e nell’accoglienza dei diversi carismi di Religiosi, Associazioni, Movimenti a livello diocesano dovrà brillare quell’unità che è condizione necessaria per testimoniare Gesù Cristo come Evangelo dell’umano;

-        proponendo qualche iniziativa comune a tutta la Diocesi. Per esempio e a titolo provvisorio: un approfondimento del tema “Il campo è il mondo” a livello interdecanale; una riflessione per i sacerdoti sul tema “Evangelizzare la metropoli”; oltre ai gesti liturgici e di preghiera in Duomo in occasione dell’Avvento, della Quaresima e del mese di maggio, un gesto pubblico di confessione della fede, un incontro ecumenico proposto a tutti di annuncio di Cristo alla città, percorsi artistici e culturali. Il Consiglio Episcopale ha già dato dei suggerimenti che saranno messi a punto raccogliendo nelle prossimo settimane in vario modo il parere dei membri del Consiglio Presbiterale, del Consiglio Pastorale e dell’Assemblea dei Decani. Il calendario di queste iniziative verrà comunicato entro il 25 giugno, così che se ne possa tener conto per gli impegni di tutti del prossimo anno pastorale;

 

-        ripensando l’attività degli Uffici diocesani in due direzioni: primo, equilibrando meglio il nesso tra questi preziosi strumenti e i soggetti della concreta azione pastorale (Parrocchie, Unità e Comunità Pastorali, Associazioni, Movimenti, Congregazioni religiose, Decanato); secondo, gli Uffici dovranno accompagnare i soggetti ad approfondire i rapporti con gli ambiti di vita reale della gente.

L’avvio e la Lettera Pastorale

6.        L’iniziativa pastorale prenderà inizio il giorno 9 settembre, solennità della Natività della Beata Vergine Maria, con la tradizionale celebrazione eucaristica in cui verrà resa pubblica la Lettera Pastorale dell’Arcivescovo che avrà per titolo: “Il campo è il mondo. Vie da percorrere incontro all’umano”.