Album fotografico

LE GIALLE E GRIGIE COLLINE DI TOSCANA
Abbazie...perdute ed eremi ritrovati
Per la verità ho portato sempre dentro di me il proposito di passare per quelle contrade una volta libero dagli impegni pastorali. E così è stato. Con Adriano Muschiato e per guida il monaco olivetano Don Celso Bidin ,  ricco di cultura e di amore religioso per quelle terre, ho potuto sostare stupito ed emozionato davanti a due Abbazie antiche, una 'spenta, l'altra ancora viva per la presenza di monaci, i  canonici regolari e un indimenticabile eremo.Ci sono volute ore di macchina per giungere in questi luoghi affascinanti. Sostando in visita 'dentro di loro, mi sono immerso nella storia e quasi  inconsciamente ho cercato  di rivivere  le vicende di questi luoghi. Sì! Amo il passato perchè mi pare addirittura che mi appartenga anche se vivo lontano nel tempo e nello spazio. Credo che il mondo, la società sarebbero stati diversi se S. Galgano e S.Antalo e ancora l'eremo di Monstesiepi non fossero eistiti.Ho toccato quelle pietre con delicatezza, ho ammirato le loro ardite colonne alzarsi al cielo, i capitelli che li chiudevano sulla terre, e là dove ancora ci sono le volte, le cupole come quella di Montesiepi. Le nude pareti, le penombre sature di quel 'canto ..., il silenzio che urla dentro di te mentre fai pochi passi e ti introduci furtivamente la dove nessuno  dovrebbe passare se non il monaco che 'canta in Dio e a Dio'....e la storia di uomini, di potentati, di  re e di papa ti vien voglia di andarla a cooscere....
Fu un giorno solo: dovemmo passare oltre anche se si poteva rimanere a lungo e condivdere nel caldo di un agosto terribile la vita passata di generazioni di uomini che della preghiera hanno fatto un motivo per vivere. Piangeva il cuore pensare di ritornare al mondo...meno male che per quelle contrade poche erano le macchine che sfrecciavano   lungo ardite curve....
A San Galgano ho visto il cielo...dentro l'abbazia! L'incuria degli uomini e ora il loro desiderio di ritrovare in qualche modo quella presenza  sulla collina toscana...Eccola dioventata da casa di preghiera a luogo di spettacolo...quanti concerti vengono  offerti lì sotto le stelle di quel cielo che ci si presentava di un azzurro intenso....Quelle foto che oso pubblicare rubano qualcosa della mia vita intima: spero che osservandole attentamente a qualcuno venga in mente  il proposito di andare..pellegrino a quel mondo perduto.
L'impressione che ho riportato invece  visitando l'eremo di Montesiepi, poco distante dall'abbazia e  dove sta infissa nella roccia la spada  di San Galgano (almeno così si dice) è stata profonda. Sì...la spada lasciata nella roccia per non uccidere più nessuno...Ma quell'eremo è 'vivo', lì ci sta un prete già monaco olvetano amico affettuoso di Don Celso che ha la cura pastorale di alcune piccolissime parrocchie sparse sulle colline vicine. Era lì, sembrava attenderci: ci ha mostrato le pitture e le  sinopie dei Lorenzetti (in quel luogo sperduto....!) e poi la impressionante cupola che forma un'unicum con la chiesa al cui centro sta 'la spada'. E ci mostra quel raggio di sole che a un cert'ora  penetra dal portale d'ingresso fino a raggiungere la parete opposta, sopra l'altare a illuminare una finestrella graziosa.
Ho invidiato quel prete....Prima di lasciare l'eremo ho voluto acquistare qualche prodotto della cucina toscana...a casa la mia 'principessa' l'avrebbe gradito dopo aver borbottato perchè l'ho comperato!





L'abbazia di San Galgano nel comune di Chiusdino  si raggiunge percorrendo la SS 73, che attraversa la provincia in direzione di Massa Marittima. Il complesso monastico è celebre in tutto il mondo per la sua chiesa senza tetto, in stile gotico.
La fondazione dell'abbazia è del 1218, ad opera dei monaci cistercensi. fu realizzata per accogliere i pellegrini che affluivano numerosi al vicino eremo di Montesiepi. La grande chiesa, lunga 72 metri e larga 21, in stile gotico cistercense, con accanto il monastero fu terminata nel 1262. Nel XIV secolo l'abbazia godette di grande potenza e di splendore, grazie anche ai privilegi concessi da vari imperatori, tra i quali Federico II, ed alle munifiche donazioni ricevute; a cui si aggiunse l'esenzione dalla decima da parte di papa Innocenzo III.
Nel Cinquecento si ha memoria di una contesa tra la Repubblica di Siena e papa Guido II, che portò ad un'interdizione della santa sede verso Siena, nel 1506, che pero' resistette ordinando ai sacerdoti la celebrazione regolare di tutte le funzioni liturgiche.
Poi iniziò la decadenza. Già a metà del '500 i monaci che vi risiedevano erano solo cinque e a metà del secolo successivo ne era rimasto solo uno. La struttura restò in completo abbandono fino a che, nel 1786, crollò il campanile, travolgendo anche parte del tetto. Il luogo diventò cava di pietre e di colonne per la costruzione delle abitazioni della zona, poi, all'inizio del XX secolo, opere di manutenzione e di restauro l'hanno resa come la possiamo ammirare ancora oggi.
Secondo alcuni studi le abbazie venivano edificate dai monaci su modelli geomertici ben precisi. Nel caso di questa abbazia si erano ispirati alla scala musicale detta ottava diatonica naturale, riportandola nel modello geometrico.


La 'spada di San Galgano nella roccia all'eremo di Montesiepi

A poche centinaia di metri su un colle si erge l'eremo di Montesiepi ove è custodita la "spada nella roccia" che la tradizione vuole sia stata conficcata nella pietra da Galgano Guidotti allorche rinunciò agli agi della vita di nobile che aveva condotto. Le analogie con le vicende di Re Artu', i cavalieri della tavola rotonda e la ricerca del Graal sono numerose nelle storie che circondano San Galgano. E' pressoche'impossibile oggi capire quale delle due storie sia originale.
L'eremo ha una pianta circolare che ricorda i mausolei romani. Sulle pareti esterne si alternano fasce di pietra bianca e mattoni. Con la stessa alternanza è costruito anche l'interno della cupola. Oltre al masso con la spada di San Galgano sono presenti degli affreschi di Ambrogio Lorenzetti. Tra leggende, architettura e bellezze paesaggistiche, una visita a San Galgano vale da sola un viaggio in Toscana per la magia e le suggestioni che il luogo sa suscitare. (da 'Wikipedia)


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SANT'ANTIMO, UN'ABBAZIA DA...FAVOLA!

A Montalcino

Storia dell'abbazia

La prima abbazia

Il nucleo primitivo dell'abbazia di Sant'Antimo risale al culto delle reliquie di Sant'Antimo di Arezzo, alla cui morte, nel 352, sul luogo del suo martirio venne edificato un piccolo oratorio[senza fonte]. Nello stesso luogo sorgeva una villa romana: lo dimostrano i numerosi reperti di epoca romana come il bassorilievo con la cornucopia sul lato nord del campanile o alcune colonne nella cripta carolingia. L'incisione “Venite et bibite” invece farebbe pensare alla presenza di una fonte con proprietà terapeutiche. Nel 715 la chiesa era custodita da un prete della diocesi di Chiusi.

Nel 770 i Longobardi incaricarono l'abate pistoiese Tao di iniziare la costruzione di un monastero benedettino e gli affidarono anche la gestione dei beni demaniali del territorio.[2] Le abbazie erano utilizzate come sosta dai pellegrini diretti a Roma, dai mercanti, dai soldati e dai messi dei re.

L'abside della Cappella Carolingia, attualmente sagrestia della chiesa.

Carlo Magno, di ritorno da Roma nell'781, ripercorrendo la grande via creata dai Longobardi, chiamata in seguito "Francigena" perché "strada originata dai Franchi", giunse a Sant'Antimo e pose il suo sigillo sulla fondazione del monastero. Quasi certamente la fondazione ad opera di Carlo Magno è da interpretare come una pura leggenda medievale. Il 29 dicembre814 un documento di Ludovico il Pio, figlio e successore di Carlo, arricchisce l'abbazia di doni e privilegi. L'abbazia diventa a tutti gli effetti, un'abbazia imperiale.

Con l'impulso carolingio, la comunità inizia il suo periodo di apogeo. L'abate di Sant'Antimo è insignito del titolo di conte palatino (Conte e consigliere del Sacro Romano Impero). L'esame delle carte imperiali, tra cui quella di Enrico III del 1051, e di quelle papali si contano numerosi territori chiese appartenenti o posti sotto la giurisdizione dell'abbazia: 96 tra castelli, terreni, poderi e mulini; 85 tra monasteri, chiese, pievi e ospedali dal grossetano al pistoiese passando da Siena e Firenze.

Il possedimento principale della comunità era il castello di Montalcino, dove il priore alloggiava in una residenza ora inglobata entro le mura della fortezza.

L'ampliamento e la nuova chiesa

Veduta dall'alto dell'altar maggiore della chiesa, sui cui gradini è stato scolpito il lascito "in toto regno Italico e in tota marca Tuscie"

Nel 1118 il Conte Bernardo degli Ardengheschi, cede il suo intero lascito “in toto regno Italico e in tota marca Tuscie” ad Ildebrando, figlio di Rustico, affinché lo trasferisca all'abbazia. Il monastero versa a Fortisguerra, fratello di Bernardo, 1000 libbre per l'accordo di non molestare più i monaci nel godimento della proprietà. A memoria della donazione, questo evento è inciso sui gradini dell'altare maggiore, come “Carta Lapidaria”.

Nel 1118 inizia la costruzione della nuova chiesa, sotto la guida dell'abate Guidone. Il punto di riferimento più importante per il progetto della nuova chiesa è la grande abbazia benedettina di Cluny. L'abate richiede l'intervento degli architetti francesi per progettare il nuovo edificio, che in parte si ispira alla chiesa benedettina del 1050 di Vignory.

Alcune sculture, la porta nord e quella sud, gli stipiti della sagrestia, alcuni capitelli collocati nella tribuna nord, altri capitelli, frammenti di decorazioni o pilastrini, fanno pensare all'esistenza di un edificio antecedente al XII secolo, quando iniziò la costruzione della nuova abbazia. Intorno al 1000 sarebbe stata edificata una chiesa, di cui rimane solo il campanile, costruito inizialmente staccato dalla navata, secondo la tradizione medievale.

Per questo motivo le seguenti modifiche del 1118 hanno tenuto conto di vincoli architettonici già esistenti, adeguando i volumi del presbiterio in modo da inserirlo tra il campanile e la Cappella Carolingia. La zona del coro risulta infatti più stretta del resto dell'edificio.

Verso la metà del secolo XII la costruzione della nuova abbazia è quasi completata, solamente la facciata non è ancora compiuta.

Il "secolo d'oro" dell'abbazia

Montalcino, all'epoca sotto la giurisdizione dell'abate di Sant'Antimo, è presa di mira, per la sua posizione strategica, sia da Siena che da Firenze. La città di Siena infatti è impossibilitata ad espandersi a nord a causa di Firenze, sua acerrima rivale, e cerca nuove terre a sud. Nel luglio del 1145 i senesi costringono l'abate di San Salvatore a cedere alla repubblica di Siena il castello di Radicofani sulla via Francigena. Appoggiando la politica senese, papa Clemente III, nel 1189, assoggetta la pieve di Montalcino al Vescovo di Siena. Nel 1200, Filippo Malavolti, podestà di Siena, attacca Montalcino, che viene in parte distrutta.

Verso il declino

Il 12 giugno1212 con un accordo tra l'abate di Sant'Antimo, la città di Montalcino e Siena è sancito che l'Abbazia deve cedere un quarto del territorio di Montalcino alla città senese. Con la perdita di Montalcino l'abbazia perde il centro più importante della propria giurisdizione. Siena inizia ad intaccare i beni della comunità benedettina: nel 1293 i monaci possiederanno soltanto un quinto di tutte le antiche proprietà situate tra Montalcino e Seggiano.

Nel 1291papa Nicolò IV ordina la fusione della comunità dell'abbazia con i Guglielmiti, ramo riformato dei Benedettini. Questa decisione intende ridare vigore alla comunità religiosa di sant'Antimo. Dal 1397 al 1404 l'abbazia viene amministrata, retta e governata da fra Bartolomeo di Simone, vescovo di Cortona.

La soppressione di Pio II

Il 4 agosto1439, l'abate Paolo è incarcerato per le sue scelleratezze. Nel 1462 nella Cappella Carolingia si riunisce per l'ultima volta il capitolo dei Guglielmiti.

Pio II.

Pio II, al secolo Enea Silvio Piccolomini nel 1462 sopprime l'abbazia affidandone i beni al vescovo Cinunghi, ordinario della nuova diocesi di Montalcino - Pienza, creata il 13 agosto. Pio II voleva trasformare il suo paese natale, Corsignano, in una città rinascimentale, Pienza, dandole un vescovo, suo nipote, con territorio e dominio.

Nel 1870 l'abbazia di Sant'Antimo era abitata da un mezzadro, che alloggiava nell'appartamento vescovile, utilizzava la cripta carolingia come cantina, la chiesa come rimessa agricola e il chiostro per gli animali.

La rinascita

Lo stesso anno l'abbazia passa sotto la giurisdizione delle Belle Arti. Con sette campagne di restauro l'abbazia arriva a risultare allo stato attuale. Le prime due, dal 1872 al 1873 e nel 1876 eliminano tutto ciò che alterava la struttura originaria e viene aperta la grande bifora dell'abside che ora illumina la chiesa.

Nel 1970-1973, nello stesso periodo in cui a Sant'Antimo vengono girate alcune scene del film "Fratello sole, sorella luna" di Franco Zeffirelli, le Belli Arti di Siena rifanno interamente il tetto della chiesa, cambiando quasi tutte le parti lignee delle capriate. Tuttavia l'edificio, terminati i lavori di restauro, permane in stato di semi abbandono. Solo raramente la comunità parrocchiale del vicino paese di Castelnuovo dell'Abate, frazione di Montalcino, utilizza la chiesa per celebrarvi alcune funzioni.

Dopo 530 anni ritornano i monaci

Alla fine degli anni '70 il vescovo di Siena decide di ricostituire una comunità monastica a Sant'Antimo, e affida tale incarico a un gruppo di giovani sacerdoti provenienti dalla Francia. Questi sacerdoti fondano, nel 1979, una comunità monastica ispirata alla regola dell'ordine dei Canonici regolari di Sant'Agostino. Con l'appoggio delle Belle Arti di Siena, del comune di Montalcino e delle vicine parrocchie di Montalcino e Castelnuovo dell'abate, iniziano nel 1990 dei lavori di ristrutturazione dell'edificio del vecchio refettorio, mirati a renderlo nuovamente abitabile. Nel 1992, terminati i lavori di ristrutturazione, i monaci, a cui si sono uniti altri giovani, sia sacerdoti che laici, provenienti dalla Francia e alcuni dall'Italia, si insediano nell'abbazia.

L'abbazia oggi

Un canonico regolare in preghiera

Attualmente la comunità conta otto monaci, di diverse nazionalità, perlopiù italiana e francese. La comunità è molto attiva e vivace, e porta avanti da diversi anni, oltre alla tradizionale vita monastica, un'intensa attività pastorale rivolta soprattutto alle famiglie e ai giovani. La comunità è impegnata nell'attività pastorale delle vicine comunità parrocchiali. Non solo vi è tra esse e l'abbazia un'intensa collaborazione, ma alcuni monaci sono anche parroci di alcune parrocchie vicine.

Ogni giorno la comunità si riunisce nella chiesa per celebrare le funzioni dettate dalla regola monastica. Tutte le funzioni vengono cantate in gregoriano e in originale lingua latina.

Negli ultimi anni la comunità di Sant'Antimo ha anche registrato vari cd di canto gregoriano, che accompagna le liturgie

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Cappella di San Galgano a Montesiepi

Eremo di Montesiepi

facciata
Anno consacrazione
1185

Stile architettonico

romanico - gotico

La cappella di San Galgano a Montesiepi è un edificio sacro che si trova in località Montesiepi a Chiusdino, in provincia di Siena.

Vi è conservata la spada che, secondo la tradizione, Galgano Guidotti avrebbe infisso nella roccia in segno di rinuncia alla vita mondana.



Storia

Fu costruita sul luogo dove il nobile cavaliere Galgano Guidotti si ritirò e visse da eremita fino alla morte, nel 1181. Il primitivo edificio era già completato nel 1185[1]. Nel XIV secolo la cappella venne ingrandita tramite la realizzazione dell'atrio e della cappella laterali[1]. Nello stesso periodo venne aggiunta anche la parte superiore esterna del tamburo e il campanile a vela formato da due monofore sovrapposte

Nel XVII secolo sopra al tetto venne realizzata la lanterna cieca[1] e alla fine del XVIII secolo venne costruita sulla destra della cappella la casa canonica e gli edifici ad uso agricolo.

Nel 1924 venne restaurata e nel 1974 il restauro si estese agli edifici attigui[1].

Architettura e patrimonio artistico

Eremo di Montesiepi visto da San Galgano

Esterno

Possiede una singolare forma cilindrica.

L'esterno della cappella presenta, nella parte inferiore, un paramento murario realizzato con bozze di travertino disposte a filaretto e nella parte superiore un paramento murario bicromo a fasce bianche (travertino) e rosse (mattoni), motivo che si ritrova anche nelle cornici delle monofore. La facciata del pronao è dominata da un'apertura con arco a tutto sesto nel quale viene ripetuto il motivo della bicromia; al disopra è collocato uno stemma mediceo e al culmine della facciata si trova un cornicione decorato con sculture antropomorfe (3 teste umane), zoomorfe (una testa bovina) e fitomorfi (una foglia), sculture riferibili al primo nucleo dell'edificio[2].

Nell'impianto si inserisce anche una piccola abside semicircolare.

Interno

L'interno è molto suggestivo e presenta un basamento circolare in pietra e la copertura è stata realizzata mediante una volta emisferica ad anelli concentrici in bicromia (cotto e travertino). Questo tipo di realizzazione è riferibile all'ambito del romanico pisano-lucchese[2] che qui mostra una delle prime manifestazioni in terra senese. La copertura ricorda quella delle tombe etrusche a tholos[2].

La parete circolare è aperta da quattro monofore asimmetriche a doppia strombatura. Dalla parte opposta all'ingresso si apre il volume semicircolare dell'abside.

Al centro si trova il celebre masso nel quale è inserita la spada di San Galgano.

Cappella interna

Interno della cupola

Sulla parte sinistra, rispetto all'ingresso, si trova una cappella dalla pianta rettangolare coperta con una volta a crociera; tale cappella è stata realizzata all'inizio del Trecento e affrescata tra il 1334 e il 1336 da Ambrogio Lorenzetti. Gli affreschi si presentano molto deteriorati, anche se nel 1967[3] sono stati prima staccati per restaurarli e poi ricollocati nella loro sede insieme alle rispettive sinopie venute in luce durante i lavori.

Alla parete di fondo si trova raffigurata la Maestà. In tale raffigurazione si vede in basso Eva sulle cui spalle si trova una pelle di capra (a simboleggiare la lussuria) mentre con una mano sorregge un fico (simbolo del peccato) e con l'altra mostra un cartiglio dove viene spigata la morale della scena. La Madonna nella prima raffigurazione aveva nella mano sinistra uno scettro e sulla destra, invece del bambino, un globo (simbolo di potere generalmente riferito ad uomini)[4]. Grazie ai restauri si è potuto appurare che questa primitiva e audace versione venne cancellata dal Lorenzetti e sostituita dall'attuale, molto più tradizionale.

Sulla stessa parete, in basso, si trova un affresco raffigurazione l'Annunciazione con al centro la finestra (vera) della cappella usata dal Lorenzetti quale elemento della raffigurazione. Nella parete sinistra, in alto affresco con Galgano circondato da Santi e Angeli offre un modello della roccia dov'è infissa la spada e nella parte inferiore Veduta di città con figure alate. Nella parete di destra, in altro sinopia di Santi e Angeli (l'affresco è andato parzialmente perduto) e nella volta tondi con raffiguranti dei Profeti.