Elezione di Papa Paolo VI

Il Papa che mi ha fatto prete

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Sono solito aprire il nuovo giorno con la preghiera del Breviario., il 'Mattutino' si diceva un tempo. I salmi del giorno mi introducono  sempre alla presenza del Signore davanti al quale sento di trovarmi nella situazione alle volte ben descritta dal salmista, alle volte percepita dalla mia coscienza. Poi mi soffermo in meditazione sulle letture del giorno Ma da tempo amo aggiungere quotidianamente una lettura di interventi e omelie dei nostri tempi, sviluppate dai nostri Pastori,: il Santo Padre, il Cardinale arcivescovo, pagine di Martini, ecc.

E proprio ieri (venerdì 14 dicembre) ho letto l'omelia che Il Santo Padre tenne  sabato 2 giugno all'la recita dell'Ora Media in Duomo con i  sacerdoti, seminaristi e consacrati della diocesi milanese.  In questa riflessione davvero  provocante il Santo Padre cita il suo predecessore ricordando quanto Papa Paolo VI, allora arcivescovo di Milano - il 21 giugno 1958 - disse ai giovani che stava per ordinare preti. Egli disse: "Comincia la vita sacerdotale, un poema, un dramma un mistero nuovo....fonte di perpetua meditazione...sempre oggetto di scoperta e di meraviglia: il sacerdozio è sempre una novità e bellezza per chi vi  dedica amoroso pensiero ...è riconoscimento dell'opera di Dio in noi". In Duomo quel giorno, in prima fila, rivestito dei paramenti sacri, c'ero anch'io. Quell'omelia che tenni sempre presente come 'testamento spirituale' per il mio ministero sacerdotale e prima ancora per la mia identità sacerdotale la conservo intatta in un volume del mio breviario. Non ero presente in Duomo quando papa Benedetto riprese quella amabili e antiche parole del vescovo che mi volle prete. Scoprirle oggi mi hanno  profondamente emozionato. Mi sono sentito  riportare a quella mattina quando tutto cominciò e, per scelta del mio Signore, iniziavo il mio ministero sacerdotale  che perdura  fino ad oggi, 54 anni dopo!

Oggi ho saputo da 'Insider' che Paolo VI  sta per essere fatto 'beato'. E' il mio cardinale....! E' il vescovo che mi donò il suo sacerdozio ponendo le sue mani sul mio capo e ungendo del santo olio le mie mani...Conservo ancora quel 'fazzoletto' che mi legò le mani consacrate per impedire che l'olio scendesse. a terra..... Presto potrò pensare a Lui con amorosa riconoscenza: lo sentirò vicino come quel giorno quando mi guardò negli occhi chiedendomi 'obbedienza e riverenza' per sempre...Ora potrò chiederGli di parlare di me suo prete al Signore e mi conduca giorno dopo giorno a, quell'ora che, nei giorni del mio pensionamento, aspetto con timore e ansia.

Per questo ho voluto la pagina a Lui dedicata nel mio piccolo insignificante sito: riprenderò qualche sua parola, penserò alle sue scelte pastorali che hanno segnato il cammino della Chiesa di Cristo. Scriverò dei miei pensieri sulla sua 'storia'....Per me...ma anche per chi capiterà di leggere queste mie confidenze.

 

PAOLO VI PRESTO BEATO

Paolo VI beato, i cardinali dicono «sì» all’unanimità. La consulta della Congregazione dei santi ha approvato lo scorso 10 dicembre. A giorni la firma del Papa

Andrea Tornielli – Vatican Insider 14/12/2012

Dopo i teologi, anche i cardinali e vescovi della Congregazione delle cause dei santi hanno dato il loro via libera alla beatificazione di Paolo VI, il Papa che ha portato a termine il Concilio Ecumenico Vaticano II e che ha guidato la Chiesa negli anni difficili del post-concilio. La riunione della consulta, preannunciata da Vatican Insider lo scorso ottobre si è tenuta il 10 dicembre presso la sede della Congregazione. L’esito della votazione è stato positivo, apprende Vatican Insider. Tutti i presenti, all’unanimità, hanno approvato la Positio, cioè il la documentazione del processo, esprimendosi favorevolmente sull’«eroicità delle virtù» di Giovanni Battista Montini, eletto Papa con il nome di Paolo VI nel 1963 e morto nel 1978. Anche la precedente riunione dei teologi aveva avuto esito unanimemente positivo.

Due sono ora gli atti che mancano prima di conoscere la data della beatificazione. La promulgazione del decreto sull’eroicità delle virtù, che spetta al Papa e che si prevede per il prossimo 20 dicembre, quando il cardinale Angelo Amato, Prefetto della Congregazione delle cause dei santi, andrà in udienza dal Pontefice per sottoporgli i decreti riguardanti i processi. Il «sì» di Benedetto XVI è considerato più che probabile e quasi scontato, dopo le votazioni unanimi dei teologi e dei cardinali, e in assenza di diatribe storiche come avvenne nel caso di Pio XII, per il quale invece il Papa si volle prendere tempo per decidere. Dopo il decreto papale, Paolo VI riceverà il titolo di «venerabile» e il processo di potrà considerare chiuso.

Il secondo atto necessario in vista della beatificazione è il riconoscimento di un miracolo, una guarigione miracolosa attribuibile a Paolo VI e avvenuta dopo la sua morte. Nel caso di Paolo VI, il postulatore della causa, padre Antonio Marrazzo, ha già scelto, tra le segnalazioni ricevute, un caso di guarigione che sarebbe risultato «inspiegabile» ai primi esami. Il presunto miracolo riguarda la guarigione di un bambino non ancora nato, avvenuta sedici anni fa in California. Durante la gravidanza, i medici avevano riscontrato un grave problema nel feto e a motivo delle conseguenze cerebrali che intervengono in questi casi avevano suggerito come unico possibile rimedio alla giovane mamma quello dell’aborto. La donna aveva voluto portare a termine la gravidanza e si era affidata all’intercessione di Paolo VI, il Papa che nel 1968 scrisse l’enciclica «Humanae vitae». Il bambino è nato senza problemi: si è atteso che raggiungesse i quindici anni d’età per constatare l’assenza di conseguenze e la perfetta guarigione. Ma c’è anche una seconda guarigione inspiegabile, della quale è protagonista una suora affetta da un tumore, che potrebbe essere presentata alla Congregazione vaticana.

La volontà di Benedetto XVI è di procedere speditamente. La beatificazione si prevede avvenga a conclusione dell’anno della fede. Nel 2013 ricorreranno il cinquantesimo anniversario dell’elezione di Papa Montini, e il trentacinquesimo della morte.

 Ricordo quel giorno,  domenica 22 giugno 1958, in chiesa Prepositurale di Saronno, assistito dal mio giovane assistente, Don Luigi  Castelli, salivo all'altare per celebrare la prima Messa dopo essere stato ordinato prete dal Cardinal Montini, il giorno primo in Duomo a  Milano.

Rendo grazie al Signore per averrmi chiamato alla sua sequela e al ministero nella sua Chiesa. E rendo grazie al mio 'arcivescovo' che mi ha 'fatto prete' quel giorno  che ha cambiato la mia vita!

 

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Verso la beatificazione

La lezione di Montini: insegnò a sperare

 

Dal suo magistero ambrosiano emerge un tratto caratteristico del Pastore che fu Arcivescovo di Milano e poi Papa, e che Benedetto XVI ha da poco dichiarato “Venerabile”

di monsignor Ennio APECITI
Responsabile diocesano Cause dei Santi

 

Giovanni Battista Montini
23.12.2012

Dunque, Paolo VI, che fu arcivescovo di Milano dal 1954 al 1963, è Venerabile. Tale l’ha dichiarato Benedetto XVI, autorizzando la pubblicazione del decreto, presentatogli dal cardinale Angelo Amato, Prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi il 20 dicembre.

Il decreto di Venerabilità non significa ancora che Paolo VI sia stato proclamato beato: per questo occorrerà che sia esaminato, con l’usuale rigore, un miracolo ottenuto per sua intercessione. Le due cose sono strettamente unite: il miracolo rimanda a Dio, che lo concede, il titolo di Venerabile rimanda alla persona.

Il Papa nel suo decreto usa una formula solenne: «Consta che il Servo di Dio Paolo VI ha praticato in grado eroico le virtù teologali della Fede, della Speranza e della Carità verso Dio e verso il prossimo, come pure le virtù cardinali della Prudenza, Giustizia, Temperanza e Fortezza e quelle a esse annesse».

Con queste parole il Papa fa un’affermazione che riguarda la persona di Paolo VI: parla di lui, del suo impegno, della sua dedizione totale al Signore, alla Chiesa, ai fratelli e del modo eccezionale con cui l’ha fatto, un modo che ci può e ci deve spingere a “venerarlo”, a farci interrogare da lui, a chiedergli quale sia stato il suo segreto per vivere “eroicamente” il Vangelo.

Cosa può insegnarci Giovanni Battista Montini? Rileggo il suo primo messaggio alla diocesi, quando fu resa pubblica la sua nomina ad Arcivescovo di Milano (5 novembre 1954): «So i tempi difficili e critici; so i bisogni molteplici e immensi; so l’atteggiamento della vita ecclesiastica, così decisivo per il nome cristiano nel momento presente; so le ansie del mondo del lavoro, agitato da inquietudini spirituali ancor più che da quelle stesse economiche; ma so altresì che la parola di Dio è sempre viva e potente; so che la grazia di Cristo è ancora indefettibile e urgente sulla nostra ora; so che anime generose e profonde sono ancora pronte e numerose nella terra ambrosiana; e spero. E forte di questa speranza muove il mio cuore oggi, domani i miei passi, sempre la mia preghiera, la mia carità, la mia benedizione».

Montini mi appare il vescovo della speranza in un tempo sul quale andavano accumulandosi le nubi che avrebbero velato la luce del sole. Non tutti vedevano avvicinarsi la crisi epocale che stiamo vivendo. Montini non la temette, convinto che non di crisi si trattava e si tratta, ma di necessario discernimento del nuovo sentiero da intraprendere per continuare a portare il Vangelo tra gli uomini e le donne, che Dio manda a servire.

Montini insegnò a sperare, perché credeva che nel volto “paterno” di Dio. Non a caso volle che la Missione di Milano del 1957, uno dei suoi più alti atti di episcopato, avesse come tema “Dio Padre”. Questo era il cuore di tutto: annunciare a tutti che Dio ci è padre e non giudice, che Dio ci ama e comprende e non condanna.

Annunciarlo con la vita, convinto com’era che «l'uomo contemporaneo ascolta più volentieri i testimoni che i maestri o se ascolta i maestri lo fa perché sono dei testimoni». Questa certezza lo sostenne, anche quando i risultati erano deludenti, come accadde con la stessa Missione di Milano. L’importante non era raccogliere i frutti, ma gettare a larghe mani il seme, quel «comandamento nuovo dell'amore» che Gesù ha lasciato ai suoi discepoli.

Fu il vero segreto di Montini, l’insegnamento che credo ci lasci e che ritrovo nell’omelia della sua ultima Messa crismale come Arcivescovo, l’11 aprile 1963: «Noi Preti dobbiamo avere una maniera speciale, un'arte nostra di amare, di amare Cristo. [...] Ti amerò, Te solo, con tutta la mia anima, la mia povera anima; il mio cuore è Tuo. […] Fratelli carissimi, lo diciamo ancora anche quest'oggi. Nella stessa misura? Con la stessa gioia, con la stessa capacità di dono, di sacrificio? Con la stessa pienezza?». Per questo appassionato amore oggi è Venerabile.

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Lunedì 25 giugno 2013

Il 21 giugno scorso ho ricordato con viva emozione che 55 anni fa i Cardinale di Milano, allora GiovanBattista Montini, mi ordinava prete, mi inseriva nel clero ambrosiano. Il 22 giugno nella parrocchiale dei SS. Pietro e Paolo in Saronno salivo all'altare per celebrare per la prima volta la S. Messa.

Nello stesso giorno di cinque anni  dopo,  il 'mio' cardinale' veniva eletto Papa.

 

Paolo VI, il papa che riportò Dio tra gli uomini

Il  50° anniversario dell’elezione di Paolo VI. Un pontefice che merita di essere riscoperto

22 giu 2013 
 
Mentre fioccano i bilanci dei primi 100 giorni di papa Francesco, la Chiesa ricorda il 50esimo anniversario della elezione di Paolo VI: era proprio il 21 giugno, l’inizio dell’estate 1963. Va per la maggiore nel web un meme, un manifesto digitale, che mette in fila Giovanni Paolo II, Benedetto XVI e Francesco, e attribuisce a ciascuno una virtù teologale: la Speranza per Wojtyla, la Fede per Ratzinger e la Carità per Bergoglio, che lui ama chiamare “misericordia”.

Paolo VI ha precorso i tratti più marcati di questi tre pontefici: l’apertura al mondo e la forza dei gesti profetici; la necessità di far camminare insieme le istanze della ragione e della fede; e il paradigma della giustizia e della carità come ultimo criterio con cui interpretare la presenza della Chiesa nel mondo e le sue parole per gli uomini.

Fu proprio l’allora arcivescovo di Monaco, Joseph Ratzinger, a enumerare – in un’omelia pronunciata pochi giorni dopo la morte di Montini – le strade aperte da Paolo VI “un uomo che tende le mani”. Disse Ratzinger che Paolo VI fu “il primo papa a essersi recato in tutti i continenti, fissando così un itinerario dello Spirito, che ha avuto inizio a Gerusalemme”; e poi “il viaggio alle Nazioni Unite, il cammino fino a Ginevra, l’incontro con la più grande cultura religiosa non monoteista dell’umanità, l’India, e il pellegrinaggio presso i popoli che soffrono”. Con lui “la fede tende le mani. Il suo segno non è il pugno, ma la mano aperta”. La storia vuole che proprio il futuro Benedetto XVI abbia rivelato che Paolo VI, malato e stanco “ha lottato intensamente con l’idea di ritirarsi”, spiegando che Montini “non provava alcun piacere nel potere, nella posizione, nella carriera riuscita; e proprio per questo, essendo l’autorità un incarico sopportato — «ti porterà dove tu non vuoi» — essa è diventata grande e credibile” (Osservatore Romano, 21 giugno). Tanto credibile quanto l’autorità del gesto della rinuncia di Benedetto XVI in un frangente altrettanto drammatico ma diverso della storia della Chiesa.
Cosa lega, invece, Paolo VI a papa Francesco? Possiamo farci illuminare dalle parole stesse di Montini nella sua allocuzione alla seduta finale del Concilio (7 dicembre 1965); quel Concilio che lui volle portare avanti e che riuscì a portare a termine nonostante le difficoltà. Paolo VI, rivendicando – di fronte alle discussioni sorte su questo sia dentro che fuori la Chiesa – che il Concilio “è stato vivamente interessato dallo studio del mondo moderno”, volle far notare “come la religione del nostro Concilio sia stata principalmente la carità; e nessuno potrà rimproverarlo d'irreligiosità o d'infedeltà al Vangelo per tale precipuo orientamento”. Inoltre la Chiesa del Concilio “si è assai occupata” oltre che di se stessa “dell'uomo quale oggi in realtà si presenta: l'uomo vivo”; e il magistero della Chiesa “ha assunto la voce facile ed amica della carità pastorale; ha desiderato farsi ascoltare e comprendere da tutti” (VinoNuovo.it, 21 giugno).

Dopo la storica e potentissima rinuncia al soglio pontificio di papa Benedetto e l’elezione del primo papa col nome del santo di Assisi, abbiamo qualche elemento in più per comprendere la vicenda e la levatura di papa Montini. Un pontificato, il suo, sofferto e complesso, contestato da fronti diversi.

Nella nota omelia per la festa di SS. Pietro e Paolo, il suo testamento spirituale, Paolo VI tracciò, tra le altre cose la linea della “difesa della vita in tutte le forme in cui essa può esser minacciata, turbata o addirittura soppressa”. E si congedò dicendo che “benché ci consideriamo l’ultimo e indegno successore di Pietro, ci sentiamo a questa soglia estrema confortati e sorretti dalla coscienza di aver instancabilmente ripetuto davanti alla Chiesa e al mondo: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente»; anche noi, come Paolo, sentiamo di poter dire: «Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la mia corsa, ho conservato la fede».

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Una mia personale riflessione

Qualcuno ha scritto che sarebbe bene che cominciassimo a studiare la personalità di Paolo VI. Serenamente. Poichè si sa che il suo pontificato è stato più volte 'criticato' e anche la sua singolare e profetica figura incompresa e contestata quasi fosse il Papa 'del dubbio', il Papa del suo tempo turbolento di fronte alla verità evangelica. Penso che debba anch'io cercare di conoscerlo meglio sulla base delle testimonianze che posso raccogliere. Mi è particolarmente caro perchè è dal suo ministero episcopale che ho ricevuto l'ordinazione presbiterale: il Vescovo, mio padre.... Comincio allora raccogliendo due testi fondamentali nella vita del Papa Montini: il suo Testamento spirituale (che conservo in biblioteca in un'edizione speciale) e la lettera che scrisse ai brigatisti per chiedere la liberazione di Aldo Moro.

 

IL TESTAMENTO DI PAOLO VI

Nel corso della riunione della Congregazione Generale dei Cardinali, giovedì 10 agosto, è stato letto il testo delle ultime volontà di Paolo VI, testo che prima della pubblicazione è stato portato a conoscenza dei familiari. Il testamento consiste in uno scritto del 30 giugno 1965, integrato da due aggiunte, una del 1972 e un’altra del 1973. Sono in tutto quattordici pagine manoscritte. Il primo dei tre testi è scritto su tre fogli grandi, formato lettera, ciascuno di quattro facciate. Paolo VI ha numerato la prima pagina dei tre fogli di suo pugno ed ha apposto la sua firma anche a margine della quarta facciata del foglio I. In tutto sono undici facciate scritte. La prima aggiunta fu fatta a Castel Gandolfo e, oltre alla data, reca anche l’indicazione dell’ora: 16 settembre 1972, ore 7,30. Si tratta di due foglietti manoscritti. Il primo reca tra parentesi, in alto, accanto allo stemma pontificio l’indicazione «Note complementari al testamento 8. La seconda, intitolata « Aggiunta alle mie disposizioni testamentarie », consiste in poche righe scritte su un unico foglio il 14 luglio 1973.

Alcune note
 per il mio testamento

In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

1. Fisso lo sguardo verso il mistero della morte, e di ciò che la segue, nel lume di Cristo, che solo la rischiara; e perciò con umile e serena fiducia. Avverto la verità, che per me si è sempre riflessa sulla vita presente da questo mistero, e benedico il vincitore della morte per averne fugate le tenebre e svelata la luce.

Dinanzi perciò alla morte, al totale e definitivo distacco dalla vita presente, sento il dovere di celebrare il dono, la fortuna, la bellezza, il destino di questa stessa fugace esistenza: Signore, Ti ringrazio che mi hai chiamato alla vita, ed ancor più che, facendomi cristiano, mi hai rigenerato e destinato alla pienezza della vita.

Parimente sento il dovere di ringraziare e di benedire chi a me fu tramite dei doni della vita, da Te, o Signore, elargitimi: chi nella vita mi ha introdotto (oh! siano benedetti i miei degnissimi Genitori!), chi mi ha educato, benvoluto, beneficato, aiutato, circondato di buoni esempi, di cure, di affetto, di fiducia, di bontà, di cortesia, di amicizia, di fedeltà, di ossequio. Guardo con riconoscenza ai rapporti naturali e spirituali che hanno dato origine, assistenza, conforto, significato alla mia umile esistenza: quanti doni, quante cose belle ed alte, quanta speranza ho io ricevuto in questo mondo!
Ora che la giornata tramonta, e tutto finisce e si scioglie di questa stupenda e drammatica scena temporale e terrena, come ancora ringraziare Te, o Signore, dopo quello della vita naturale, del dono, anche superiore, della fede e della grazia, in cui alla fine unicamente si rifugia il mio essere superstite? Come celebrare degnamente la tua bontà, o Signore, per essere io stato inserito, appena entrato in questo mondo, nel mondo ineffabile della Chiesa cattolica? Come per essere stato chiamato ed iniziato al Sacerdozio di Cristo? Come per aver avuto il gaudio e la missione di servire le anime, i fratelli, i giovani, i poveri, il popolo di Dio, e d’aver avuto l’immeritato onore d’essere ministro della santa Chiesa, a Roma specialmente, accanto al Papa, poi a Milano, come arcivescovo, sulla cattedra, per me troppo alta, e venerabilissima dei santi Ambrogio e Carlo, e finalmente su questa suprema e formidabile e santissima di San Pietro? In aeternum Domini misericordias cantabo.

Siano salutati e benedetti tutti quelli che io ho incontrati nel mio pellegrinaggio terreno; coloro che mi furono collaboratori, consiglieri ed amici - e tanti furono, e così buoni e generosi e cari!
benedetti coloro che accolsero il mio ministero, e che mi furono figli e fratelli in nostro Signore!

A voi, Lodovico e Francesco, fratelli di sangue e di spirito, e a voi tutti carissimi di casa mia, che nulla a me avete chiesto, né da me avuto di terreno favore, e che mi avete sempre dato esempio di virtù umane e cristiane, che mi avete capito, con tanta discrezione e cordialità, e che soprattutto mi avete aiutato a cercare nella vita presente la via verso quella futura, sia la mia pace e la mia benedizione.

Il pensiero si volge indietro e si allarga d’intorno; e ben so che non sarebbe felice questo commiato, se non avesse memoria del perdono da chiedere a quanti io avessi offeso, non servito, non abbastanza amato; e del perdono altresì che qualcuno desiderasse da me. Che la pace del Signore sia con noi.

E sento che la Chiesa mi circonda: o santa Chiesa, una e cattolica ed apostolica, ricevi col mio benedicente saluto il mio supremo atto d’amore.

A te, Roma, diocesi di San Pietro e del Vicario di Cristo, dilettissima a questo ultimo servo dei servi di Dio, la mia benedizione più paterna e più piena, affinché Tu Urbe dell’orbe, sia sempre memore della tua misteriosa vocazione, e con umana virtù e con fede cristiana sappia rispondere, per quanto sarà lunga la storia del mondo, alla tua spirituale e universale missione.

Ed a Voi tutti, venerati Fratelli nell’Episcopato, il mio cordiale e riverente saluto; sono con voi nell’unica fede, nella medesima carità, nel comune impegno apostolico, nel solidale servizio al Vangelo, per l’edificazione della Chiesa di Cristo e per la salvezza dell’intera umanità. Ai Sacerdoti tutti, ai Religiosi e alle Religiose, agli Alunni dei nostri Seminari, ai Cattolici fedeli e militanti, ai giovani, ai sofferenti, ai poveri, ai cercatori della verità e della giustizia, a tutti la benedizione del Papa, che muore.

E così, con particolare riverenza e riconoscenza ai Signori Cardinali ed a tutta la Curia romana: davanti a voi, che mi circondate più da vicino, professo solennemente la nostra Fede, dichiaro la nostra Speranza, celebro la Carità che non muore, accettando umilmente dalla divina volontà la morte che mi è destinata, invocando la grande misericordia del Signore, implorando la clemente intercessione di Maria santissima, degli Angeli e dei anti, e raccomandando l’anima mia al suffragio dei buoni.

2. Nomino la Santa Sede mio erede universale: mi obbligano a ciò dovere, gratitudine, amore. Salvo le disposizioni qui sotto indicate.

3. Sia esecutore testamentario il mio Segretario privato. Egli vorrà consigliarsi con la Segreteria di Stato e uniformarsi alle norme giuridiche vigenti e alle buone usanze ecclesiastiche.

4. Circa le cose di questo mondo: mi propongo di morire povero, e di semplificare così ogni questione al riguardo.

Per quanto riguarda cose mobili e immobili di mia personale proprietà, che ancora restassero di provenienza familiare, ne dispongano i miei Fratelli Lodovico e Francesco liberamente; li prego di qualche suffragio per l’anima mia e per quelle dei nostri Defunti. Vogliano erogare qualche elemosina a persone bisognose o ad opere buone. Tengano per sé, e diano a chi merita e desidera qualche ricordo dalle cose, o dagli oggetti religiosi, o dai libri di mia appartenenza. Distruggano note, quaderni, corrispondenza, scritti miei personali.

Delle altre cose che si possano dire mie proprie: disponga, come esecutore testamentario, il mio Segretario privato, tenendo qualche ricordo per sé, e dando alle persone più amiche qualche piccolo oggetto in memoria. Gradirei che fossero distrutti manoscritti e note di mia mano; e che della corrispondenza ricevuta, di carattere spirituale e riservato, fosse bruciato quanto non era destinato all’altrui conoscenza.

Nel caso che l’esecutore testamentario a ciò non possa provvedere, voglia assumerne incarico la Segreteria di Stato.

5. Raccomando vivamente di disporre per convenienti suffragi e per generose elemosine, per quanto è possibile.

Circa i funerali: siano pii e semplici (si tolga il catafalco ora in uso per le esequie pontificie, per sostituirvi apparato umile e decoroso).

La tomba: amerei che fosse nella vera terra, con umile segno, che indichi il luogo e inviti a cristiana pietà. Niente monumento per me.

6. E circa ciò che più conta, congedandomi dalla scena di questo mondo e andando incontro al giudizio e alla misericordia di Dio: dovrei dire tante cose, tante. Sullo stato della Chiesa; abbia essa ascolto a qualche nostra parola, che per lei pronunciammo con gravità e con amore. Sul Concilio: si veda di condurlo a buon termine, e si provveda ad eseguirne fedelmente le prescrizioni. Sull’ecumenismo : si prosegua l’opera di avvicinamento con i Fratelli separati, con molta comprensione, con molta pazienza, con grande amore; ma senza deflettere dalla vera dottrina cattolica. Sul mondo: non si creda di giovargli assumendone i pensieri, i costumi, i gusti, ma studiandolo, amandolo, servendolo.

Chiudo gli occhi su questa terra dolorosa, drammatica e magnifica, chiamando ancora una volta su di essa la divina Bontà. Ancora benedico tutti. Roma specialmente, Milano e Brescia. Alla Terra santa, la Terra di Gesù, dove fui pellegrino di fede e di pace, uno speciale benedicente saluto.

E alla Chiesa, alla dilettissima Chiesa cattolica, all’umanità intera, la mia apostolica benedizione.

Poi: in manus Tuas, Domine, commendo spiritum meum.

Ego: Paulus PP. VI.

Dato a Roma, presso S. Pietro, il 30 giugno 1965, anno III del nostro Pontificato.

 

Note complementari
al mio testamento

In manus tuas, Domine, commendo spiritum meum.
Magnificat anima mea Dominum. Maria!

Credo. Spero. Amo.

Ringrazio quanti mi hanno fatto del bene.

Chiedo perdono a quanti io avessi non fatto del bene. A tutti io do nel Signore la pace.

Saluto il carissimo Fratello Lodovico e tutti i miei familiari e parenti e amici, e quanti hanno accolto il mio ministero. A tutti i collaboratori, grazie. Alla Segreteria di Stato particolarmente.

 

Benedico con speciale carità Brescia, Milano, Roma, la Chiesa intera. Quam diletta tabernacula tua, Domine!

Ogni mia cosa sia della Santa Sede.

Provveda il mio Segretario particolare, il caro Don Pasquale Macchi, a disporre per qualche suffragio e qualche beneficenza, e ad assegnare qualche ricordo fra libri e oggetti a me appartenuti a sé e a persone care.

Non desidero alcuna tomba speciale.

Qualche preghiera affinché Dio mi usi misericordia.

In Te, Domine, speravi. Amen, alleluia.

A tutti la mia benedizione, in nomine Domini.

 

PAULUS PP. VI

 

Castel Gandolfo, 16 settembre 1972, ore 7,30.

Aggiunta
alle mie disposizioni testamentarie

Desidero che i miei funerali siano semplicissimi e non desidero né tomba speciale, né alcun monumento. Qualche suffragio (beneficenze e preghiere).

PAULUS PP. VI

14 luglio 1973

 

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LETTERA DEL SANTO PADRE PAOLO VI
ALLE BRIGATE ROSSE

 

Io scrivo a voi, uomini delle Brigate Rosse: restituite alla libertà, alla sua famiglia, alla vita civile l'onorevole Aldo Moro. Io non vi conosco, e non ho modo d'avere alcun contatto con voi. Per questo vi scrivo pubblicamente, profittando del margine di tempo, che rimane alla scadenza della minaccia di morte, che voi avete annunciata contro di lui, Uomo buono ed onesto, che nessuno può incolpare di qualsiasi reato, o accusare di scarso senso sociale e di mancato servizio alla giustizia e alla pacifica convivenza civile. Io non ho alcun mandato nei suoi confronti, né sono legato da alcun interesse privato verso di lui. Ma lo amo come membro della grande famiglia umana, come amico di studi, e a titolo del tutto particolare, come fratello di fede e come figlio della Chiesa di Cristo.

Ed è in questo nome supremo di Cristo, che io mi rivolgo a voi, che certamente non lo ignorate, a voi, ignoti e implacabili avversari di questo uomo degno e innocente; e vi prego in ginocchio, liberate l'onorevole Aldo Moro, semplicemente, senza condizioni, non tanto per motivo della mia umile e affettuosa intercessione, ma in virtù della sua dignità di comune fratello in umanità, e per causa, che io voglio sperare avere forza nella vostra coscienza, d'un vero progresso sociale, che non deve essere macchiato di sangue innocente, né tormentato da superfluo dolore. Già troppe vittime dobbiamo piangere e deprecare per la morte di persone impegnate nel compimento d'un proprio dovere. Tutti noi dobbiamo avere timore dell'odio che degenera in vendetta, o si piega a sentimenti di avvilita disperazione. E tutti dobbiamo temere Iddio vindice dei morti senza causa e senza colpa. Uomini delle Brigate Rosse, lasciate a me, interprete di tanti vostri concittadini, la speranza che ancora nei vostri animi alberghi un vittorioso sentimento di umanità. Io ne aspetto pregando, e pur sempre amandovi, la prova.

Dal Vaticano, 21 aprile 1978

PAULUS PP. VI

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Oggi, 6 agosto, sono davanti al computer per 'dire' il mio affetto personale a Colui che mi ha ordinato prete quando era in Milano arcivescovo amato e stimato, Mons. Giambattista Montini e poi Paolo VI.

Ho voluto 'vedere' se la diocesi di Milano si  sarebbe ricordata della sua 'morte santa' avvenuta proprio in queste ore di questo giorno.  Sì, sul sito della Diocesi ambrosiana ho trovato 'postato  proprio in apertura, il ricordo di Papa Montini. Mi ha  poi interessato quanto di seguito nel sito si dice di Lui, poichè viene riportata una pagina che non conoscevo. La pubblico qui nel mio sito perchè possa tornarvi tutte le volte che sentirò il bisogno della sua parola. Pare che questa sia stata davvero l'ultima. Eccola ringraziando il sito di Milano.

Quando Paolo VI terminò la sua “corsa”

A 35 anni dalla scomparsa (6 agosto 1978), ricordiamo Papa Montini attraverso le parole di un’omelia pronunciata poco più di un mese prima della morte, nella quale egli tracciava un bilancio del suo Pontificato

5.08.2013

Celebrando la festa dei Santi Pietro e Paolo nella Basilica di San Pietro il 29 giugno 1978, nell’omelia Paolo VI tracciò un bilancio del suo Pontificato. Papa Montini sarebbe morto poco più di un mese dopo, il 6 agosto 1978


Ho terminato la mia corsa

 Venerati Fratelli e Figli carissimi,

Le immagini dei Santi Apostoli Pietro e Paolo occupano, oggi più che mai, il nostro spirito durante la celebrazione di questo rito. Non solo perché ci sono riportate, come di consueto, dal volgere dell’anno liturgico, ma anche per il particolare significato che riveste per noi questo XV anniversario della nostra elezione al Sommo Pontificato, quando, dopo il compimento dell’80° genetliaco, il corso naturale della nostra vita volge al tramonto.

Pietro e Paolo: «le grandi e giuste colonne» (S. Clementis Romani, I, 5,2) della Chiesa romana e della Chiesa universale! I testi della Liturgia della parola, or ora ascoltati, ce li presentano sotto un aspetto che suscita in noi profonda impressione: ecco Pietro, che rinnova nei secoli la grande confessione di Cesarea di Filippo; ecco Paolo, che dalla cattività romana lascia a Timoteo il testamento più alto della sua missione. Guardando a loro, noi gettiamo uno sguardo complessivo su quello che è stato il periodo durante il quale il Signore ci ha affidato la sua Chiesa; e, benché ci consideriamo l’ultimo e indegno successore di Pietro, ci sentiamo a questa soglia estrema confortati e sorretti dalla coscienza di aver instancabilmente ripetuto davanti alla Chiesa e al mondo: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente» (Matth.16, 16); anche noi, come Paolo, sentiamo di poter dire: «Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la mia corsa, ho conservato la fede» (2Tim.4, 7).

Il nostro ufficio è quello stesso di Pietro, al quale Cristo ha affidato il mandato di confermare i fratelli (cfr. Luc. 22,32): è l’ufficio di servire la verità della fede, e questa verità offrire a quanti la cercano, secondo una stupenda espressione di San Pier Crisologo: «Beatus Petrus, qui in propria sede et vivit et praesidet, praestat quaerentibus fidei veritatem» (S. Petri ChrysologiEp. ad Etrtichen, inter Ep. S. Leonis MagniXXV, 2: PL54, 743-744). Infatti la fede è «più preziosa dell’oro» (1Petr. 1,7), dice San Pietro; non basta riceverla, ma bisogna conservarla anche in mezzo alle difficoltà («per ignem probatur» IPetr. 1,7). Della fede gli Apostoli sono stati predicatori anche nella persecuzione, sigillando la loro testimonianza con la morte, a imitazione del loro Maestro e Signore che, secondo la bella formula di San Paolo «testimonium reddidit sub Pontio Pilato bonam confessionem» (I Tim 6,13). Ora, la fede non è il risultato dell’umana speculazione (cfr. 2Petr. 1,16), ma il “deposito” ricevuto dagli Apostoli, i quali lo hanno accolto da Cristo che essi hanno «visto, contemplato e ascoltato» (I Io. 1, l-3). Questa è la fede della Chiesa, la fede apostolica. L’insegnamento ricevuto da Cristo si mantiene intatto nella Chiesa per la presenza in essa dello Spirito Santo e per la speciale missione affidata a Pietro, per il quale Cristo ha pregato: «Ego rogavi pro te ut non deficiat fides tua» (Luc. 22, 32) e al Collegio degli Apostoli in comunione con lui: «Qui vos audit me audit» (Ibid. 10, 16). La funzione di Pietro si perpetua nei suoi successori, tanto che i Vescovi del Concilio di Calcedonia poterono dire dopo aver ascoltato la lettera loro mandata da Papa Leone: «Pietro ha parlato per bocca di Leone» (cfr. H. Grisar,Roma alla fine del tempo antico, I, 359). E il nucleo di questa fede è Gesù Cristo, vero Dio e vero uomo, confessato così da Pietro: «Tu es Christus, Filius Dei vivi» (Matth. 16, 16).

Ecco, Fratelli e Figli, l’intento instancabile, vigile, assillante che ci ha mossi in questi quindici anni di pontificato. «Fidem servavi»! possiamo dire oggi, con la umile e ferma coscienza di non aver mai tradito «il santo vero» (A. Manzoni). Ci sia consentito ricordare, a conferma di questa convinzione, e a conforto del nostro spirito che continuamente si prepara all’incontro col giusto Giudice (2Tim. 4, 8), alcuni documenti salienti del pontificato, che hanno voluto segnare le tappe di questo nostro sofferto ministero di amore e di servizio alla fede e alla disciplina: tra le encicliche e le esortazioni pontificie, la Ecclesiam Suam (9 augusti 1964:AAS56, 1964, 609.659) che, all’alba del pontificato, tracciava le linee di azione della Chiesa in se stessa e nel suo dialogo col mondo dei fratelli cristiani separati, dei non-cristiani, dei non-credenti; la Mysterium Fidei sulla dottrina eucaristica (3 septembris 1965: AAS 57, 1965, 53.774); la Sacerdotalis Caelibatus (24 iunii 1967: AAS59, 1967, 657-697) sul dono totale di sé che distingue il carisma e l’ufficio presbiterale; la Evangelica Testificatio (29 iunii 1971:AAS63, 1971, 497-526) sulla testimonianza che oggi la vita religiosa, in perfetta sequela di Cristo, è chiamata a dare davanti al mondo; la Paterna cum Benevolentia (8 decembris 1974:AAS67, 1975, 5-23), alla vigilia dell’Anno Santo, sulla riconciliazione all’interno della Chiesa; la Gaudente in Domino (9 maii 1975:AAS67, 1975, 289-322) sulla ricchezza zampillante e trasformatrice della gioia cristiana; e, infine, la Evangelii Nuntiandi (8 decembris 1975:AAS 68, 1976, 5-76), che ha voluto tracciare il panorama esaltante e molteplice dell’azione evangelizzatrice della Chiesa, oggi.

Ma soprattutto non vogliamo dimenticare quella nostra “Professione di fede” che, proprio dieci anni fa, il 30giugno del 1968, noi solennemente pronunciammo in nome e a impegno di tutta la Chiesa come «Credo del Popolo di Dio» (Paolo PP. VI,Credo del Popolo di Dio: AAS60, 1968, 436-445), per ricordare, per riaffermare, per ribadire i punti capitali della fede della Chiesa stessa, proclamata dai più importanti Concili Ecumenici, in un momento in cui facili sperimentalismi dottrinali sembravano scuotere la certezza di tanti sacerdoti e fedeli, e richiedevano un ritorno alle sorgenti. Grazie al Signore, molti pericoli si sono attenuati; ma davanti alle difficoltà che ancor oggi la Chiesa deve affrontare sul piano sia dottrinale che disciplinare, noi ci richiamiamo ancora energicamente a quella sommaria professione di fede, che consideriamo un atto importante del nostro magistero pontificale, perché solo nella fedeltà all’insegnamento di Cristo e della Chiesa, trasmessoci dai Padri, possiamo avere quella forza di conquista e quella luce di intelligenza e d’anima che proviene dal possesso maturo e consapevole della divina verità.

E vogliamo altresì rivolgere un appello, accorato ma fermo, a quanti impegnano se stessi e trascinano gli altri, con la parola, con gli scritti, con il comportamento, sulle vie delle opinioni personali e poi su quelle dell’eresia e dello scisma, disorientando le coscienze dei singoli, e la comunità intera, la quale dev’essere anzituttokoinonia nell’adesione alla verità della Parola di Dio, per verificare e garantire lakoinonianell’unico Pane e nell’unico Calice. Li avvertiamo paternamente: si guardino dal turbare ulteriormente la Chiesa; è giunto il momento della verità, e occorre che ciascuno conosca le proprie responsabilità di fronte a decisioni che debbono salvaguardare la fede, tesoro comune che il Cristo, il quale è Petra, è Roccia, ha affidato a Pietro,Vicarius Petrae,Vicario della Roccia, come lo chiama San Bonaventura (S. BonaventuraeQuaest. disp. de perf. enang.,q. 4, a. 3; ed. Quaracchi, V, 1891, p. 195).

In questo impegno offerto e sofferto di magistero a servizio e a difesa della verità, noi consideriamo imprescindibile la difesa della vita umana. Il Concilio Vaticano secondo ha ricordato con parole gravissime che «Dio padrone della Vita, ha affidato agli uomini l’altissima missione di proteggere la vita» (Gaudium et Spes, 51). E noi, che riteniamo nostra precisa consegna l’assoluta fedeltà agli insegnamenti del Concilio medesimo, abbiamo fatto programma del nostro pontificato la difesa della vita, in tutte le forme in cui essa può esser minacciata, turbata o addirittura soppressa.

Rammentiamo anche qui i punti più significativi che attestano questo nostro intento.

a) Abbiamo anzitutto sottolineato il dovere di favorire la promozione tecnico-materiale dei popoli in via di sviluppo, con la enciclica Populorum Progressio (26 martii 1967:AAS59, 1967, 257-299)

b) Ma la difesa della vita deve cominciare dalle sorgenti stesse della umana esistenza. È stato questo un grave e chiaro insegnamento del Concilio, il quale, nella Costituzione pastorale Gaudium et Spes, ammoniva che «la vita, una volta concepita, dev’essere protetta con la massima cura; e l’aborto come l’infanticidio sono abominevoli delitti» (Gaudium et Spes, 51). Non abbiamo fatto altro che raccogliere questa consegna, quando, dieci anni fa, promanammo l’Enciclica Humana Vitae (25 iulii 1968:AAS 60, 1968, 481-503): ispirato all’intangibile insegnamento biblico ed evangelico, che convalida le norme della legge naturale e i dettami insopprimibili della coscienza sul rispetto della vita, la cui trasmissione è affidata alla paternità e alla maternità responsabili, quel documento è diventato oggi di nuova e più urgente attualità per i vulnera inferti da pubbliche legislazioni alla santità indissolubile del vincolo matrimoniale e alla intangibilità della vita umana fin dal seno materno.

c) Di qui le ripetute affermazioni della dottrina della Chiesa cattolica sulla dolorosa realtà e sui penosissimi effetti del divorzio e dell’aborto, contenute nel nostro magistero ordinario come in particolari atti della competente Congregazione. Noi le abbiamo espresse, mossi unicamente dalla suprema responsabilità di maestro e di pastore universale, e per il bene del genere umano!

d) Ma siamo stati indotti altresì dall’amore alla gioventù che sale, fidente in un più sereno avvenire, gioiosamente protesa verso la propria auto-realizzazione, ma non di rado delusa e scoraggiata dalla mancanza di un’adeguata risposta da parte della società degli adulti. La gioventù è la prima a soffrire degli sconvolgimenti della famiglia e della vita morale. Essa è il patrimonio più ricco da difendere e avvalorare. Perciò noi guardiamo ai giovani: sono essi il domani della comunità civile, il domani della Chiesa.

Venerati Fratelli e Figli carissimi!

Vi abbiamo aperto il nostro cuore, in un panorama sia pur rapido dei punti salienti del nostro Magistero pontificale in ordine alla vita umana, perché un grido profondo salga dai nostri cuori verso il Redentore; davanti ai pericoli che abbiamo delineato, come di fronte a dolorose defezioni di carattere ecclesiale o sociale, noi, come Pietro, ci sentiamo spinti ad andare a Lui, come a unica salvezza, e a gridargli: «Domine, ad quem ibimus verba vitae aeternae habes» (Io 6, 68). Solo Lui è la verità, solo Lui è la nostra forza, solo Lui la nostra salvezza. Da lui confortati, proseguiremo insieme il nostro cammino.

Ma oggi, in questo anniversario, noi vi chiediamo anche di ringraziarlo con noi, per l’aiuto onnipotente con cui ci ha finora fortificati, sicché possiamo dire, come Pietro, «nunc scio vere quia misit Deus angelum suum» (Act. 12, 11). Sì, il Signore ci ha assistiti: noi lo ringraziamo e lodiamo; e chiediamo a voi di lodarlo con noi e per noi, per l’intercessione dei Patroni di questa Roma nobilis e di tutta la Chiesa, su di essi fondata.

O Santi Pietro e Paolo, che avete portato nel mondo il nome di Cristo, e a Lui avete dato l’estrema testimonianza dell’amore e del sangue, proteggete ancora e sempre questa Chiesa, per la quale avete vissuto e sofferto; conservatela nella verità e nella pace; accrescete in tutti i suoi figli la fedeltà inconcussa alla Parola di Dio, la santità della vita eucaristica e sacramentale, l’unità serena nella fede, la concordia nella carità vicendevole, la costruttiva obbedienza ai Pastori; che essa, la santa Chiesa, continui a essere nel mondo il segno vivo, gioioso e operante del disegno redentivo di Dio e della sua alleanza con gli uomini. Così essa vi prega con la trepida voce dell’umile attuale Vicario di Cristo, che a voi, o Santi Pietro e Paolo, ha guardato come a modelli e ispiratori; e così custoditela, questa Chiesa benedetta, con la vostra intercessione, ora e sempre, fino all’incontro definitivo e beatificante col Signore che viene.

Amen, amen. 

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21 ottobre 2014

La beastificazione di Papa Paolo VI  mi conferma nel mio proposito di conoscerLo meglio. So che altri hanno sviluppato e pubblicato  riflessioni sulla persona di Giovanni Battista Montini. So che il materiale su di lui è enorme, con studi, incontri, documentazioni anche a livello internazionale. Ho seguito per anni la rivista pubblicata dall'Istituto a Lui dedicato dove si trovano inediti, relazioni, commenti scritti da Lui stesso. Quello che vorrei poter fare, in questi giorni di fine vita, è di entrare nella storia vissuta dal beato Papa VI. In Lui mi sarà possibile di certo capire meglio gli eventi che hanno segnato anche tanti anni del mio ministero sacerdotale. Vicino al giorno della conclusione della mia vita nel tempo, mi ha dato tanta forza e tanta serenità quanto Lui scrisse sulla 'morte', sul morire. E' un Papa che confida   alla sua Chiesa i sentimenti più personali sulla sua vita. Ho cercato nel web quella famosa rflessione sulla morte. L'ho trovata e la pubblico perchè io e chi ha il coraggio di leggermi possiamo  capire ciò che avverrà di noi nell'imminente domani.  Mi rendo conto che questo fa emergere  dalle profondità della mia anima 'il timore' del morire. I pensieri di Montini mi aiutino a vivere l'oggi, quello che resta, nell'obbedienza, nella srenità, nella fiducia, nell'attesa di poter entrare nella luce, al di là del portone! Ecco il testo.

 

MEDITAZIONI DI PAOLO VI

PENSIERO ALLA MORTE*

Tempus resolutionis meae instat. E' giunto il tempo di sciogliere le vele (2 Tim. 4,6).

« Certus quod velox est depositio tabernaculi mei ». Sono certo che presto dovrò Lasciare questa mia tenda (2 Petr. 1,14). « Finis venit, venit finis ». La fine! Giunge la fine (Ez. 2,7).

Questa ovvia considerazione sulla precarietà della vita temporale e sull'avvicinarsi inevitabile e sempre più prossimo della sua fine si impone: Non è saggia la cecità davanti a tale immancabile sorte, davanti alla disastrosa rovina che porta con sé, davanti alla misteriosa metamorfosi che sta per compiersi nell'essere mio, davanti a ciò che si prepara.

Vedo che la considerazione prevalente si fa estremamente personale: io, chi sono? che cosa resta di me? dove vado? e perciò estremamente morale: che cosa devo fare? quali sono le mie responsabilità? e vedo anche che rispetto alla vita presente è vano avere speranze; rispetto ad essa si hanno dei doveri e delle aspettative funzionali e momentanee; le speranze sono per l'al di là.

E vedo che questa suprema considerazione non può svolgersi in un monologo soggettivo, nel solito dramma umano che al crescere della luce fa crescere l'oscurità del destino umano; deve svolgersi a dialogo con la Realtà divina, donde vengo e dove certamente vado; secondo la lucerna che Cristo ci pone in mano per il grande passaggio. Credo, o Signore.

L'ora viene. Da qualche tempo ne ho il presentimento. Più ancora che la stanchezza fisica, pronta a cedere ad ogni momento, il dramma delle mie responsabilità sembra suggerire come soluzione provvidenziale il mio esodo da questo mondo, affinché la Provvidenza possa manifestarsi e trarre la Chiesa a migliori fortune. La Provvidenza ha, sì, tanti modi d'intervenire nel gioco formidabile delle circostanze, che stringono la mia pochezza; ma quello della mia chiamata all'altra vita pare ovvio, perché altri subentri più valido e non vincolato dalle presenti difficoltà. « Servus inutilis sum ». Sono un servo inutile.

« Ambulate dum lucem habetis ». Camminate finché avete la luce (Jo. 12,35).

Ecco: mi piacerebbe, terminando, d'essere nella luce. Di solito la fine della vita temporale, se non è oscurata da infermità, ha una sua fosca chiarezza: quella delle memorie, così belle, così attraenti, così nostalgiche, e così chiare ormai per denunciare il loro passato irricuperabile e per irridere al loro disperato richiamo. Vi è la luce che svela la delusione d'una vita fondata su beni effimeri e su speranze fallaci. Vi è quella di oscuri e ormai inefficaci rimorsi. Vi e quella della saggezza che finalmente intravede la vanità delle cose e il valore delle virtù che dovevano caratterizzare il corso della vita: « vanitas vanitatum ». Vanità della vanità. Quanto a me vorrei avere finalmente una nozione riassuntiva e sapiente sul mondo e sulla vita: penso che tale nozione dovrebbe esprimersi in riconoscenza: tutto era dono, tutto era grazia; e com'era bello il panorama attraverso il quale si è passati; troppo bello, tanto che ci si è lasciati attrarre e incantare, mentre doveva apparire segno e invito. Ma, in ogni modo, sembra che il congedo debba esprimersi in un grande e semplice atto di riconoscenza, anzi di gratitudine: questa vita mortale è, nonostante i suoi travagli, i suoi oscuri misteri, le sue sofferenze, la sua fatale caducità, un fatto bellissimo, un prodigio sempre originale e commovente; un avvenimento degno d'essere cantato in gaudio, e in gloria: la vita, la vita dell'uomo! Né meno degno d'esaltazione e di felice stupore è il quadro che circonda la vita dell'uomo: questo mondo immenso, misterioso, magnifico, questo universo dalle mille forze, dalle mille leggi, dalle mille bellezze, dalle mille profondità. E' un panorama incantevole. Pare prodigalità senza misura. Assale, a questo sguardo quasi retrospettivo, il rammarico di non averlo ammirato abbastanza questo quadro, dì non aver osservato quanto meritavano le meraviglie della natura, le ricchezze sorprendenti del macrocosmo e del microcosmo. Perché non ho studiato abbastanza, esplorato, ammirato la stanza nella quale la vita si svolge? Quale imperdonabile distrazione, quale riprovevole superficialità! Tuttavia, almeno in extremis, si deve riconoscere che quel mondo, « qui per Ipsum factus est », che è stato fatto per mezzo di Lui, è stupendo. Ti saluto e ti celebro all'ultimo istante, sì, con immensa ammirazione; e, come si diceva, con gratitudine: tutto è dono; dietro la vita, dietro la natura, l'universo, sta la Sapienza; e poi, lo dirò in questo commiato luminoso, (Tu ce lo hai rivelato, o Cristo Signore) sta l'Amore!La scena del mondo è un disegno, oggi tuttora incomprensibile per la sua maggior parte, d'un Dio Creatore, che si chiama il Padre nostro che sta nei cieli! Grazie, o Dio, grazie e gloria a Te, o Padre! In questo ultimo sguardo mi accorgo che questa scena affascinante e misteriosa è un riverbero, è un riflesso della prima ed unica Luce; è una rivelazione naturale d'una straordinaria ricchezza e bellezza, la quale doveva essere una iniziazione, un preludio, un anticipo, un invito alla visione dell'invisibile Sole, « quem nemo vidit unquam », che nessuno ha mai visto (cfr. Jo. 1,18): « unigenitus Filius, qui est in sinu Patris, Ipse enarravit », il Figlio unigenito, che è nel seno del Padre, Lui lo ha rivelato. Così sia, così sia.

Ma ora, in questo tramonto rivelatore un altro pensiero, oltre quello dell'ultima luce vespertina, presagio dell'eterna aurora, occupa il mio spirito: ed è l'ansia di profittare dell'undicesima ora, la fretta di fare qualche cosa di importante prima che sia troppo tardi. Come riparare le azioni mal fatte, come ricuperare il tempo perduto, come afferrare in quest'ultima possibilità di scelta « l'unum necessarium? », la sola cosa necessaria?

Alla gratitudine succede il pentimento. Al grido di gloria verso Dio Creatore e Padre succede il grido che invoca misericordia e perdono. Che almeno questo io sappia fare: invocare la Tua bontà, e confessare con la mia colpa la Tua infinita capacità di salvare. « Kyrie eleison; Christe eleison; Kyrie eleison». Signore pietà; Cristo pietà; Signore pietà.

Qui affiora alla memoria la povera storia della mia vita, intessuta, per un verso, dall'ordito di singolari e innumerevoli benefici, derivanti da un'ineffabile bontà (è questa che spero potrò un giorno vedere ed « in eterno cantare »); e, per l'altro, attraversata da una trama di misere azioni, che si preferirebbe non ricordare, tanto sono manchevoli, imperfette, sbagliate, insipienti, ridicole. « Tu scis insipientiam meam »: Dio, Tu conosci la mia stoltezza (Ps. 68,6). Povera vita stentata, gretta, meschina, tanto tanto bisognosa di pazienza, di riparazione, d'infinita misericordia. Sempre mi pare suprema la sintesi di S. Agostino: miseria et misericordia. Miseria mia, misericordia di Dio. Ch'io possa almeno ora onorare Chi Tu sei, il Dio d'infinita bontà, invocando, accettando, celebrando la Tua dolcissima misericordia.

E poi un atto, finalmente, di buona volontà: non più guardare indietro, ma fare volentieri, semplicemente, umilmente, fortemente il dovere risultante dalle circostanze in cui mi trovo, come Tua volontà.

Fare presto. Fare tutto. Fare bene. Fare lietamente: ciò che ora Tu vuoi da me, anche se supera immensamente le mie forze e se mi chiede la vita. Finalmente, a quest'ultima ora.

Curvo il capo ed alzo lo spirito. Umilio me stesso ed esalto Te, Dio, « la cui natura è bontà » (S. Leone). Lascia che in questa ultima veglia io renda omaggio, a Te, Dio vivo e vero, che domani sarai mio giudice, e che dia a Te la lode che più ambisci, il nome che preferisci: sei Padre. Poi io penso, qui davanti alla morte, maestra della filosofia della vita, che l'avvenimento fra tutti più grande fu per me, come lo è per quanti hanno pari fortuna, l'incontro con Cristo, la Vita. Tutto qui sarebbe da rimeditare con la chiarezza rivelatrice, che la lampada della morte dà a tale incontro. «Nihil enim nobis nasci profuit, nisi redimi profuisset ». A nulla infatti ci sarebbe valso il nascere se non ci avesse servito ad essere redenti. Questa è la scoperta del preconio pasquale, e questo è il criterio di valutazione d'ogni cosa riguardante l'umana esistenza ed il suo vero ed unico destino, che non si determina se non in ordine a Cristo: « o mira circa nós tuae pietatis dignatio! », o meravigliosa pietà del tuo amore per noi! Meraviglia delle meraviglie, il mistero della nostra vita in Cristo. Qui la fede, qui la speranza, qui l'amore cantano la nascita e celebrano le esequie dell'uomo. Io credo, io spero, io amo, nel nome Tuo, o Signore.

E poi ancora mi domando: perchè hai chiamato me, perché mi hai scelto? così inetto, così renitente, così povero di mente e di cuore? Lo so: « quae stulta sunt mundi elegit Deus... ut non glorietur omnis caro in conspectu eius ». Dio ha scelto ciò che nel mondo è debole perché nessun uomo possa gloriarsi davanti a Dio (1 Cor 1, 27-28). La mia elezione indica due cose: la mia pochezza; la Tua libertà, misericordiosa e potente. La quale non si è fermata nemmeno davanti alle mie infedeltà, alla mia miseria, alla mia capacità di tradirTi: «Deus meus, Deus meus, audebo dicere... in quodam aestasis tripudio de Te praesumendo dicam: nisi quia Deus es, iniustus esser, quia peccavimus graviter... et Tu placatus es. Nos Te provocamus ad iram, Tu autem conducis nos ad misericordiam ». Mio Dio, mio Dio, oserò dire... in un estatico tripudio di Te dirò con presunzione: se non fossi Dio, saresti ingiusto, poiché abbiamo peccato gravemente... e Tu Ti plachi. Noi Ti provochiamo all'ira, e Tu invece ci conduci alla misericordia! (PL. 40, 1150).

Ed eccomi al Tuo servizio, eccomi al Tuo amore. Eccomi in uno stato di sublimazione, che non mi consente più di ricadere nella mia psicologia istintiva di pover uomo, se non per ricordarmi la realtà del mio essere, e per reagire nella più sconfinata fiducia con la risposta, che da me è dovuta: « amen; fiat; Tu scis quia amo Te », così sia, così sia. Tu lo sai che ti voglio bene. Uno stato di tensione subentra, e fissa in un atto permanente di assoluta fedeltà la mia volontà di servizio per amore: « in finem dilexit », amò fino alla fine. « Ne permittas me separari a Te ». Non permettere che io mi separi da Te. Il tramonto della vita presente, che sognerebbe d'essere riposato e sereno, deve essere invece uno sforzo crescente di vigilia, di dedizione, di attesa. E' difficile; ma è così che la morte sigilla la meta del pellegrinaggio terreno, e fa ponte per il grande incontro con Cristo nella vita eterna. Raccolgo le ultime forze, e non recedo dal dono totale compiuto, pensando al Tuo: « consummatum est », tutto è compiuto... .

Ricordo il preannuncio fatto dal Signore a Pietro sulla morte dell'apostolo: « amen, amen dico tibi... cum... senueris, extendes manus tuas, et alius et cinget, et ducet quo tu non vis ». Hoc autem (Jesus) dixit significans qua morte (Petrus) clarificaturus esset Deum. Et, cum hoc dixisset, dicit et: « sequere me ». In verità, in verità ti dico... quando sarai vecchio, tenderai le tue mani, e un'altro ti cingerà e ti porterà dove tu non vuoi. Questo gli disse per indicare con quale morte egli avrebbe glorificato Dio. E detto questo aggiunse: « Seguimi » (Jo. 21, 18-19).

Ti seguo; ed avverto che io non posso uscire nascostamente dalla scena di questo mondo; mille fili mi legano alla famiglia umana, mille alla comunità, ch'è la Chiesa. Questi fili si romperanno da sé; ma io non posso dimenticare che essi richiedono da me qualche supremo dovere. « Discessus pius », morte pia. Avrò davanti allo spirito la memoria del come Gesù si congedò dalla scena temporale di questo mondo. Da ricordare come Egli ebbe continua previsione e frequente annuncio della sua passione, come misurò il tempo in attesa della « sua ora », come la coscienza dei destini escatologici riempì il suo animo ed il suo insegnamento, e come dell'imminente sua morte parlò ai discepoli nei discorsi dell'ultima cena; e finalmente come volle che la sua morte fosse perennemente commemorata mediante l'istituzione del sacrificio eucaristico: « mortem Domini annuntiabitis donec veniat ». Annunzierete la morte del Signore finché Egli venga.

Un aspetto su tutti gli altri principale: « tradidit semetipsum », ha dato se stesso per me; la sua morte fu sacrificio; morì per gli altri, morì per noi. La solitudine della morte fu ripiena della presenza nostra, fu pervasa d'amore: « dilexit Ecclesiam », amò la Chiesa (ricordare « le mystère de Jésus », di Pascal). La sua morte fu rivelazione del suo amore per i suoi: « in finem dilexit », amò fino alla fine. E dell'amore umile e sconfinato diede al termine della vita temporale esempio impressionante (cfr. la lavanda dei piedi), e del suo amore fece termine di paragone e precetto finale. La sua morte fu testamento d'amore. Occorre ricordarlo.

Prego pertanto il Signore che mi dia grazia di fare della mia prossima morte dono, d'amore alla Chiesa. Potrei dire che sempre l'ho amata; fu il suo amore che mi trasse fuori dal mio gretto e selvatico egoismo e mi avviò al suo servizio; e che per essa, non per altro, mi pare d'aver vissuto. Ma vorrei che la Chiesa lo sapesse; e che io avessi la forza di dirglielo, come una confidenza del cuore, che solo all'estremo momento della vita si ha il coraggio di fare. Vorrei finalmente comprenderla tutta nella sua storia, nel suo disegno divino, nel suo destino finale, nella sua complessa, totale e unitaria composizione, nella sua umana e imperfetta consistenza, nelle sue sciagure e nelle sue sofferenze, nelle debolezze e nelle miserie di tanti suoi figli, nei suoi aspetti meno simpatici, e nel suo sforzo perenne di fedeltà, di amore, di perfezione e di carità. Corpo mistico di Cristo. Vorrei abbracciarla, salutarla, amarla, in ogni essere che la compone, in ogni Vescovo e sacerdote che l'assiste e la guida, in ogni anima che la vive e la illustra; benedirla. Anche perché non la lascio, non esco da lei, ma più e meglio, con essa mi unisco e mi confondo: la morte è un progresso nella comunione dei Santi.

Qui è da ricordare la preghiera finale di Gesù (Jo. 17). Il Padre e i miei; questi sono tutti uno; nel confronto col male ch'è sulla terra e nella possibilità della loro salvezza; nella coscienza suprema che era mia missione chiamarli, rivelare loro la verità, farli figli di Dio e fratelli fra loro: amarli con l'Amore, ch'è in Dio, e che da Dio, mediante Cristo, è venuto nell'umanità e dal ministero della Chiesa, a me affidato è ad essa comunicato.

Uomini, comprendetemi; tutti vi amo nell'effusione dello Spirito Santo, ch'io, ministro, dovevo a voi partecipare. Così vi guardo, così vi saluto, così vi benedico. Tutti. E voi, a me più vicini, più cordialmente. La pace sia con voi. E alla Chiesa, a cui tutto devo e che fu mia, che dirò? Le benedizioni di Dio siano sopra di te; abbi coscienza della tua natura e della tua missione; abbi il senso dei bisogni veri e profondi dell'umanità; e cammina povera, cioè libera, forte ed amorosa verso Cristo.

Amen. Il Signore viene. Amen.

 

 


* L'Osservatore Romano, edizione settimanale settimanale in lingua italiana n. 32-33, 9 agosto 1979.