AMO LA MIA CHIESA. IN ESSA AMO LA CHIESACATTOLICA.

L'attenzione  alla Chiesa di Milano è un preciso dovere per me . Sono infatti un prete di questa chiesa ordinato nel lontao 1958 dall'allora card. Giovanni Battista Montini che poi divenne Papa, Paolo VI. Per decenni ho vissuto il mio ministero dentro il popolo di Dio offrendo la mia povera parola al Maestro perchè i suoi discepoli della grande chiesa milanese potesse conoscerLo, amarL e seguitLo. Ho celebrato i divini misteri nelle comunità dove sono stato 'inviato'. Ho condiviso le tematiche e i problemi della grande Chiesa ambrosiana guidata in questo arco di tempo dopo Montini, da Colombo, il 'mio rettore in seminario, da Martini recentemente scomparso, compianto da tutta la comunità, da Tettamanzi ed ora dal Cardinale di Santta Madre Chiesa,Angelo Scola.

Vivendo nel mio 'eremo' dal momento del pensionamento dapprima ho avvertito un profondo senso di 'inutilità' (avvertivo infatti con sconforto che non mi rimaneva che attendere quel ...poi che è un traguardo sperato) e poi un bisogno di condividere la 'passione pastorale' di tanti confrateli e le tensioni di Colui che era stato scelto per guidare la comunità milanese. E' così che in questi mesi(dal settembre 2011) ho seguito con passione gli eventi dela Chiesa anche se i 'commenti' ovvii me li tenevo per me. Ora però penso che sia giusto far sapere ciò che a mio avviso è importante nel cammino della  grande diocesi milanese. Ecco il perchè di questa pagina. Ringrazio chi avrà il coraggio di prenderne atto e di seguirla: l'assicuro che farò sapere non i pettegolezzi ma gli avvenimenti più importanti, meritevoli di essere ricordati perchè segneranno il cammino della comunità ecclesiale dentro questa società. Purtroppo inizio questa mia testimonianza dopo mesi di silenzio. Non credo sia importante però perchè chi è interessato alla vita della chiesa milanese di certo avrà seguito gli eventi mediante il sito proprio della diocesi.

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Martedì 1 ottobre 2013. Ho ritrovato un testo di alcuni anni fa. E' stato accolto al termine della sua lettura davanti al Vescovo Scola dall'applauso di tutti i preti presenti nell'auditorium di Seveso. Mi ha fatto piacere. Forse i miei confratelli volevano sentire proprio quello che ho ritenuto di 'chiedere' al Presule, pastore della Chiesa milanese.

'BENVENUTO, EMINENZA E AUGURI PER IL SUO MINISTERO IN DIOCESI'

L'indirizzo di saluto al Cardinale a Seveso nell'incontro con i preti della zona di Monza

Mancava poco tempo per dare il saluto a Lissone che stavo per lasciare Lissone per raggiunti limiti d'età! Stavo per dare le mie dimissioni al Vicario episcopale Mons. Armando Cattaneo. Un giorno ricevo una telefonata dal Vicario che mi chiede di dare il benvenuto a S. Eminenza il cardinale Angelo Scola nel corso dell'incontro con il presbiterfio della zona di Monza. Mi pareva...troppo! Ci sono in zona preti eccellenti, per santità e intelligenza. Ma Monsignor Cattaneo non volle sentire le mie obbiezioni. Così ho scritto un piccolo testo che poi lessi all'incontro con il cardinale che si è tenuto a Seveso in Seminario, presenti moltissimi sacerdoti. Credo sia una piccola testimonianza dii affetto al nuovo Pastore della grande diocesi milanese che vale la pena di 'ricordare'. Sono passati  oltre due annoi da quel giorno. Rileggendo l'indirizzo di benvenuto ritrovo ancora oggi limpidi e veri i sentimenti e i desideri che ebbi modo di far conoscere al Vescovo. Ecco il testo:

Eminenza reverendissima,

mi è stata data questa opportunità di rivolgerLe una parola di benvenuto in questa sede, presenti tanti preti della zona quinta della Diocesi, quella di Monza. E grazie al nostro Vicario  Don Armando Cattaneo.

Sono un prete....del Vecchio Testamento avendo ricevuto l’ordinazione presbiterale dal Card. Montini, allora arcivescovo di Milano e poi Papa Paolo VI. Da poco ho terminato il mio ministero pastorale in Lissone dove per anni ho vissuto la straordinaria avventura dell’unità pastorale tra tre parrocchie e poi, negli ultimi anni,  la Comunità pastorale formata da cinque parrocchie.

Ora sono un ‘pensionato di Dio’. Mi perdoni l’espressione. Volevo solo dirLe che questo ‘tempo’  finale che ci porta all’incontro con il Padre, lo sto vivendo serenamente,  nella gioia di potermi dedicare alla preghiera, alla meditazione della Parola di Dio, alle vicende del mia anima, nella cura della mia vita interiore....ovviamente senza rinunciare a quanto il mio parroco mi vorrà chiedere nel servizio pastorale nella comunità dove sono stato simpaticamente e benevolmente accolto.

Non si sorprenda, Eminenza. Anche quando ero attivamente impegnato nel ministero  il rapporto con il Signore costituiva la ragione delle fatiche pastorali. Ma, il tempo e l’attenzione interiore alla relazione con Gesù erano sempre ridotti. Personalmente lo confesso. E credo che anche i miei confratelli  ne siano convinti.

Una sola confidenza Eminenza: la vita pastorale oggi chiede ai  preti una dedizione ancora più  generosa. I problemi pastorali si sono fatti più complessi. Le esigenze spirituali dei cristiani chiedono ai sacerdoti  sempre di più una disponibilità radicale. Le strutture delle nostre comunità si caricano di questioni complicate, ed anche il ricorso alla corresponsabilità dei laici non sempre trova risposte adeguate. Le ansie crescono nel cuore dei preti, le delusioni sono quotidiane, le scelte appaiono ancora oscure, il futuro non appare ancora chiaramente delineato. Che fare? Di certo confidare nel Signore che ha vinto il mondo. Stringersi ancora più intimamente a Cristo Gesù, vivere la comunione ecclesiale in senso pieno e senza riserve.

Ma sul piano umano, poiché, Eminenza anche noi preti siamo uomini di questo tempo, vorrei che il prete oggi sia capace di simpatia, si faccia voler bene dalla sua gente non tanto per quello che ha saputo fare e fa quanto perché è capace di ascolto, di attenzione, di condivisione. Siamo in attesa di una ‘sfornata di preti’ capaci di consegnare la speranza alla gente d’oggi con il sorriso, con una ricchezza di sentimenti, con la pazienza del seminatore. Quante volte ho letto e riletto quelle splendide pagine nelle quali Gesù rivela tutta la sua umanità e usa un linguaggio profondamente amicale, profondamente umano carico di autentici sentimenti di ‘simpatia’,  stringendosi al cuore i suoi apostoli. Non vorrei peccare di presunzione, ma le confido che desidererei vedere preti capaci di ‘empatia, quella di Edit Stein, pr intenderci, in forza della quale ogni  prete può riuscire ad entrare nell’anima della sua gente.

Ecco, eminenza, veda lei se e come si potrà fare perché ogni suo prete sia  così, per il futuro. Perché la Chiesa ha bisogno di farsi amare proprio attraverso la testimonianza gioiosa di coloro che Cristo ha voluto suoi sacerdoti.

E poi....saremo sì servi inutili. Ma con in cuore la certezza che il resto l’avrà fatto o lo farà Lui, il Signore Gesù.

Benvenuto Eminenza : il Signore l’accompagni e la sostenga nel suo difficile ministero in mezzo a noi.

Don Pino Caimi. Ottobre 2010

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in corso a Roma l'incontro dei vescovi lombardi con il Santo Padre. (sabato 16 febbraio2012). A qualcuno potrebbe far piacere sapere cosa significhi e cosa comporti la 'Visita ad limina'. E anche ciò che ha detto il cardinale Scola alla diocesi in un'intervista da Roma. Due dunque i servizi:il primo a cura di Mons. Delpini, Vicario generale della Diocesi, l'altro un'intervista al Cardinal Scola.

 
14-16 febbraio

La “Visita ad limina”
con le diocesi lombarde

Il Vicario generale monsignor Mario Delpini presenta l’appuntamento dal Papa a cui parteciperà insieme all’Arcivescovo e a due vescovi ausiliari

di Luisa BOVE
 
3.02.2013

Ogni cinque anni i Vescovi di tutto il mondo incontrano il Pontefice e presentano la situazione delle rispettive Chiese. «La Visita ad limina apostolorum è un adempimento cui sono tenuti i Vescovi di tutte le diocesi come occasione di confronto con il Papa, le Congregazioni e gli organismi della Santa Sede», spiega il Vicario generale monsignor Mario Delpini, che partirà per Roma insieme ad altri due Vescovi ausiliari e naturalmente all’arcivescovo Angelo Scola. Le diocesi lombarde sono state convocate dal 14 al 16 febbraio.

C’è stata una fase preparatoria?
Sì, anche se è stata molto breve, perché la Visita è stata annunciata da poco. Di solito viene preparata in un tempo maggiore, ma questa volta sarà più concentrata e la stessa relazione analitica richiesta alla diocesi è necessariamente più sobria.

E quali sono i contenuti?
La relazione riguarda tutta la vita pastorale perché il Vescovo con i suoi collaboratori presentano il percorso della diocesi negli ultimi cinque anni. È quindi un momento di sintesi che viene poi sottoposto ai Dicasteri e alle Congregazioni della Santa Sede e sul quale viene poi informato il Papa.

Come diocesi abbiamo alle spalle l’Incontro mondiale delle famiglie e in prospettiva l’anniversario dell’Editto di Costantino...
Come Chiesa di Milano questi sono due eventi importanti, ma poi ci sono i Cantieri aperti in questi ultimi anni: l’iniziazione cristiana, il ministero dei preti, le comunità pastorali...

Come si svolgerà la Visita?
Il programma è ben definito dalla Congregazione per i Vescovi. Abbiamo l’incontro con cinque Congregazioni: quella per il Clero, per la Dottrina della fede, per l’Educazione cattolica, per gli Istituti di vita consacrata e per le Società di vita apostolica e quella per i Vescovi. Dialogheremo quindi con ogni Prefetto insieme alle diocesi lombarde e in alcuni momenti di incontro con Dicasteri e Congregazioni sarà presente anche la Conferenza episcopale ligure.

E poi?
La Visita ad limina sarà un’occasione per sentirsi parte della Chiesa universale, rinnovando la nostra fede sulle tombe degli apostoli e vivendo anche momenti celebrativi. Giovedì saremo a Santa Maria Maggiore e il sabato sulla tomba di Pietro, poi alle 11 avremo all’udienza dal Papa insieme a tutte le diocesi lombarde.

Che cosa vi attendete da questa Visita e dal Papa?
Lo scopo di una Visita ad limina è di aiutare anche noi Vescovi a non rinchiuderci nell’ambito della diocesi, c’è un senso di appartenenza alla Chiesa universale che passa anche dall’ascolto, dal confronto e dalla presentazione della propria realtà. Inoltre, dovendo scrivere la relazione, ogni Vescovo è stato invitato a una sintesi di ciò che sta avvenendo in diocesi, priorità, problematiche e prospettive più importanti. Sono tre gli aspetti che connotano la Visita: il senso di appartenenza alla Chiesa cattolica, la riflessione sulla situazione attuale delle diocesi di Lombardia e la condivisione tra i Vescovi.

E Benedetto XVI interverrà o detterà la linea per le varie Chiese...
Il Papa prima riceverà tutte le Conferenze italiane, regionali, poi le indicazioni arriveranno all’Assemblea generale della Cei che si terrà a maggio.

 
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Intervista al Cardinal Scola

«Chiese lombarde chiamate
a rinvigorire il cattolicesimo popolare»

Il cardinale Scola evidenzia i temi al centro della visita “ad limina” che si conclude sabato 16 febbraio con l’udienza dal Santo Padre: «Nella nostra terra il senso di fede è vivo nel popolo di Dio, ma occorre recuperare la centralità di Cristo nell’esistenza quotidiana»

di Virginia BRAMBILLA
scola
15.02.2013

È l’attenzione alla dimensione missionaria uno dei fiori all’occhiello dell’Arcidiocesi di Milano, testimoniata dal grande numero di missionari come pure di laici, consacrati e consacrate che ogni anno partono alla volta di paesi lontani. È questo uno degli aspetti su cui punta maggiormente il cardinale Angelo Scola per tratteggiare a Papa Benedetto XVI il quadro della situazione in occasione della visita ad limina, in corso di svolgimento fino al 16 febbraio. Si tratta degli incontri previsti in calendario ogni cinque anni con il Pontefice e con i capi dicastero della Curia romana per riferire ombre e luci della regione ecclesiastica. E l’analisi - tiene a precisare l’Arcivescovo di Milano che guida la delegazione di dieci presuli lombardi - non può che partire dalle positive ricadute della visita del Papa dello scorso anno.

«Penso che soprattutto dopo la venuta del Santo Padre a Milano in occasione dell’Incontro mondiale delle famiglie, da considerare una vera e propria visita pastorale di Benedetto XVI alla diocesi, la Chiesa di Milano e anche le altre Chiese lombarde, ognuna secondo modalità proprie, possano dirsi confermate in quello che la provvidenza chiede a noi cristiani in questo tempo di grandi mutamenti. Ossia, il cattolicesimo popolare, ancora abbastanza radicato nelle nostre diocesi, domanda una riscoperta in profondità del rapporto personale comunitario con il Signore. Tutto questo affinché la nostra vita quotidiana, vissuta nella prospettiva della definitività, possa essere già cambiata dalla compagnia di Cristo che la Chiesa ci assicura. Penso in particolare al matrimonio, alla famiglia e agli affetti, al lavoro, al riposo, alla condivisione degli ultimi, all’edificazione di una società giusta. Quindi una riscoperta della centralità di Cristo in questo Anno della fede per rinvigorire questo cattolicesimo popolare, sempre meno convenzionale e sempre più convinto, e per la comunicazione libera e gioiosa a tutti i nostri fratelli della bellezza, della verità della sequela di Gesù. Mi sembrano questi i nodi che accomunano  in un impegno ineludibile le Chiese europee oggi e anche, con le loro peculiari caratteristiche, le Chiese lombarde».

Quali i nodi sul tappeto e di contro gli aspetti che rappresentano un punto a favore per l’Arcidiocesi?
I nodi sono riconducibili alla grande diagnosi del venerabile Paolo VI, quando ancora era a Milano, in occasione di quel gesto formidabile che fu la missione alla città: cioè la frattura che tutti noi cristiani tendenzialmente viviamo tra la fede e la vita. Questo è evidente in particolare nelle generazioni di mezzo, che non sono contrarie al senso cristiano della vita, ma stentano a vedere il nesso tra la fede e la sua manifestazione: per esempio la partecipazione all’atto fondamentale dell’eucaristia domenicale, l’accostarsi alla confessione, la preghiera quotidiana... Il nesso tra queste espressioni vive della fede e la fatica dell’esistenza quotidiana, la fatica nel vivere autenticamente l’amore, la fatica nel lavoro. In pratica, tutti gli ambiti dell’esistenza umana. Quindi, c’è bisogno di testimoni autentici, di santi capaci di mostrare questa unità di vita, di far capire che Cristo ha a che fare con l’esistenza quotidiana perché immette nel quotidiano, fin da ora, la prospettiva definitiva che durerà sempre, la prospettiva di una eternità che non è intesa come un limbo astratto che verrà dopo la morte, ma che è stata anticipata dall’incarnazione di Gesù e che la vita della comunità cristiana ci consente già adesso di sperimentare e di toccare con mano. Da questo punto di vista sono tanti gli elementi di ricchezza che nella grande diocesi di Milano risultano evidenti, ma il più importante di tutti è, a mio avviso, il senso di fede del popolo di Dio. Lo vedo andando nelle parrocchie, celebrando con la gente, ascoltandoli, salutandoli, sentendo i sacerdoti dei vari decanati. Soprattutto nei momenti centrali della vita, come il battesimo dei figli, la confermazione, la prima comunione, il matrimonio per chi lo prende sul serio, l’attenzione al problema educativo, il momento della prova e del dolore. Questo senso della fede e questo riferimento ai valori cristiani è ancora molto evidente. E si esprime soprattutto nella grande quantità di opere di condivisione del bisogno e anche in un’attenzione particolare alla cultura. Anche se direi alla cultura come esperienza di vita che sa dare le ragioni del proprio credere.

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Su Vatican Insidera è apparsa una notizia che ho ripreso per questa mia pagina anche se non è propriamente riservata alla diocesi di Milano . Si parla di Oratori in un'interessante intervista a Don Marco Mori, presidente del Foi, a proposito degli Oratori. Si fa riferimento a una nota dell'episcopato proprio su questo tema che cercherò di rendere nota sia pure in sintesi. Intanto prendiamo nota di quanto ha detto un responsabile a livello nazionale.   Anche perchè è di grande attualità
 
6/04/2013 

“L’oratorio? Vive se non tradisce la sua missione educativa”  Rss Feed Twitter Facebook Print

Don Mario Mori

Don Mario Mori

 

 

 

 

 

 

 

 

Don Marco Mori, presidente del Foi, commenta la prima nota nazionale della Cei dedicata all’argomento

Luciano Zanardini
Roma

Può vantare 450 anni di storia educativa. Da San Filippo Neri a San Giovanni Bosco, solo per ricordare due dei protagonisti di questa storia. Oggi in Italia gli oratori sono circa 7mila, di cui 5mila al Nord. Non c’è però un censimento preciso perché il termine oratorio non rappresenta l’unico riferimento formativo, basti pensare che nel Triveneto è conosciuto con il nome di “patronato” o in alcune zone ha mutato il suo appellativo in “centro giovanile” o in “casa della gioventù”. Se nel Nord del Paese rispecchia una tradizione, nel Centro-Sud sono molte le diocesi che stanno investendo sugli oratori. È interessante registrare l’attività del Foi (Forum oratori italiani) che fa da collegamento tra le diverse realtà. Anche per questo motivo, è proprio il presidente del Foi, don Marco Mori, a commentare la prima nota nazionale (“Il laboratorio dei talenti”) della Cei dedicata al mondo degli oratori “perché si riconosce che dentro questa esperienza c’è sapienza, ma ci sono anche difficoltà e sfide da affrontare”.

Nella prima parte della Nota si fa riferimento alla memoria dell’oratorio, cosa significa per un oratorio guardare al passato?

“La memoria dell’oratorio è fondata sull’accoglienza delle sfide educative. Riscuote simpatia perché si prende a cuore le persone che incontra. Fare memoria è vitale perché dalla passione educativa si impara. Basta leggere don Bosco per comprendere quanto il suo insegnamento sia ancora attuale”.

Una storia che parte da lontano ma il cui futuro non è scontato…

“La prima sfida dell’oratorio è quella di non chiudere. La nota è stata scritta, soprattutto, per incoraggiare le comunità a continuare a essere e a fare oratorio. Non è però detto che questa storia continui, abbiamo segni di stanchezza educativa e di mortalità con oratori ridotti a bar per anziani”.

Nella nota si legge “che l’oratorio diventa una proposta qualificata della comunità cristiana per rigenerare se stessa”. In che modo?

“Dobbiamo essere orgogliosi della nostra storia. Gli oratori spesso sono nelle periferie e se assumiamo all’esterno lo stile dell’oratorio diventiamo missionari dell’educazione. L’oratorio è vivo nella misura in cui fa l’oratorio e non ha paura di mantenere la sua identità, cioè se mette in atto quello che è pienamente educativo, se abbraccia tutto l’uomo e tutti i suoi bisogni”.

Da cosa si può dedurre lo specifico di essere oratorio?

“L’oratorio deve fare tante cose e non una sola: deve mantenere un’attenzione a 360° su tutta l’educazione. Ma la vera ricchezza è data dalle persone che abitano l’oratorio; il cuore è la relazione, quindi l’oratorio come luogo di incontro. Gioca un ruolo decisivo la dimensione vocazionale, perché sull’esempio delle persone che mi accompagnano posso decidere di diventare genitore, sacerdote o suora…”

Da sempre gli oratori si sono “specializzati” nella fascia preadolescenziale, oggi viene richiesto un cambio di passo?

“L’oratorio ha il compito di incrociare la fascia dei 20/30enni. La nota insiste sulla dimensione vocazionale e su quella culturale con la creazione di laboratori di cultura per arrivare più facilmente a questa fascia d’età, ma per farlo servirà un lavoro intenso fra oratori”.

A proposito di sfide, si parla anche di nativi digitali e di integrazione…

“Dobbiamo assumere il linguaggio dei ragazzi che navigano su Facebook ma dobbiamo preoccuparci di integrarlo con alcune esperienze. Per quanto riguarda l’integrazione, l’oratorio deve saper accogliere senza rinunciare a essere cristiano”.

Non c’è il rischio che l’oratorio non si apra all’esterno?

“Una famiglia ha bisogno di una casa. L’oratorio è un luogo fisico con uno stile: è importante che lo stile dell’oratorio diventi anche lo stile educativo della comunità o del paese. Ha una funzione sociale riconosciuta. Ecco perché risulta fondamentale anche intessere relazioni/alleanze educative con altre realtà”.

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 Mantengo la promessa. Ecco in sintesi la nota della Cei sugli Oratori. La nota ha un titolo: "il laboratorio dei ttalenti". Penso che chi opera nei nostri Oratori provveda non solo a raccoglierne li idee ma promuovere una riflessione nell'ambito dell'ì'Oratorio o in parrocchia.

 

Documenti
 
NOTA PASTORALE SUGLI ORATORI (SINTESI)
Laboratorio di talenti

 

 

Nel linguaggio comune, la parola oratorio “richiama un’esperienza di vita buona legata ai tempi della giovinezza”. Oggi, forti di 450 anni di esperienza educativa, gli oratori sono una realtà cui guardano con crescente attenzione non solo la comunità ecclesiale, ma anche le istituzioni civili, come dimostrano diversi interventi legislativi. Parte da questa “fotografia” la Nota pastorale della Cei sugli oratori, dal titolo “Il laboratorio dei talenti”. Il documento, elaborato dalla Commissione episcopale per la famiglia e la vita e dalla Commissione episcopale per la cultura e le comunicazioni sociali, si propone di “riconoscere e sostenere il peculiare valore dell’oratorio nell’accompagnamento della crescita umana e spirituale delle nuove generazioni” e di “proporre alle comunità parrocchiali, e in modo particolare agli educatori e animatori, alcuni orientamenti”. L’ottica scelta è quella della “pastorale integrata”, come antidoto al “relativismo pervasivo” dei processi educativi. La “sfida” è “far diventare gli oratori spazi di accoglienza e di dialogo, dei veri ponti tra l’istituzionale e l’informale, tra la ricerca emotiva di Dio e la proposta di un incontro concreto con Lui, tra la realtà locale e le sfide planetarie, tra il virtuale e il reale, tra il tempo della spensieratezza e quello dell’assunzione di responsabilità”.

Ponti tra la chiesa e la strada. Gli oratori non nascono come progetti “fatti a tavolino” ma dalla capacità di “lasciarsi provocare e mettere in discussione dalle urgenze e dai bisogni del proprio tempo”, con la stessa passione dei grandi “maestri dell’educazione”: san Filippo Neri, san Giovanni Bosco, san Carlo Borromeo… Gli oratori non solo limitati “al recupero, all’istruzione o all’assistenza”, ma sanno “valorizzare e abitare la qualità etica dei linguaggi e delle sensibilità giovanili”, coniugando “prevenzione sociale, accompagnamento familiare e avviamento al lavoro”. In quest’ottica, oggi gli oratori “devono essere rilanciati anche per diventare sempre più ponti tra la Chiesa e la strada”, come li definiva Giovanni Paolo II.

Cittadini responsabili. Se la “prossimità” è lo stile dell’oratorio, uno dei suoi obiettivi primari è contribuire “alla crescita di cittadini responsabili”. Di qui l’importanza di “valorizzare il ruolo delle famiglie e sostenerlo, sviluppando un dialogo aperto e costruttivo” e facendo dell’oratorio un “ambiente di condivisione e di aggregazione giovanile, dove i genitori trovano un fecondo supporto per la crescita integrale e il discernimento vocazionale dei propri figli”. Rispetto agli altri luoghi formativi, l’oratorio “si caratterizza per la specifica identità cristiana”, ed “attraverso i linguaggi del mondo giovanile promuove il primato della persona e la sua dignità, favorendo un atteggiamento di accoglienza e di attenzione, soprattutto verso i più bisognosi”, ma anche verso giovani appartenenti ad altre culture e religioni.

Un laboratorio anche “digitale”. “Un variegato e permanente laboratorio di interazione tra fede e vita”: questa la definizione di oratorio presente nel testo, in cui si raccomanda di offrire ai giovani “percorsi differenziati” che sappiano attingere a tutti i linguaggi e gli ambienti giovanili, compreso il web e i “new media”, con un occhio speciale ai “nativi digitali”. Soprattutto a loro, l’oratorio “garantisce uno spazio reale di confronto con il virtuale per capirne profondamente potenzialità e limiti”.

Il primato della relazione. Ma l’oratorio “educa ed evangelizza” soprattutto “attraverso relazioni personali autentiche e significative”, che sono la sua “vera forza”, perché “nessuna attività può sostituire il primato della relazione personale”. “Anche laddove i social network sembrano semplicemente prolungare e rafforzare rapporti di amicizia - si raccomanda nel documento - appare necessario aiutare i giovani che abitano il mondo della rete a scendere in profondità coltivando relazioni vere e sincere”, in un tempo “segnato dalla consumazione immediata del presente e dal continuo cambiamento, dalla frammentazione delle esperienze”. Servono “relazioni autorevoli”, per “aiutare i ragazzi a fare sintesi”, e l’oratorio può diventare “il luogo unificante del vissuto”, aiutando chi lo frequenta “a superare il rischio, oggi tutt’altro che ipotetico, della frammentazione e della dispersione”.

Accoglienza e “restituzione”. L’”accoglienza” è la cifra dell’oratorio, il suo “potere di attrazione”, ma “non può mai comportare disimpegno o svendita dei valori educativi”. La prospettiva adottata è quella della “restituzione”: “tutti, in modi e situazioni diverse, hanno ricevuto del bene da qualcuno. Tutti, quindi, ognuno secondo le proprie possibilità e capacità, sono chiamati a restituire tale bene diventando dono per gli altri”. Famiglia, scuola, sport sono i luoghi principali attorno a cui costruire “alleanze educative”, anche per fare dell’oratorio un “laboratorio di cultura” e “partecipare al dibattito pubblico sui temi e compiti educativi della società civile e della comunità ecclesiale”.

Non solo sport. Per creare quel tipico “clima di famiglia” che ne ha accompagnato l’evoluzione, i sacerdoti - e non solo quelli giovani, perché “l’efficacia educativa non coincide con la vicinanza generazionale fra educatori e ragazzi” - devono “stare” in oratorio, per “offrire un accompagnamento umano e spirituale ai ragazzi e agli educatori”. Servono inoltre “figure stabili di riferimento”, come “laici preparati”. Tra le proposte più consolidate dell’oratorio, c’è l’attività sportiva, che nel nostro territorio si avvale anche della “presenza capillare” del Centro sportivo italiano, ma non mancano attività come musica, teatro, danza… Fin dalle origini, inoltre, l’oratorio “ha posto attenzione alle necessità e alle povertà delle nuove generazioni”: un ruolo di “prevenzione”, più che di contrasto del “disagio sociale”, nel quale gli oratori sono sollecitati a perseverare, grazie alla loro capacità di “stare anche sulla strada”.

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24.05.2013

Viviamo un maggio piovoso e freddo. La primavera sta passando senza lasciare traccia. Pare sia ancora inverno...anche oggi! Presto le scuole chiuderanno e i nostri ragazzi/e entreranno nel tempo delle vacanze, prezioso per la loro crescita umana e cristiana.

La diocesi di Milano da anni ha impegnato giovani sacerdoti attivi negli ratori, educatori, religiosi, laici e laiche per allestire un tempo di aggregazione 'particolare' detto Oratorio feriale (altrove si usa un altro termine: Grest). Ciò che va sottolineato che dopo un tempo di preparazione accanto ai ragazzi che frequenteranno l'Oratorio feriale ci saranno migliaia di 'animatori' ai quali  il cardinale Scola darà il mandato per la loro attività, in un grande incontro a Milano, ormai prossimo.

Ma lascio la parola a Don Marelli, il giovane prete che in diocesi è responsabile della pastorale degli Oratori, nell'ambito della pastorale giovanile.

Animatori in oratorio,
spendersi per gli altri

Un segno di testimonianza per la città l’incontro con Scola in piazza Duomo per presentare la proposta estiva Fom “Every body”. Don Samuele Marelli: «I più grandi con i bambini insieme in un cammino di crescita»

di Mario PISCHETOLA
Don Samuele Marelli
Don Samuele Marelli
Scola_oratori
Every body

Faranno sentire tutta l’aria dell’estate i diecimila animatori che affolleranno piazza Duomo a Milano per l’incontro diocesano di presentazione dell’oratorio estivo 2013. L’appuntamento è per venerdì 24 maggio, a partire dalle 16, quando apriranno i laboratori che trasformeranno il centro di Milano in un oratorio itinerante. I gruppi si alterneranno per tre ore circa in diversi stand dislocati in diversi luoghi del centro città, esercitandosi a mettere in pratica la proposta della Fondazione Oratori Milanesi (Fom) “Every body - un corpo mi hai preparato”.

Il momento culminante dell’incontro sarà la preghiera del mandato educativo in Duomo, prevista per le 19.. Sarà presieduta dall’Arcivescovo, cardinale Angelo Scola, che chiederà agli animatori di impegnarsi con coraggio nella testimonianza della fede e nel servizio della carità verso i 300 mila bambini e ragazzi che affolleranno gli oratori dal termine della scuola, tutti i giorni, per almeno quattro o cinque settimane. Simbolicamente gli animatori, dopo la breve preghiera in Duomo, saranno invitati a uscire dalla Cattedrale per coinvolgere la piazza in una festa che sarà un segno di testimonianza per la città. Ancora alla presenza dell’Arcivescovo, risuonerà la colonna sonora dell’Oratorio estivo 2013, mentre saranno presentati i contenuti della proposta “Every body” in tutte le sue articolazioni. Si parlerà del corpo come mezzo per trasformare la propria vita in un dono e in un’opportunità concreta per fare bene alle altre persone.

«Il cuore di tutta la proposta - spiega don Samuele Marelli, direttore della Fom - è il mistero dell’incarnazione del Signore Gesù che diventa per i cristiani di tutte le età, e quindi anche per i ragazzi, motivo per spendersi per il bene degli altri mettendo in circolo le proprie energie, le potenzialità, i talenti che si esprimono poi concretamente con l’utilizzo del proprio corpo, il quale diventa dunque strumento di gratuità, donazione e amore».

La festa in piazza del Duomo che inizierà intorno alle 20.15 e si concluderà per le 21.30, coinvolgerà gli animatori in alcune azioni che dovranno svolgere tutti insieme. A loro si rivolgeranno ospiti d’eccezione come suor Anna Nobili, che ha realizzato una scuola di danza moderna in cui il ballo fosse espressione di fede, e come Simona Atzori, che non si è arresa alla sua disabilità e con il solo utilizzo dei piedi è diventata una affermata artista nel campo della pittura, della scrittura e della danza.

«Grazie a questi e ad altri esempi - continua don Marelli - gli animatori saranno invitati a valorizzare le abilità, spesso nascoste e inespresse, che, già da piccoli, i bambini e i ragazzi portano con sé, ma anche ad aiutare ciascun ragazzo a riconoscere i propri limiti non come motivo di scoraggiamento, ma di rinascita. È un compito difficile che prevede un grado notevole di maturità. Pensiamo però che, già nell’età dell’adolescenza, se ben accompagnati, gli animatori possano affiancarsi ai più piccoli con una empatia e una capacità di accompagnamento uniche, proprio perché, in un certo senso, condividono con i ragazzi una crescita non ancora compiuta e un cammino di maturazione che può essere condiviso serenamente, dentro un insieme che è appunto l’oratorio».

La presenza del sacerdote, della religiosa, di figure adulte che si esprimono nel servizio quotidiano completano l’offerta dell’Oratorio estivo che intende dunque proporre a tutti un cammino di crescita integrale. «La proposta “Every body” - conclude don Marelli - esprime in modo eminente in che cosa consista fare oratorio oggi con questi ragazzi e questi animatori». Tutte le informazioni per partecipare all’incontro diocesano degli animatori sono riportate su www.chiesadimilano.it/pgfomo sul sito www.oratorioestivo.it.

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Dal sito della diocesi prendo e pubblico un articolo che racconta il 'pomeriggio degli animatori', degli Oratori feriali  convocati in Duomo per ascoltare il Vescovo Scola.  E' una sintesi delle sue parole rivolte a centinaia di animatori presenti ed è una riflessione davvero interessante di un'attualità sconcertante poichè ha cercato di spremere tutto il senso dello slogan degli oratori  estivi di quest'anno: "Everybody". Per ora la offro alla riflessione di chi legge questo sito accompagnato da una testimonianza di come si possa 'comunicare con Dio' attraverso il corpo tratta da una trasmissione televisiva - Le invasioni barbariche - sulla straordinaria vicenda spirituale di Suor Anna Nobili che oggi era presente alla grande convocazione in Piazza Duomo.
Milano

«Il nostro corpo è il Sacramento
di tutta la nostra persona»

Dopo un pomeriggio intenso di attività negli stand sparsi in città, migliaia di ragazzi e ragazze si sono ritrovati in chiesa per pregare con il Cardinale e riflettere sul tema scelto dalla Fom per l'oratorio estivo 2013: “la corporeità”

di Stefania CULURGIONI
 
24.05.2013

“Colui che è invisibile agli occhi si è servito di un corpo per farsi conoscere. Noi oggi qui, tutti insieme, siamo un corpo solo, quello della Chiesa. E allora ecco perché diventa importante il tema per cui siamo qui a pregare. La preghiera di stasera ha lo scopo di ricordarci quanto il corpo sia prezioso”. Così l’Arcivescovo di Milano Angelo Scola ha introdotto agli animatori degli oratori estivi che si sono raccolti in Duomo alle 19 il tema scelto per quest’anno dalla Fom, Fondazione Oratori Milanesi: “Every body – un corpo mi hai preparato”.
Dopo un pomeriggio graziato dalla pioggia e passato agli stand allestiti nel centro della città, i giovani animatori sono confluiti in Duomo per ascoltare le parole del Cardinale. 
“Avete ricevuto un incarico importante – ha detto loro l’Arcivescovo, che è stato accolto da un grande applauso – quello di animare l’oratorio estivo con i più piccoli. Non è mica facile. Sarete lì a rappresentare la Chiesa, parlerete ai bambini a nome della Chiesa, giocherete con loro, farete delle gite, farete tante attività ed ogni volta porterete qualcosa anche di me. È come se prolungaste la missione del Vescovo. E allora bisogna approfondire qui il tema scelto per quest’anno”.
Quello della corporeità, appunto, come recita il titolo scelto dalla Fom. Una riflessione sul corpo che mai come in quest’epoca è esaltato, valorizzato, oggetto di mille attenzioni su tutti i livelli.
“Io appena sono entrato ho sentito il vostro applauso, che è il vostro modo di dirmi che mi volete bene – ha detto il Cardinale Scola – e quando abbiamo cominciato a pregare, ecco che siete stati in silenzio. Vedete? Il corpo è ciò con cui comunichiamo quello che siamo, ed è una sola cosa con quello che chiamiamo spirito. Attraverso di esso capisco se l’altro soffre o gioisce, attraverso esso consolo un amico, esprimo benevolenza per un povero per strada, insomma senza di esso non si può comunicare. Ecco perché Gesù ha preso il corpo: per parlare con Dio. Ecco perché quindi il corpo non è un semplice strumento, un semplice mezzo, chiamarlo così sarebbe riduttivo: esso è il sacramento di tutta la nostra persona. Attraverso ogni sua azione passa la totalità di quello che siamo, perché l’uomo è corpore et anima unus, ovvero è uno di anima e corpo”.
Ed è da qui che l’Arcivescovo è passato al secondo punto della riflessione sulla corporeità.
“Se tutta la persona si gioca nel corpo, allora io non posso usare il mio corpo separandolo dall’unità – ha detto – devo sempre cercare in ogni espressione corporale l’unità della mia persona, in quanto la mia persona è l’espressione di Dio. Vivere il corpo in questo modo significa non sprecare niente del comportamento corporale, implica un dominio su di sé, implica la capacità di orientare il corpo secondo la nostra natura di uomini fatti all’immagine di Dio. Come si chiama quindi questo composto dominio dell’azione? Si chiama castità. Imparare questo significa superare le nostre fragilità”.
E quindi ecco il compito a cui sono chiamati gli adolescenti animatori: comunicare ai piccoli che frequenteranno gli oratori estivi questo tema importante, comunicarlo con gioia, con letizia, attraverso azioni, gite, giochi, attività, riflessioni insieme, “perché vivere il corpo come un sacramento, crescere castamente, significa una crescita armonica di tutta la persona”.
Dopo la preghiera in Duomo tutti sono usciti nella piazza, e lì è cominciata la grande festa insieme. Prima la colonna sonora dell’Oratorio estivo 2013 alla presenza dell’Arcivescovo, dal titolo “Every body”, e poi i contributi di due ospiti d’eccezione: suor Anna Nobili, che ha realizzato una scuola di danza moderna in cui il ballo fosse espressione di fede, e Simona Atzori, che non si è arresa alla sua disabilità e con il solo utilizzo dei piedi è diventata una affermata artista nel campo della pittura, della scrittura e della danza.

 

 

Suor Anna Nobili convertita da cubista a Suora

E' straordinaria la sua limpida sincera audace testimonianza dedi una conversioneche sorprende ai nostri giorni. la racconta nel suo libro "Io ballo con Dio. La suora che prega danzando" appena edito da Mondadori. Ne raccomando la lettura inparticolare ai giovani e agli educatori, genitori in primis.