Un 'maestro' o 'guru' di una darshana

E' un video che permette di capire cosa sia una 'darshana' e come essa raccolga ragazzi e giovani in ascolto dell'insegnamento di un guru

Il titanico e millenario sforzo di un popolo per cercare il senso ultimo del mondo e della vita dell'uomo.

 

LA FILOSOFIA DELL’INDUISMO

 

Ho iniziato il racconto dell’indimenticabile viaggio in India sulla pagina ‘'Incredibile India 1'. Raccomando di visitarla anche perché lungo il racconto i riferimenti alla vita quotidiana degli indù  (vista sempre con stupore)  richiedono di essere spiegati. Domande e interrogativi crescevano infatti nel nostro rincorrere quella società e devono   essere spiegate. Credo di dare  alcune spiegazioni proprio in questa pagina : India: Excursus 1. La filosofia dell'induismo, anche se davvero sono difficili da collegare per creare un ‘piccolo quadro’ dell’induismo.  Leggetelo con pazienza, rileggetelo con curiosità e esigenze culturali.

Cominciamo un cammino paritetico a quello vissuto nei giorni indiani dentro l’induismo

Credo sia impegnativo data la complessità della materia. Mi servo però  però di testi diversi, studi, enciclopedie, wikipedia, dizionari di filosofia.

Mi ha incuriosito una parola sanscrita che ho trovato nel testo precedente: darhsana.Mi sono detto: se voglio conoscere il sorriso degli hindi forse questa parola può aiutarmi. Dunque ho deciso di cominciare da questo termine.

DARHSANA

Ovviamente  questa parola – darhsana -  va compresa se vogliamo cominciare  a formare quel puzzle dal quale uscirà, almeno lo spero il vero volto dell’India, quello che ho ‘visto’ ho osservato,  nascendo in me non solo conoscenza e cultura ma sincera ammirazione e vero desiderio di amicizia. Non solo per l’antichità della ricerca (1500 anni prima di Cristo) ma anche per la ricchezza delle intuizioni sul mondo e sull’uomo fino a ‘inventare divinità’ che hanno un senso, ma in rapporto con l’uomo e con il mondo,  per spiegarlo nella realtà del personale io. Il fascino  che l’occidentale avverte  avvicinandosi al sistema di pensiero dell’induismo nasce proprio da questa sensazione: nel sistema induista  mentre si spiegano le divinità mediante racconti e miti e leggende perfino astruse a prima vista, inconcepibili per chiunque altro, l’uomo si conosce, entra nel proprio mondo fino ad affondarsi completamente dopo aver in qualche misura ‘risolto’ domande e interrogativi anche pesanti. A partire proprio dal ‘darhsana’.Preciso che questi pensieri e questa esigenza culturale non sono nati durante il viaggio, ma in questi ultimi tempi poiché riprendendo in mano la documentazione fotografica di Gianni mi sono nati tanti perché. Così la ricerca mi ha portato a mettere in primo piano i valori filosofici che si ritrovano  nell’induismo. Mi  convinco sempre di più che se è possibile vivere senza conoscere nulla del pensiero induista, il fatto che questa filosofia sia concretamente vissuta da centinaia di milioni di persone non mi permette di rimanere insensibile. E’ perdita di tempo? Rubo tempo e risorse allo studio della Parola di Dio? Non credo. C’è una rivelazione diffusa da parte di Dio presente nei sistemi che la mente umana ha elaborato nel corso dei secoli, poiché l’uomo è un cercatore della verità. Il mio rispetto della ricerca di senso presente nelle opere che sono a fondamento dell’induismo offerte all’uomo perché possa vivere degnamente questa vita merita non solo rispetto ma addirittura commuove. Credo che il Signore ne terrà conto.

Ma torniamo al ‘darhsana’.

Ancora una precisazione. Per esporre in modo ordinato il sistema di pensiero piuttosto articolato e comunque difficile da intendere in pienezza, ci dobbiamo domandare  da quale punto partire: i Veda, il Samshara, il Karma, il Darshana, la Trimurti? Oppure dobbiamo partire dalle divinità riconosciute e adorate dagli indi anche ai nostri giorni?

Se non presumo troppo credo  di poter iniziare un cammino di conoscenza della complessa ’religione’ induista con il ‘darshana’.  Nella cultura e nella religione (nella mia ricerca ho letto  che  all’indù manca la fede, nel senso inteso da noi cristiani) la parola è un aggettivo e un sostantivo neutro sanscrito dai molteplici significati. Può essere un  aggettivo e indica "che espone", "che mostra", "che sa", "che insegna", "che rivela".Ma anche un sostantivo, il termine  darśana allora possiede numerosi significati che vanno dalla "vista", all' "indagine", al "discernimento", all' "opinione", alla "dottrina".

(Qui sotto una foto di una scuola o dashana)

Nell'ambito delle filosofie religiose induiste il termine darśana indica un sistema teorico o interpretativo frutto di un "punto di vista" (quello  di colui che sa, che insegna’ secondo il suo punto di vista). Quindi una “scuola filosofica”, ,ossia un sistema interpretativo dei Veda, i  Testi antichi  e il suo ‘’maestro’.

 Il saṃnyāsin (il rinunciante) deve necessariamente mettere in atto quelle vie di liberazione che  emancipino l’uomo dalla schiavitù del karman (vedremo in seguito di darne spiegazione) . Da qui la necessità di elaborare delle darśana sulla comprensione della realtà e sulle vie di emancipazione.

Mi rendo conto che proseguendo in questo cammino di ricerca sono costretto a verificare quanto ritengo di spiegare ciò che ho visto, ossia l’indiano di oggi, il suo modo di vivere, il suo villaggio, la sua attività, il suo vestire, il suo pregare, in suo infaticabile camminare, l’enorme assieparsi nelle città e nei villaggi,  la sua serenità .  E’ dunque necessario portare quella pazienza e quella costanza  che  sono indispensabili ad ogni desiderio di conoscere la ‘realtà’, ossia quegli uomini e quelle donne che nel lungo viaggio ho incontrato rimanendo non poche volte sorpreso, impressionato, stupito. 

Ma torno alla ‘darsena’ ossia alle scuole di interpretazione dei Veda (ovviamente a questo punto sorge la domanda importante : Cosa sono i Veda? Vedremo più  avanti  in uno degli ‘excursus’ che accompagnano questo ‘racconto’.

Sei sono le scuole di interpretazione dei Veda : le darśana. Sei sono quelle considerate ortodosse dal punto di vista dell'Induismo: Mīmaṃsā, Vedānta, Nyāya, Vaiśeṣika, Yoga e Sāṃkhya.

Di queste le Mimansa (uno dei sei sistemi brahamanici ortodossi della filosofia indiana. Ha come oggetto la codi ficazione e la minuziosa esecuzione dei rituali prescritti dai veda). Vedanta ( un altro dei sei sistemi ortodossi (darshana) dell'interpretasione dei Veda).  Questi due scuole sono considerate particolarmente legate ai Veda e quindi   indicate come le Smti  (Cfr. più avanti, sempre in un altro  degli ‘excursus’) ossia  le scuole di pensiero che offrono   una conoscenza sacra  ricordata di generazione in generazione che, a differenza della Sruti (Cfr. più avanti) invece è stata prodotta da esseri umani.

 

 

 

VEDA, SMRITI, SRUTI

La Sruti è un sostantivo femminile sanscritoche indica la conoscenza udita ‘al principio dei tempi’ e trasmessa oralmente dalla casta sacerdotale dei brahamani Questo corpo di conoscenze sacre, secondo la tradizione brahmanica e induista, non è stato originariamente composto dagli uomini ma trasmesso così come è ai "cantori" delle origini e quindi è indicato con il termine di apauruṣeya (non composto da alcuno).

Il corpo dei testi appartenenti alla Śruti (ossia la sapienza, la conoscenza) è ritenuto l'autorità principale della religione induista.

Mi ha interessato poi una notizia che forse mi aiuta a intuire qualcosa dell’incomprensibile’ mondo induista.  Si tratta della  Samkhya una delle sei scuole di interpretazione dei Veda (i testi più antichi)

 

 

 

Meditazione delle coppie di Yoga Sankhya in favore della pace mondiale.

 

Le coppie di Yoha Samkhya meditano e aumentano le vibrazioni dell’amore tra loro, proiettando la Vibrazione Creatrice sul pianeta e nel cuore degli esseri umani, a favore   dell’urgente pace mondiale sull’insegnamento del  Gd Maestro de Yoha, Jorge Vegfa e Castro. La meditazione Shakta dell’antico Joga Samkhya /circa 6000 anni) migliora e consolida le relazioni e l’amore tra le coppie ed è un fuoco di Luce per la Concordia e la pace

 

Questa scuola di pensiero  unitamente allo Yoga risulta tra le più influenti nel pensiero religioso induista. Il ṃkhya è sostanzialmente una darśana "ateistica" in quanto non contempla la divinità come oggetto della sua indagine. La sua terminologia e la sua cosmologia sono diventate basilari per l'intero Induismo. Essa si fonda sostanzialmente su una contrapposizione tra l'elemento spirituale Puruṣae la materia impersonale prakṛti: obiettivo dell'uomo è isolare la prima dalla seconda e così raggiungere la liberazione (mokṣa).

prakṛti

Ecco dunque una prima ‘scoperta’ per così dire. Almeno per me. Ciò che vediamo senza capire del sociale e della cultura induista  è la conseguenza non solo di tradizioni, ma di sistemi di pensiero che diffusi in tutta l’India creano convinzioni, certezze, modi di intendere la vita, generano comportamenti, suscitano riti e pratiche religiose. Quando guardo un indù dovrei chiedermi chi è, ossia a quale scuola di pensiero appartiene, nella certezza che dai Veda antiche è giunta fino a loro anche ai nostri giorni una conoscenza della vita, perfino il suo stato sociale e soprattutto il senso da dare ai suoi giorni secondo la scuola di pensiero alla quale si affida (nel video è documentata una darshana con il suo maestro)

NB. PURUSA) è un termine della lingua sanscrita dal significato di "essere umano" o anche "maschio". Nella letteratura sacra dell'induismo il termine è stato utilizzato in tre principali accezioni:

  • "Uomo cosmico": l'essere primordiale increato che, secondo i Veda, fu sacrificato per dare origine al mondo manifesto.
  • "Spirito": uno due princìpi eterni della realtà, secondo la visione del Sāṃkhya.
  • "Essere supremo": usato in associazione coi termini para, parama o anche uttama come appellativo di alcune divinità nelle correnti devozionali, soprattutto le krishnaite.

La Moksha

Nell’uomo c’è una necessità insopprimibile di vivere un’esistenza eterna e colma di gioia sempre nuova; il pensiero indiano ed particolare la scienza dello yoga mira al raggiungimento di questo obbiettivo.
Le qualità ontologiche dell’atman sono infatti: immortalità (sat), conoscenza/consapevolezza (cit) e beatitudine (ananda).
Queste istanze sono proprie di ciascun essere spirituale, indipendentemente dal corpo psicofisico (umano, animale o vegetale) in cui si trova al momento incapsulato.
Secondo tutti i filosofi indiani l’obbiettivo finale dell’esistenza è la liberazione, la realizzazione del sé, a seconda delle Scuole denominata moksha o kaivalya.
L’induismo non rinnega affatto i valori e i piaceri del mondo e della vita; il samsara è ritenuto in ultima analisi sostanzialmente doloroso. Esso porta infatti, di vita in vita, al rinnovarsi delle stesse sofferenze. Alcune di queste sono certe e ineluttabili: invecchiare, ammalarsi, morire; altre sono inevitabili di fatto: frustrazione dai desideri, perdita delle persone e delle cose amate, conflitti...Dal punto di vista assoluto, perciò, il fine ultimo desiderabile è la liberazione dal ciclo delle rinascite

Tutti i sistemi filosofici classici indiani hanno sviluppato con grande accuratezza i propri metodi per raggiungere la liberazione. Le Upanishad danno particolare risalto alla conoscenza della vera natura del sé; il Samkhya enfatizza la capacità di discriminazione (viveka) e lo studio della Natura (prakriti); il sistema Nyaya sottolinea la necessità di elevarsi attraverso la purificazione del sé, il distacco dagli oggetti dei sensi, la concentrazione e la meditazione; la scuola Advaita mette in rilievo il Jnana-yoga o sentiero della conoscenza;

Un occidentale si fa delle domande assistendo ad esempio al rituale che vede milioni di indù immergersi nel Gange ogni 12 anni  per farsi perdonare i peccati. I primi a tuffarsi nei fiumi sono i sādhu.

La  foto sopra è stata ripresa al grande raduno nello stato indiano dell’Uttar Pradesh, il Kumbh Mela, una festa induista che raduna milioni di fedeli provenienti da tutto il paese. La festa dura 55 giorni e prevede sei giorni di abluzioni, in cui i fedeli si immergono nella Triveni Sangam, la confluenza tra i fiumi Gange, Yamuna e il Saraswati, fiume sacro e invisibile. I fedeli credono che in questo modo i loro peccati verranno cancellati.

Secondo la mitologia indù il Kumbh Mela festeggia la vittoria degli dei sui demoni durante una battaglia su un nettare che avrebbe garantito l’immortalità. Mentre un dio fuggiva con una brocca di miele nel cielo, una goccia sarebbe caduta sulle città di Allahabad, Nasik, Ujjain e Haridwar, le quattro città in cui da secoli viene organizzata. Il momento più importante è l’abluzione dei sadhu, gli asceti indù che trascorrono la vita meditando per ottenere la salvezza e la liberazione. Quando il sole non era ancora sorto, i sadhu – nudi, ricoperti di cenere e indossando soltanto ghirlande di calendula – si sono gettati in acqua, recitando canti indù e accompagnati dai fedeli. In India è facile incontrarli soprattutto all’interno dei templi. Lo documenterò in seguito. Qui però ritengo utile e importante spiegare chi è il sadhu e quale incidenza ha sul vissuto della gente.Ho trovato nella mia ricerca alcune notizie relative a questo personaggio dell’induismo. Il sâdhu (dal sanscrito sādhu, «uomo di bene, sant'uomo») è un induista asceta, che dedica la propria vita all'abbandono, alla rinuncia della società. A vederli ci si domanda per quale motivo si riducono in questo stato. I sadhu al fiume Gange nel giorno della purificazione dei peccato erano una moltitudine (si calcola che essi siano in India 0,5 % della popolazione indiana, cioè quattro-cinque milioni di persone) Gli induisti considerano che obiettivo della vita sia la moksha, la liberazione dell’illusione (in India l’illusione è la Maya)  e quindi la fine della reincarnazioni e la dissoluzione della propria persona nel divino con la fusione della coscienza personale in quella ‘cosmica’ Il sadhu sceglie di vivere una vita detta di ‘santità’. Tra di essi, un gran numero consuma ritualmente dell'hashish, come Shiva è solito fare. I sâdhu shivaïti cospargono il loro corpo con la cenere, simbolo di morte e di rinascita. A immagine e somiglianza di Shiva, portano i capelli estremamente lunghi. La devozione dei sâdhu a Shiva o a Vishnu si riconosce dai segni tradizionali che portano sulla fronte e talvolta dal colore dei loro vestiti. In occasione del loro arrivo al Kumbh Mela si creano numerosi problemi, dato che ciascuno di loro pretende di raggiungere per primo le acque sante. Tra le le più importanti sette di sadhu vanno ricordate, anche perché li ho incontrati nel viaggio in India sono:

 ‘I Naha Baba’che Baba formano una setta shivaïta di guerrieri asceti. La loro esistenza è probabilmente molto antica e, contrariamente agli altri sâdhu, essi sono vendicativi, organizzati in sette akhara, vale a dire in reggimenti e entrano facilmente in conflitto con le altre sette. Si contrappongono anche militarmente ai musulmani ed agli Inglesi (oggi, forse ai cristiani...Verificherò). Si ornano spesso di armi, ora piuttosto simboliche, come

le spade, i bastoni, le lance e soprattutto il tridente, simbolo di Shiva.

Sono specialisti nella mortificazione del loro pene, con cui sollevano dei massi molto pesanti, allo scopo di desensibilizzarlo, pratica attestata dall'abate Jean-Antoine Dubois, uno dei primi indianisti.

I Gorakhnathi, o Nath babas, che seguono gli insegnamenti tantrici di Gorakhnath, fondatore della loro setta (forse intorno all'anno mille), che essi considerano come un'incarnazione di Shiva .

Si suppone che la loro setta sia antica come il mondo e che Brahma, Vishnu e Shiva siano stati i primi discepoli di Gorakhnath subito dopo la creazione. I Gorakhnathi portano il kundala, un anello all'orecchio, che viene forato nel corso di una cerimonia   fortemente ritualizzata. Il loro centro principale è Gorakhpur nell'Uttar Pradesh.

Gli Aghori

La più estrema delle sette di sâdhu è quella degli Aghori, fondata da Kina Ram, un asceta del XVIII secolo. Ricercano l'illuminazione seguendo, tra i comportamenti di Shiva, quelli che sono considerati come i più fuori dalla norma. Poco numerosi ai giorni nostri (una ventina che vivono a Varanasi, presso la tomba del loro guru), sembra siano stati più numerosi in passato, probabilmente 200-300 alla fine del XIX secolo.Contrariamente agli altri asceti, e anche alla grande maggioranza degli indù, non sono vegetariani e consumano alcool. Come Shiva, vivono nei campi di cremazione, vivono nudi o coperti da un semplice panno di lino.

Gli si attribuiscono delle abitudini di impurità assoluta, come il consumo di carne in decomposizione, dei loro stessi escrementi e della loro urina, la meditazione seduti su un cadavere, l'unione sessuale con delle prostitute nel corso del periodo mestruale. In quest'ultimo caso, si tratterebbe di un rito tantrico attraverso il quale essi si incarnerebbero con la loro partner in Shiva e Kali. In effetti, gli Aghori pensano che gli estremi siano identici e che la distinzione tradizionale indù tra puro e impuro sia solo il risultato di Māyā, l'illusione da cui si vogliono liberare. Amano circondarsi di simboli di morte, in particolare di crani umani che utilizzano sia come recipienti per bere che come strumenti rituali.

Queste informazioni permetteranno di capire meglio ciò che vedremo, poiché visitando i templi dedicati alle varie divinità non mancheremo di imbatterci in questi ‘santi uomini’. Il sottolineare che essi sono in India una minoranza del 0.5 % della popolazioni non ci fa convinti che siano poca cosa: in realtà essi a qualunque setta appartengano determinano i costumi, la morale, la religione, i riti di gran parte della popolazione indiana. Difatti la sensazione che si prova a contatto con gli indù è quella trovarsi di fronte a persone che vivono in un mondo ‘costruito’ ad arte, immersi in una visione del mondo e della divinità che proviene proprio dai Sadhu.

Ancora però rimane da approfondire e molto anche  per avere un quadro almeno più chiaro dell’induismo così come oggi viene vissuto in quella meravigliosa terra. Abbiamo  saputo che ci sono scuole diverse che si chiamano darshana, abbiamo incontrato i sadhu. Ora cerchiamo di capire a che cosa mirano gli insegnamenti delle sette e dei shadu. Arriviamo forse al nocciolo del pensiero induista che determina il modo di vivere delle persone.

Abbiamo scritto poco sopra che una delle sette – darhsana  più influenti sul pensiero religioso e quindi sul quotidiano degli indù insegna la contrapposizione tra l'elemento spirituale puruṣa e la materia impersonale prakṛti: obiettivo dell'uomo è isolare la prima dalla seconda e così raggiungere la liberazione (mokṣa).

PURUSA E PRAKTI

Allora è doveroso cercare di capire cosa è il ‘purusa’.  Nel Sāṃkhya (cfr. sopra) una delle sei (darśana) ritenute ortodosse nell'induismo sebbene non teista, con puruṣa si intende uno dei due princìpi ontologici della realtà, essendo l'altro la prakṛti. Puruṣa è usualmente tradotto con "spirito", "anima", o anche "Sé", ed è un concetto pluralistico; prakṛti è di norma tradotto con "materia" o anche con "natura". La Prakṛti secondo il Sāṃkhya, la causa originaria attraverso cui l'universo esiste e si esplica,principio contrapposto a quello di puruṣa, spirito puro.  Essa è attività pura ma inconsapevole, il principio che dà origine, per evoluzione-trasformazione, a tutto ciò che è manifesto, intendendo con ciò sia la realtà materiale che quella mentale.

Prakṛti e puruṣa sono due princìpi eterni, increati e assolutamente separati l'uno dall'altro,. Mentre la prakti è priva di coscienza, il puruṣa può essere visto invece come pura coscienza, principio frammentato in una infinità di monadi, di anime individuali che vengono loro malgrado coinvolte nelle trasformazioni della prakṛti. Da solo o in associazione con alcuni aggettivi come para ("superiore"), parama ("altissimo"), uttama ("supremo"), il termine puruṣa è spesso utilizzato nei testi della letteratura sacra devozionale per riferirsi al Dio.

MOKSA.

Nell’Induismo Moska è la liberazione del flusso della corrente della vita della catena del Karma. E’ la liberazione del ‘samsara’ ossia dell’interminabile ciclo di nascita, morte e rinascimento.

 

Siamo qui al cuore dell’induismo, se ho ben compreso quanto sono riuscito a raccogliere nelle mie ricerche. La filosofia e quindi la religione induista si trova a dover risolvere questo  ‘scontro’ tra l’anima, il purusa, e il corpo o la materia, la prakti. Questo rapporto o scontro tra l’anima che tende a liberarsi dal vischiume e dall’attività della materia porta alla ‘liberazione’. E qui disponiamo di un altro termine che ci fa capire comportamenti , riti, insomma l’umano indiano così come lo vediamo ed è  Mokṣa sostantivo maschile della lingua sanscrita che ha  il  significato di "liberazione", "affrancamento", "emancipazione", "salvezza". Mokṣa è uno dei cardini delle dottrine religiose e spirituali dell'India, comune a tutte le correnti e tradizioni dell'induismo  affine al nirvāṇa del buddhismo. La liberazione, variamente interpretata e differentemente conseguibile a secondo del contesto, è principalmente intesa come salvezza dal ciclo delle rinascite (saṃsāra), ma anche quale conseguimento di una condizione spirituale superiore. L’indù vive  cercando di liberarsi da tutto quanto gli impedisce di giungere al Moksa. Egli allora crede  nella reincarnazione immergendosi così in un ciclo pauroso fino a quando riesce a raggiungere la ‘liberazione’, la ‘salvezza’ che è la perdita della propria monade, ossia del proprio Io unendosi al Purusa cosmico, ossia al Dio ultimo.

Questo ritmo di pensiero non è ancora terminato: ricordandoci di essere stati accanto a queste persone vestite in un certo modo,  infaticabili nel loro agire, frequentatori di enormi templi oscuri per pregare davanti al  Dio della loro setta ci conduce a riflettere su questa ‘tragica condizione dell’uomo’: il samsara’.

il samsara

Il termine sanscrito saṃsāra indica, nelle religioni dell'India quali il Brahmanesimo, il Buddhismo, il Giainismo e l'Induismo, la dottrina inerente al ciclo di vita, morte e rinascita.

È talora raffigurato come una ruota.  In senso lato e in un significato più tardo, viene ad indicare anche "l'oceano dell'esistenza", la vita terrena, il mondo materiale, che è permeato di dolore e di sofferenza, ed è soprattutto, insustanziale: infatti, il mondo quale noi lo vediamo, e nel quale viviamo, altro non è che miraggio, illusione māyā. Immerso in questa illusione, l'uomo è afflitto quindi da una sorta di ignoranza metafisica (avidyā), ossia da una visione inadeguata della vita terrena e di quella ultraterrena: tale ignoranza conduce l'uomo ad agire trattenendolo così nel saṃsāra.

Ciò significa che gli indi incontrati nel viaggio vivono nella consapevolezza di essere immersi in questa ruota del tempo per cui ‘questa loro vita’, solo apparente, lascerà il posto ad un’altra fino a quando tutto si risolverà nel Moksa (ossia la liberazione, la salvezza).Sul volto degli indi c’è come una ‘nube: mi sono chiesto tante volte, soffermandomi con loro come possano vivere i loro giorni come se non fossero al mondo. Perché è questa la sensazione che mi sono portato via. Ho cercato allora di introdurmi ulteriormente nella comprensione di questa visione della vita anzi di questa cultura esistenziale che caratterizza il quotidiano indi e alla fine l’intera vita personale. Mi sono ricordato di aver portato a casa dal primo viaggio in India nel Nord un ‘mandala’. L’ho appeso nello studio, ed è visibile appena entrati. E’ bello e interessante nel suo significato profondo.

YANTRA

Nella mia ricerca ho poi saputo che il mandala appartiene all’esperienza buddista. Il corrispettivo induista è Yantra  un termine sanscrito che indica vari tipi di rappresentazioni geometriche dalla forma semplice o più complessa e diagrammi simbolici, utilizzati come supporto nella concentrazione o per favorire l'assorbimento meditativo (samadhi).Figura geometrica che si sviluppa gradualmente fuori da o verso il suo centro, finchè la sua espansione o contrazione non è completa, lo Yantra possiede intorno al suo centro svariate figure concentriche che continuano ad espandersi, o a contrarsi con la stessa precisione di una ragnatela, non solo come ponti tra piani differenti, ma anche come simboli di energie che si espandono e si raggruppano.

Il margine della figura è un margine quadrato con quattro porte sacre che si aprono verso i quattro punti cardinali. Le linee concentriche dello Yantra definiscono il suo volume e creano un’unità ritmica, collegando ciò che uniscono o dividono con il centro , il punto d’integrazione. Come il ragno sulla sua tela, il bindu (punto) al centro dello Yantra è il centro di ogni creazione, la fonte che irradia l’energia che crea tutte le forme. La ricerca centrale della spiritualità indiana è il conseguimento dell’esperienza totale dell’Uno. L’uomo è il viaggiatore spirituale la cui meta finale, è l’intuizione diretta dell’unità .

Il termine infatti significa originariamente "veicolo", "mezzo" o meglio ancora "strumento/oggetto atto a favorire" un'esperienza o conseguimento mistico . Viene spesso utilizzato a supporto della meditazione.

Gli yantra possono essere compresi nella categoria più ampia dei cosiddetti mandala utilizzata nella pratica di alcune tradizioni religiose di origine indiana come quelle induiste, nel Jainismo o nel Buddhismo anche fuori dall'India.

In generale, ogni figura divina ha il proprio yantra. In qualità di stigmi o segni geometrici vengono impiegati nella religiosità popolare anche come amuleti o talismani portafortuna e beneaguranti.

Vengono anche tracciati sul terreno o sui muri delle case in "stile mosaico" con colori naturali.Ogni Yantra ha la particolarità di essere in sintonia con una divinità, ne è per così dire la Sua Dimora.

Ogni Yantra ha un suo centro, chiamato bindu, questopunto rappresenta il centro di ogni creazione, il punto da cui l’energia creatrice si irradia. Qui possiamo trovare raffigurata la divinità ad esso associata o il suo Mantra In ogni Yantra si sviluppa in modo graduale una figura geometrica che può andare dal bindu all’esterno o viceversa: Il perimetro dello Yantra ( quadrato) è un recinto che possiede, in ogni punto cardinale una porta sacra In ognuno di loro sono raffigurati molteplici simboli che lavorano insieme per rivelare al devoto una Verità Universale, unInterezza Archetipica E’ importante sottolineare che il centro o bindu, dello
Yantra, è il focus dove il devoto, meditando, entra in contatto con il Divino, fondendosi
in Lui.  Bindu è anche il centro energetico sottile posto sulla fronte di ogni essere umano. I suoni sacri o Mantra sono inseparabili dagli Yantra, con le loro vibrazioni intensificano l’operato di queste forme geometriche sacre.

Il ciclo delle ri-nascite, e delle ri-morti, è uno dei pochi concetti su cui concordano quasi tutte le scuole dell'Induismo. Il motore di questo ciclo è riconosciuto nel karman (azione; in modo non corretto, d'uso corrente, il termine viene scritto karma). Secondo la dottrina del karman, qualsiasi azione, e qualsiasi volizione, generano come effetto l'accumulo di karman, che va considerato alla stregua di un bagaglio gravato da tutto ciò che una persona ha compiuto, tanto nel bene quanto nel male. Ciò comporta che, alla morte, l'elemento individuale sia costretto a rinascere nuovamente, in forma umana ma anche divina, demoniaca, animale o vegetale. Nella nuova esistenza l'individuo si troverà in una condizione migliore o peggiore della precedente a seconda della qualità morale del karman accumulato. Agendo in modo corretto, il nuovo individuo si guadagnerà la possibilità di ottenere una rinascita migliore; in caso contrario, rinascerà in una condizione peggiore. Il fine ultimo è naturalmente estinguere il proprio debito karmico fino a raggiungere il Mokṣa, la liberazione, ovvero la definitiva uscita dal Saṃsāra.

Si rimane quindi prigionieri nel Saṃsāra per un numero indefinito di volte, fino al totale esaurimento del proprio bagaglio karmico. Le vie (mārga) che possono essere seguite per giungere a tale obiettivo sono in buona sostanza tre: la via del sacrificio rituale (karma-mārga), la via della gnosi (jñāna-mārga) e la via della dedizione amorosa a un dio (bhakti-mārga). Il Mokṣa è di norma descritto come una sorta di condizione indistinta (ossia uno stato del quale non è possibile dare una definizione positiva) ove non si prova più né gioia né dolore. Gran parte delle correnti devozionali, che seguono la corrente religiosa della bhakti, identifica invece la liberazione come l'immergersi per sempre nella perfetta e beata unione con l'amato dio.

Nella vita attuale ogni individuo deve necessariamente compiere la propria esperienza, per poi poter giungere alla liberazione definitiva (Mukti o Mokṣa: il termine sanscrito significa, letteralmente, scioglimento), che è il fine delle religioni e delle filosofie dell'India con l'eccezione delle scuole materialiste (che ripudiano questa dottrina)

KARMA

Karman nella prima cultura vedica , la più antica dunque,  è solo l'atto religioso Essendo il sacrificio l'atto religioso per antonomasia della cultura vedica, e acquisendo nel corso dei secoli uno scopo di ottenimento necessario di 'favori' dagli Dei vedici, l'atto religioso (karman) del brahmano svolto a favore di coloro che chiedevano la celebrazione del sacrificio stesso riverbera su questi ultimi come risultati futuri, anche nella vita successiva dopo la morte. Chi fa celebrare molti

karman nella sua vita attuale otterrà molti risultati favorevoli nella vita futura, viceversa chi ne celebrerà pochi, otterrà pochi meriti per la vita futura.

Con l'avvio dei testi Brāhmaṇa (devanāgarī:, lett. "affermazione sul Brahman") sono dei testi religiosi indiani composti in sanscrito intorno al XI-IX secolo a.C. aventi lo scopo di descrivere e spiegare la relazione tra le formule sacrificali (mantra) e le azioni (karman) inerenti alle cerimonie sacrificali presenti nei Veda.    Compito dei Brāhmaṇa è occuparsi del rituale sacrificale dandone una prima interpretazione e fornendone un ruolo diverso rispetto a quello che si evince dagli stessi Veda: Gli Dèi vengono ora perlopiù costretti dalle formule sacrificali (mantra) a rispondere necessariamente ai doni degli uomini. Il sacrificio vedico possiede qui una rispondenza automatica e necessaria.

I sacrifici vengono ora officiati da una casta precisa e ben individuabile, i brahmani, raggiungendo costi onerosi, in oro e mucche, per il proponente (yajamāna) che quindi richiedeva la certezza del risultato. L'azione rituale del brahmano, qui denominata con il preciso termine di karman, acquisisce quindi il successo automatico se il rito veniva eseguito in modo corretto, ma tale risultato veniva proiettato sempre e comunque nel futuro (!) Il futuro del risultato sacrificale poteva dunque essere realizzato anche in quella vita prevista dopo la morte. L'uomo possedeva come un contenitore che raccoglieva le sue azioni religiose in vista del suo futuro.

Il karman nell’induismo (post-vedico)  riguarda sia l'attività o l'agire in sé sia l'insieme delle conseguenze delle azioni compiute da un individuo nelle vite precedenti. Secondo il principio del karma le azioni del corpo, della parola e dello spirito (i pensieri) sono insieme causa e conseguenza di altre azioni: niente è dovuto al caso, ma ogni avvenimento, ogni gesto è legato insieme da una rete di interazioni di causa/effetto.

 

 

 

 

Karma significa 'azione'. Esso è un'energia
trascendente che deriva dagli atti della persona. Il karma si interpreta come una legge cosmica, di causa ed effetto. 

Il principio del karma è valido esclusivamente all'interno del mondo materiale (prakṛti) e del ciclo sempre riproducentesi di nascita-morte (Saṃsāra). Se si produce sofferenza o si interferisce negativamente con il Dharma o legge universale, si produce karma negativo; se si fa del bene, si produce karma positivo. Nelle vite successive (se non nella vita corrente) si dovrà pagare o si verrà ripagati per le azioni compiute in precedenza. Successivamente è assimilato o addirittura identificato in un "dittico spirituale" inscindibile dal Dharma e associato alla stessa intenzione, buona o cattiva, sottesa ad un qualsiasi atto, che quindi ha ripercussioni positive o negative sulla vita futura di chi la compie o sul prosieguo dell'esistenza attuale (assonanze con concetto di Volontà/istinto di vita e Amor fati di filosofia schopenahueriana e nietzscheana). Il Karma Yoga è uno dei modi di ottenere Moksha ovvero la liberazione.

BRAHAMAN

  • brahmān indica nei Veda un officiante del sacrificio vedico in grado di pronunciare i mantra (Cfr.)relativi alla conoscenza ispirata;
  • ", brāhman indica nei commentari degli inni vedici denominati Brāhmaṇa il potere che ispira i cantori
  • nella forma derivata brāhmaṇa indica
    • la prima delle quattro caste (varṇa): vedi brahmano;
    • dei testi vedici scritti in prosa e commentari dei Veda:
  • nella successiva riflessione teologica e filosofica propria delle Upaniṣad vediche con il termine Brahman (nella forma "neutra") si indica l'unità cosmica da cui tutto procede;
  • nel successivo Induismo con Brahman si indica anche Brahmā, il deva creatore.

Brahaman  negli inni dei Veda indica sia le figure sacerdotali che durante il sacrificio competitivo esprimono dei mantra enigmatici sul cosmo che lasciano non espressa la risposta sia le stesse espressioni enigmatiche, nei Brāhmaṇa, il brahman diviene il mantra (la preghiera)  rituale codificato, e il suo potere, che deve essere semplicemente appreso e conservato a memoria dal brahmano e recitato durante i riti. Con le Upaniṣad si passa ad indagare la natura di questo Brahman che diviene l'origine di ogni cosa, l'Assoluto che alle fine si identifica con il principio individuale, l'ātman: Esso è illimitato e inconcepibile: Esso è l'Oṁ:

 

Ātman

Ātman è un termine sanscrito di genere maschile, che indica l'"essenza" o il "soffio vitale". Viene tradotto anche col pronome personale riflessivo di terza persone Sé.

Primi significati del termine.

Tale termine compare per la prima volta nel Ṛgveda, la più antica raccolta degli inni vedici (XX-XV secolo a.C.) dove indica che l'essenza, il soffio vitale, di ogni cosa è identificabile nel Sole (Sūrya):

Esso trae il significato da varie radici an (respirare), at (andare) va (soffiare).

Nel Śatapatha Brāhmaṇa, uno dei commentari in prosa dei Veda probabilmente composti in un periodo compreso tra il X secolo l'VIII secolo a.C., questa descrizione come "essenza" e "soffio che dà la vita" propria del Ṛgveda viene interpretata come una unità, trascendente ed immanente al tempo stesso, di tutta la Realtà cosmica e in questo senso un analogo del Brahman, la formula sacrificale che genera e mantiene il Cosmo.

Le successive riflessioni degli Āraṇyaka, con l'importanza data alla «coscienza di Sé» (prajñātman), e poi delle Upaniṣad, intorno all'VII-IV secolo a.C., iniziano a delineare l'ātman come Sé individuale distinto eppure inscindibile dal Sé universale (Brahman).

L'ātman nelle Upaniad

Nelle Upaniṣad il termine "ātman" ricorre innumerevoli volte, è il perno centrale sul quale ruota tutta la riflessione upaniṣadica, una ricerca sull'essenza ultima dell'individuo. Il termine vi ricorre però con molti significati, che vanno intesi come analogie o aspetti volti a spiegare ciò che non è certo spiegabile con gli elementi del linguaggio. "Ātman" indica via via il corpo, il soffio vitale, la coscienza spirituale, il vero soggetto dell'uomo, il Sé del mondo, e come elemento ultimo in questa scala ricostruita, Brahman medesimo. È questa identità fra ātman e Brahman il caposaldo che la letteratura critica delle Upaniṣad individua quale risultato rimarchevole.

Brahman e ātman

Secondo Raimon Panikkar quella fra ātman e Brahman può intendersi come un'identità qualificata: qualifica l'essenza individuale, il Sé, come la realtà del Tutto: la realtà ultima di ogni cosa non è che la realtà ultima in quanto tale, il che si può anche enunciare affermando che la trascendenza assume significato in relazione all'immanenza.[6]

Brahman è il polo oggettivo della realtà, la sua proiezione soggettiva è l'ātman.[7]

Conseguenza della relazione fra l'ātman e il Brahman, è uno dei concetti nucleari nelle religioni e correnti filosofiche hindu: la corrispondenza-equivalenza fra umano e divino, o, in altri termini, l'equivalenza fra microcosmo e macrocosmo. L'essenza dell'umano è il divino; l'essenza ultima di ogni singolo vivente è il suo essere divino: questo è uno fra i più pregnanti aspetti dell'equivalenza fra ātman e Brahman. Questa corrispondenza la si ritrova, per esempio, in maniera evidente in alcuni culti tantrici, dove ogni parte del corpo umano è sede di un aspetto del divino; la si può cogliere nel rispetto per ogni essere vivente, essendo anche gli animali dotati di Sé (secondo alcune dottrine); nell'interpretazione dei fenomeni naturali come espressione del divino; nello Yoga, termine che vuol dire "unione", dove unione si riferisce proprio al legame, da conquistare, fra il Sé, l'ātman, e Brahman (spesso identificato con un Dio personale).

Un'altra notevole conseguenza dell'equivalenza fra l'ātman e Brahman la si ha sul piano teologico: Dio non è totalmente altro da noi, noi siamo fatti della stessa sostanza di Dio. Pensare a un Dio completamente trascendente è persino blasfemo:[9]

La realtà dell'ātman non è però immediatamente evidente, l'ātman va ri-conosciuto, e questo è il fine ultimo dell'uomo, la sua liberazione (mokṣa), quella che gli consente, dopo la morte, di ritornare in Brahman:

L'invito a seguire questa strada, a meditare sull'ātman, è ripetuto più volte nelle Upaniṣad, ma c'è un passo che la letteratura critica ha evidenziato fra gli altri, un passo, anzi una frase, che è quasi il condensato dell'intera ricerca, perché enuncia in maniera evidente, semplice e molto espressiva il collegamento fra l'individuo, l'ātman e Brahman:

tat tvam asi: "quello [ātman-Brahman] sei tu".

L'enunciazione, ripetuta più volte, è nel dialogo fra Uddālaka Āruṇi e suo figlio Śvetaketu

Il padre sta dicendo:’ tu, Śvetaketu, sei l'altro polo di Brahman, l'altro suo modo di essere, la sua tensione. Tu non sei l'Io, ma un io di Brahman. Śvetaketu, tu sei il Tu di Brahman, perché è in te che Brahman e ātman si identificano. Da notare che il soggetto della frase non è tu, ma quello: tat tvam asi, letteralmente: quello tu sei.

Il Sé nelle correnti religiose e filosofiche hindu

Il significato di ātman, da quello originario di "soffio vitale", si è evoluto, come si è visto, fino a costituire un concetto metafisico precipuo della filosofia hindu. La traduzione del termine che più comunemente si riscontra in letteratura è "Sé".
Questo termine, "Sé", è più in genere adoperato per indicare quel principio trascendente e autonomo, accettato da quasi tutte le filosofie hindu, fatta eccezione dei buddhisti e materialisti[12]. Ognuna di queste correnti ha una propria visione del Sé.

Sāṃkhya

Il Sāṃkhya classico, dottrina codificata da Īśvarakṛṣṇa nel suo Sāṃkhyakārikā intorno al IV secolo, postula due principi metafisici fondamentali, eterni e antitetici: puruṣa e prakṛti.
Puruṣa è il principio trascendente insito in ogni essere, coscienza pura dell'individuo, il Sé

Prakṛti è tradotto con "materia", o "natura", intendendo con questo termine non soltanto ciò che nella filosofia occidentale si intende, pur nelle varie interpretazioni, con "materia", ma anche l’insieme delle funzioni intellettiva e affettiva dell'essere senziente: il concetto di prakṛti include quello di "mente", essendo quest'ultima considerata un aspetto dell'evoluzione della materia stessa[. Puruṣa è in verità un'entità plurale, indicando l'insieme di tutti i Sé; Prakṛti ha affinità con ciò che in Occidente si indica con natura naturans[, la natura che nel suo divenire genera sé stessa[.
Il Sé (puruṣa) non va confuso con l'"Io" empirico, che è, questo sì, legato alla materia (prakṛti), e in quanto tale è considerato come non reale, illusorio. Il concetto di puruṣa si può pertanto dire simile a quello di ātman, sebbene il termine non sia utilizzato.
Quello del Sāṃkhya è dunque un sistema dualista, e ateistico, nel quale il Sé appare vincolato alla materia, ma in realtà ne è eternamente distinto. È l'"io" empirico a trasmigrare da un corpo all'altro (saṃsāra), in quello che è l'ininterrotto processo di trasformazione della materia, non il Sé. Ed è proprio la comprensione metafisica di questa fondamentale distinzione (viveka), la conoscenza metafisica che discrimina fra spirito e materia cioè, a condurre alla liberazione (kaivalya)

Yoga

Il sistema religioso-filosofico dello Yoga, così come esposto da Patañjali negli Yogasūtra[21] (composto fra il I e il V secolo d.C.), è molto vicino a quello del Sāṃkhya, con due principali differenze dottrinali. Lo Yoga ammette l'esistenza di un dio, o Signore (Īśvara), visto come uno speciale tipo di Sé (puruṣa) non vincolato in alcun modo alla materia (prakṛti), ed è quindi un sistema teistico, sebbene a Īśvara non sia assegnata una posizione preponderante nella dottrina.L'altra differenza sussiste nel modo di intendere e classificare le funzioni intellettive.
Lo Yoga si distingue inoltre dal Sāṃkhya nel metodo: mentre quest'ultimo si serve della conoscenza metafisica (la gnosi), lo Yoga adopera tecniche psico-fisiche per la sospensione degli stati normali di coscienza (l'ascesi), lungo un percorso costituito da esperienze sovrasensoriali ed extrarazionali che portano l’adepto al totale discernimento fra puruṣa e prakṛti, e quindi alla liberazione (mokṣa), intesa come identificazione con il Sé, o col Signore, nelle scuole che prediligono l’aspetto devozionale

TANTRA

Prima di fare alcune riflessioni conclusive su quanto sono riuscito a capire, leggendo molto, tenendo presente l'evoluzione plurisecolare dell'induismo,  penso sia opportuno e utile cercare di 'capire' qualcosa  del Tantra. Anche perchè questa specie di filosofia è penetrata nel nostro mondo occidentale anche mediante la musica del nostro tempo e movimenti ben noti, cone la New age,  avviando un rocesso di 'iniziazione' soprattutto da parte di giovani che va tenuto presente. Quanto segue è davvero poco ma credo almeno sufficiente per farsi una conoscenza del fenomeno tantrico non solo nell'antico filosofia induista ma anche nella cultura del nostro tempo.

TANTRA

 

Il Dio Bhairava in unione sessuale con la Dea Kālī, acquarello del XVIII secolo. Bhairava brandisce il triṣūla (tridente) e mostra un teschio aperto e capovolto, volgendo le spalle a chi guarda; Kālī, di pelle scura, indossa la ghirlanda di teste e sostiene una testa mozzata mostrando la lingua. La coppia, all'interno di un arco di fuoco, si erge sul corpo di Śiva immobile sulle fiamme. Queste tre divinità ricorrono con frequenza in molte tradizioni tantriche: Bhairava, il Tremendo, è il distruttore della nescienza, colui che può dare lo slancio verso la Conoscenza; Kālī, la Nera, è espressione dell'energia divina, principio immanente onnipresente e «cuore glorioso» di Śiva stesso. Il loro amplesso, manifestantesi in tutta la sua aggressiva potenzialità, è espressione simbolica del ricongiungimento dell'umano e del divino, dell'uomo con Śiva, meta, quest'ultimo, di ogni via tantrica monista, Beatitudine suprema e Coscienza assoluta.

 

Tantra,

termine;  tradotto come "principio", "essenza", "sistema", "dottrina", "tecnica"per indicare sia un insieme di testi dalla non univoca classificazione, sia un controverso insieme di insegnamenti spirituali e tradizioni esoteriche originatesi nelle culture religiose indiane, I termini, aspetti definitori

Tantrismo

A proposito di questo termine, "tantrismo", occorre subito chiarire due aspetti fondamentali per la comprensione dell'intero fenomeno.

Il primo è che il termine è del tutto sconosciuto alla tradizione classica indiana, non esiste in sanscrito. Esso fu infatti coniato in occidentenel XX secolo da studiosi occidentali del mondo religioso indiano. Invero, già dal secolo precedente gli orientalisti avevano individuato nel mondo hindu un insieme di fenomeni, culti e ideologie, che non riuscivano a rapportare al brahmanesimo, all'induismo classico fondato sui Veda e sulle Upaniṣad cioè. Essi riscontravano queste teorie e pratiche in testi che in buona parte adoperavano come suffisso il termine "tantra".

Il secondo aspetto è strettamente connesso col precedente: il termine "tantrismo" finì per indicare e caratterizzare un insieme di pratiche e credi ritenuti sostanzialmente differenti e scollegati da ciò che era noto delle religioni dell'India, conoscenze per lo più teoriche, fondate sullo studio dei testi. « Nacque così l'idea di un complesso tantrico estraneo al pensiero e alle religioni originari dell'India [...]

Tāntrika

Esiste tutta una letteratura indiana, i Tantra, i cui testi in buona parte adoperano il suffisso "tantra": in queste opere si definisce tāntrika il praticante, colui cioè che segue il percorso spirituale descritto nei testi.

Il culto vedico originario, tranne qualche raro caso, non esiste più al giorno d'oggi in India. Continuano però ad esistere riti brahmanici la cui osservanza non è affatto respinta da chi si ritiene tāntrika. Oggi l'ortodossia hindu riguarda più il comportamento sociale che quello religioso: non ha tanto importanza quale dio si adori e come, o quali templi si frequenti, o quali pratiche spirituali si preferisca seguire nel privato: più importanti sono sicuramente i riti sociali che segnano i passaggi importanti della vita (saṃskāra), e l'osservanza delle caste (varṇa).[7]

Tantra, i testi

Pārvati ascolta gli insegnamenti del suo sposo il signore Śiva. Datia (Madhya Pradesh, India), aprox. 1750. Molti testi tantra sono nella forma di dialogo fra il Dio e la Dea; negli Śaiva tantra la Dea interroga Śiva e costui risponde; negli Śakta tantra è la Dea a rispondere alle domande del Dio.

Gli aspetti peculiari

Le  caratteristiche peculiari dell'universo tantrico in sé, aspetti atti a riconoscere ciò che è "tantrico". Essi sono

  • Immanenza: l'universo e gli esseri umani sono permeati dell'energia divina, la śakti, personalizzata come una Dea.
  • Trasmissione: il tāntrika è un iniziato, il che implica la presenza di un maestro, il guru, e una trasmissione della dottrina (saṃpradāya) di maestro in maestro.
  • Segretezza: le dottrine e le pratiche hanno il carattere della segretezza.
  • Pūjā: il rituale di adorazione di una divinità è quello della pūjā, che è sempre tantrica nella sua struttura anche se rivolta a una divinità non tantrica.
  • Maṇḍala: il pantheon, sempre vasto, è organizzato in maṇḍala.
  • Mantra: l'oralità, la parola (vāc), assume un ruolo centrale in tutte le pratiche e riti, i mantra sono onnipresenti; molti di essi altro non sono che la forma fonica di divinità.
  • Yoga: esistenza di uno stretto legame con lo yoga.

 

Statua moderna per l'adorazione di Kālī, dea feroce, padrona di sé stessa, comune a molte tradizioni trasgressive e cuore dello shivaismo kashmiro; qui rappresentata sul corpo immobile di Śiva a indicare il rapporto fra causa materiale e causa efficiente nel cosmo

Il guru

Il guru, specie nelle tradizioni tantriche, è ben più che un maestro spirituale. Egli non si limita ad impartire la dottrina al discepolo (śiṣya) come un ordinario maestro potrebbe fare, per quanto accorato e devoto: il guru è come un dio (gurudeva) che grazie alla propria potenza spirituale (śakti) "trasmette" al discepolo la dottrina e gli oggetti della tradizione. Per esempio, un mantra non può essere appreso semplicemente ascoltandolo (né tantomeno apprendendolo da un testo): deve e può solo essere passato dal guru al discepolo (guru śiṣya paramparā). Fra i due si stabilisce una relazione intima che ha i caratteri de

Nelle tradizioni del Kaula ("famiglia", intesa come insieme di comunità che condividono la medesima tradizione), il rito di iniziazione del discepolo alla comunità (cakra; "cerchio", nel senso di "circolo", "setta") è una cerimonia piuttosto complessa. Il guru, quando ritiene essere giunto il momento, comunica al discepolo la decisione di introdurlo nella setta. Viene quindi organizzata una cerimonia con gli altri membri del cakra. Questa comincia con la recitazione di mantra e offerte alla Dea, quindi prosegue con la richiesta ritualizzata del guru al Signore del Cerchio (cakreśvara). Il discepolo viene interrogato e preparato, mentre prosegue l'adorazione alla Dea. L'iniziazione propriamente detta ha luogo con il posizionamento del discepolo su un maṇḍala appositamente tracciato sul suolo; un'aspersione; la trasmissione di un mantra personalizzato; l'imposizione di un nome nuovo; quindi l'iniziato offre doni agli astanti. La cerimonia prosegue con riti che includono il pasto e l'unione sessuale (maithuna).[88]

L'iniziato, il tantrikā, continuerà la sua via verso la realizzazione spirituale (sādhana) e un giorno potrà diventare guru egli stesso. Toccherà quindi a lui perpetuare (saṃpradāya) la dottrina, in quella che è una successione di maestri (guru paramparā) che così tramandano la disciplina.

Pratiche tantriche

Per il tantrikā il mondo è permeato di potenze divine, energie che è possibile manipolare con la corretta esecuzione dei rituali. Il rito tantrico è spesso molto articolato, e implica non soltanto la gestualità e l'oralità, ma anche la visualizzazione interiore. Il coinvolgimento del corpo può essere tale da alterare lo stato di coscienza dell'officiante: non è intatti infrequente assistere a fenomeni di possessione (āveśa).[

La pratica di culto più comune è la pūjā, l'omaggio a una divinità. Il rituale è sostanzialmente diviso in due parti: la purificazione e divinizzazione del corpo dell'officiante ("culto interiore"); l'omaggio vero e proprio ("culto esteriore"). La prima parte consiste nel rendere il corpo dell'officiante degno di poter eseguire l'omaggio, e prevede pratiche di purificazione con lavacri e mantra, seguito da pratiche di visualizzazione. La seconda parte continua con mantra e pratiche di visualizzazione accompagnate, con variazioni a seconda della divinità, dal rito di adorazione.[103]

Maṇḍala e yantra

 Un disegno non tradizionale dello śrīcakra, noto anche come Śrī Yantra, utilizzato nella tradizione dello Śrīvidya. Questo yantra rappresenta l'attività cosmica della dea Tripurasundrī, la Bella dei tre mondi: vi si possono distinguere una fascia esterna di forma quadrata con quattro accessi sul mondo; due fasce centrali disegnate rispettivamente con sedici e otto petali; una parte interna fatta di quattro triangoli con la punta verso l'alto e cinque con la punta verso il basso, che si intersecano a formare complessivamente 43 triangoli; un punto centrale, il bindu, ove si visualizza la Dea stessa.

Il maṇḍala, o lo yantra, è utilizzato in diversi modi: può essere tracciato sul suolo, per lo svolgimento di alcune cerimonie che ne prevedono l'uso (come le iniziazioni); può essere disegnato o dipinto su stoffa o inciso su pelle o metallo, per realizzare uno strumento di meditazione o anche di adorazione di una divinità (spesso la Dea) che vi viene fatta temporaneamente discendere.

Nelle cerimonie di inziazione il maṇḍala tracciato sul suolo prevede una fascia esterna dal doppio significato: impedire l'accesso ai non iniziati e "bruciare" l'ignoranza che impedisce la conoscenza metafisica. All'interno di questa fascia ve ne è un'altra che simboleggia l'illuminazione, nella cui area sono rappresentate gli aspetti della conoscenza, spesso rappresentati da divinità terrifiche. Segue un'ulteriore fascia che simboleggia la rinascita spirituale, nel cui centro si trova il maṇḍala propriamente detto, sede di una o più divinità.

Un'altra applicazione dello yantra la si ritrova nella costruzione dei templi: la pianta di questi infatti è un vero e proprio yantra, e di più, la struttura e le proporzione del tempio stesso non sono opera di architetti, ma sono dettate dai testi sacri, dai Tantra.

 

Riti sessuali

 

La coppia divina di Kṛṣṇa e Rādhā, acquarello del XVII secolo. L'amore del dio con Rādhā, la sua preferita fra le pastorelle, è stato ed è tuttora soggetto d'ispirazione per una vasta letteratura religiosa, spesso dai risvolti decisamente erotici.

 

I riti sessuali potrebbero essere emersi agli inizi del Tantra induista anche come un metodo pratico di generare fluidi corporei trasformativi per costituire un'offerta vitale alle divinità tantriche, oppure essersi evolute da cerimonie di iniziazione dei clan che comprendevano la transazione di fluidi sessuali

Quando eseguito in accordo al Tantra il rituale sessuale culmina in una sublime esperienza di infinita consapevolezza, per entrambi i partecipanti. I Tantra specificano che il sesso ha tre finalità ben distinte - procreazione, piacere e liberazione. Coloro che cercano la liberazione evitano l'orgasmo frizionale per una forma più alta di estasi, e la coppia che prende parte al rituale si immobilizza in un abbraccio statico; diversi rituali sessuali sono raccomandati e praticati, comprendendo riti purificatori e preparatori elaborati e meticolosi.. I praticanti interpretano l'atto su molteplici livelli; i partecipanti maschio e femmina unendosi fisicamente rappresentano il Dio e la Dea, il principio maschile e quello femminile, e al di là del corpo fisico le due energie si fondono generando un unico indistinto.

Visione occidentale del Tantra

In Occidente, i primi orientalisti europei vedevano il Tantra come una forza sovversiva, antisociale, licenziosa e immorale colpevole della corruzione dell'induismo classico; molti oggi lo vedono invece come una celebrazione dell'uguaglianza sociale, della sessualità, del femminismo e della cultura del corpo, al punto che se ne è formata una variante occidentale (Neotantra), seppure criticata dai tantristi orientali.

 

Tantra nell'Occidente contemporaneo

Il Tantra cominciò a essere visto come un "culto dell'estasi" che combina spiritualità e sessualità, in modo da agire come una forza correttiva dell'atteggiamento repressivo della cultura occidentale nei confronti del sesso.

 

La diffusione di una siffatta visione del Tantra avvenne soprattutto negli anni sessanta e in America, in sinergia coi movimenti di liberazione dei costumi, in particolare quelli relativi al sesso e all'uso di sostanze psicotrope. Alan Watts (1915 – 1973) fu uno dei più noti esponenti di questa controcultura, tanto da gaudagnarsi il titolo di guru psicehedelico della Beat Generation, il movimento culturale sorto negli anni cinquanta. Questa versione americanizzata del tantrismo divenne poi un elemento significativo della New age, movimento degli anni ottanta.[All'interno della occidentalissima New Age, la visione del Tantra, diventato ormai popolare in Occidente, subì un'ulteriore e significativa trasformazione, dando luoghi a fenomeni come il neotantrismo, corrente invero molto differente dalla tradizione tantrica originale indiana. Per molti lettori occidentali moderni, "Tantra" è diventato un sinonimo di "sesso spirituale" o "sessualità sacra", il concetto che il sesso stesso debba essere santificato in quanto capace di elevare la coppia ad un piano di spiritualità superiore.

Sebbene il Neotantra adotti molti dei termini e dei concetti del Tantra indiano, in esso le tradizionali fondamenta di guruparampara (la trasmissione della dottrina da maestro a maestro) e delle regole di condotta rituale sono state epurate. Il fenomeno è poi molto evidente, per esempio, nelle librerie, ove la gran parte dei testi sul Tantra che si trovano fra gli scaffali sono inequivocabilmente legati al sesso.

 

 

QUASI PER RIASSUMERE


Nell'Induismo, il Sé, l'anima che sopravvive alla morte, è definito "Atman". L'Atman imperituro è parte del divino, al quale può tornare dopo la morte, se si realizzano determinate condizioni.

In caso contrario si verifica la trasmigrazione.

Nel pensiero induista la concezione del tempo è di tipo ciclico e l'anima ritorna molte volte nell'arco di un lunghissimo periodo di tempo. Tutto ciò che è creato nel mondo vive e poi viene distrutto quando uno di questi grandi cicli, o yuga, finisce. Non è soltanto l'anima, quindi, ad avere un inizio ed una fine.

La cosmologia induista contempla tre regni nei quali l'anima individuale può spostarsi:

 .il regno inferiore - o infernale - è dove domina il desiderio e l'anima che vi è imprigionata è costretta dai propri desideri e sperimenta situazioni infernali;

 il regno di mezzo è quello terreno, ove prevalgono i desideri ma non in senso assoluto, in quanto l'anima ha la possibilità di liberarsene e di salire al regno superiore;

 il regno celeste considera un'anima non più prigioniera del desiderio, ma libera di evolvere.

Dopo la morte l'anima attraversa questi regni fintanto che ritrova la sua situazione ottimale.

La rinascita induista consiste principalmente nel ristabilire l'unità con la realtà cosmica. Diviene così naturale per l'anima reincarnarsi diverse volte e con una similitudine molto pregnante il processo è paragonato all'uomo che butta gli abiti consumati per indossarne di nuovi, così l'anima "getta" il corpo consunto ed entra in uno nuovo per purificarsi, riconoscersi divina e riunirsi all'energia dell'anima universale. Finchè ciò non avverrà l'anima continuerà a reincarnarsi.

 

 

 P.S.

Chiedo scusa a chi e' giunto fino a questo punto.  Mi rendo conto che occorre uno studio approfondito della realtà  dell'induismo. Se in qualche misura questa mia lunga dissertazione sull'induismo è servita a far nascere in qualcuno il desiderio di saperne di più, sarei contento. E ne porto il motivo: di riflesso a questo lungo studio ho reso grazie al Signore Iddio che  mi ha creato e nel Figlio suo Gesù di Nazareth,   mi ha salvato. Il mio futuro  è un dono,non il risultato di un titanico sforzo umano anche se ammiro la ricerca fatta  da quella gente lungo i secoli per spiegare l'uomo e il cosmo, il destino e l'oggi.

 Grazie di avermi letto.