La sera di Papa Francesco

Confesso di aver provato una grande emozione: qualche piccola furtiva lacrima è scesa sul mio viso Lo Spirito Santo, presente nella Chiesa anche e soprattutto nei momenti critici, ancora una volta ci ha donato il Pastore buono, misericordioso, semplice....e grande. Sarà così, vedrete!

Il Signore ti sorregga nel tuo ministero, Papa Francesco

Stavo ormai da un'ora seduto sulla poltrona di casa aspettando che venisse annunciato all'immensa folla che vedevo stipata nella grande Piazza di San Pietro, il nome del nuovo Pontefice. L'emozione mi ha preso quando si è visto aprirsi le finestre ed apparire la croce che introduceva il cardinale per comunicare l'Habemus Papam'.  Confesso che ho chiuso gli occhi, mi sono raccolto in preghiera e l'anima mia ha atteso. E sento la voce debole del Cardinale, (forse era pure lui emozionato) che finalmente (ma solo dopo cinque  scrutini del Conclave) dava l'atteso annuncio. Sempre con gli occhi chiusi cercando lo Spirito  Santo che sapevo presente anche e soprattutto in quel momento ho sentito il nome del Papa che avrebbe guidato la Chiesa nei prossimi anni. Non avevo capito bene. Ma non ho aperto gli occhi: sapevo che  quell'uomo, quel prete, comunque si chiamasse era il Pastore della mia Chiesa, la Chiesa che amo con tutto me stesso.   Solo quando lo spieker della televisione disse chiaro il nome del Pontefice capii che era uno che veniva da..... 'un altro mondo'...Finalmente  da quel continente veniva a Roma per diventarne il vescovo e quindi il pastore della Chiesa Cattolica un vescovo, successore degli apostoli e pastore della grande chiesa d Buenos Aires: l'eminentissimo Cardinale Mario Bergoglio, di origini italiane ma argentino.

Ho aperto gli occhi e ho atteso, dopo l'annuncio, che   dalla finestra su quel balcone arrivasse il nuovo Pontefice. L'ho visto sereno per nulla intimorito. Semplice. Ho notato che portava la croce pettorale di ferro, quella ancora di quando era Cardinale argentino. Rimase per un poco in attesa che la folla esprimesse la sua gioia. Poi, presa la parola....mi ha raggiunto: "Buona sera".  Straordinario. Un uomo che sa di essere tra gli uomini e non sopra di loro: 'servus servorum Dei', compagno di viaggio di ogni uomo o donna, pronto a dire la parola che illumina e da speranza:  Siate misericordiosi dirà ai cardinali! L'uomo della strada che di religione e di fede  non capisce molto, si sente si dovrebbe sentire interpellato da questo Papa così 'diverso', così nuovo.    Al termine del suo intervento e dopo la sua prima benedizione, mi sono ritirato...nel silenzio. Era avvenuto qualcosa che è noto al Signore ma che ricade sull'intero popolo di Dio, sull'intera umanità. Egli annuncerà assieme ai suoi fratelli cardinali, vescovi e preti che Cristo ama la gente, soprattutto i poveri...Mi sono detto  se debbo aspettarmi qualcosa d'altro. per ora mi basta questo. Ed è stato splendidamemte tanto!

 

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"Il coraggio di camminare

in presenza del Signore"

L'omelia a braccio di papa Francesco nella Messa celebrata nella Cappella Sistina

Citta' del Vaticano, 15 Marzo 2013

** In queste tre Letture vedo che c’è qualcosa di comune: è il movimento. Nella Prima Lettura il movimento nel cammino; nella Seconda Lettura, il movimento nell’edificazione della Chiesa; nella terza, nel Vangelo, il movimento nella confessione. Camminare, edificare, confessare. 

Camminare. «Casa di Giacobbe, venite, camminiamo nella luce del Signore» (Is 2,5). Questa è la prima cosa che Dio ha detto ad Abramo: Cammina nella mia presenza e sii irreprensibile. Camminare: la nostra vita è un cammino e quando ci fermiamo, la cosa non va. Camminare sempre, in presenza del Signore, alla luce del Signore, cercando di vivere con quella irreprensibilità che Dio chiedeva ad Abramo, nella sua promessa. 

Edificare. Edificare la Chiesa. Si parla di pietre: le pietre hanno consistenza; ma pietre vive, pietre unte dallo Spirito Santo. Edificare la Chiesa, la Sposa di Cristo, su quella pietra angolare che è lo stesso Signore. Ecco un altro movimento della nostra vita: edificare. 

Terzo, confessare. Noi possiamo camminare quanto vogliamo, noi possiamo edificare tante cose, ma se non confessiamo Gesù Cristo, la cosa non va. Diventeremo una ONG assistenziale, ma non la Chiesa, Sposa del Signore. Quando non si cammina, ci si ferma. Quando non si edifica sulle pietre cosa succede? Succede quello che succede ai bambini sulla spiaggia quando fanno dei palazzi di sabbia, tutto viene giù, è senza consistenza. Quando non si confessa Gesù Cristo, mi sovviene la frase di Léon Bloy: “Chi non prega il Signore, prega il diavolo”. Quando non si confessa Gesù Cristo, si confessa la mondanità del diavolo, la mondanità del demonio. 

Camminare, edificare-costruire, confessare. Ma la cosa non è così facile, perché nel camminare, nel costruire, nel confessare, a volte ci sono scosse, ci sono movimenti che non sono proprio movimenti del cammino: sono movimenti che ci tirano indietro. 

Questo Vangelo prosegue con una situazione speciale. Lo stesso Pietro che ha confessato Gesù Cristo, gli dice: Tu sei Cristo, il Figlio del Dio vivo. Io ti seguo, ma non parliamo di Croce. Questo non c’entra. Ti seguo con altre possibilità, senza la Croce. Quando camminiamo senza la Croce, quando edifichiamo senza la Croce e quando confessiamo un Cristo senza Croce, non siamo discepoli del Signore: siamo mondani, siamo Vescovi, Preti, Cardinali, Papi, ma non discepoli del Signore. 

Io vorrei che tutti, dopo questi giorni di grazia, abbiamo il coraggio, proprio il coraggio, di camminare in presenza del Signore, con la Croce del Signore; di edificare la Chiesa sul sangue del Signore, che è versato sulla Croce; e di confessare l’unica gloria: Cristo Crocifisso. E così la Chiesa andrà avanti. 

 

Io auguro a tutti noi che lo Spirito Santo, per la preghiera della Madonna, nostra Madre, ci conceda questa grazia: camminare, edificare, confessare Gesù Cristo Crocifisso. Così sia.  

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"Portare Gesù Cristo all'uomo e condurre l'uomo all'incontro con Gesù Cristo"

Il discorso di papa Francesco durante l'udienza al Collegio cardinalizio

Citta' del Vaticano, 15 Marzo 2013

Fratelli Cardinali,

Questo periodo dedicato al Conclave è stato carico di significato non solo per il Collegio Cardinalizio, ma anche per tutti i fedeli. In questi giorni abbiamo avvertito quasi sensibilmente l’affetto e la solidarietà della Chiesa universale, come anche l’attenzione di tante persone che, pur non condividendo la nostra fede, guardano con rispetto e ammirazione alla Chiesa e alla Santa Sede. Da ogni angolo della terra si è innalzata fervida e corale la preghiera del Popolo cristiano per il nuovo Papa, e carico di emozione è stato il mio primo incontro con la folla assiepata in Piazza San Pietro. Con quella suggestiva immagine del popolo orante e gioioso ancora impressa nella mia mente, desidero manifestare la mia sincera riconoscenza ai Vescovi, ai sacerdoti, alle persone consacrate, ai giovani, alle famiglie, agli anziani per la loro vicinanza spirituale, così toccante e fervorosa.

Sento il bisogno di esprimere la mia più viva e profonda gratitudine a tutti voi, venerati e cari Fratelli Cardinali, per la sollecita collaborazione alla conduzione della Chiesa durante la Sede Vacante. Rivolgo a ciascuno un cordiale saluto, ad iniziare dal Decano del Collegio Cardinalizio, il Signor Cardinale Angelo Sodano, che ringrazio per le espressioni di devozione e per i fervidi auguri che mi ha rivolto a nome vostro. Con lui ringrazio il Signor Cardinale Tarcisio Bertone, Camerlengo di Santa Romana Chiesa, per la sua premurosa opera in questa delicata fase di transizione, e anche al carissimo Cardinale Giovanni Battista Re, che ha fatto da nostro capo nel Conclave: grazie tante! Il mio pensiero va con particolare affetto ai venerati Cardinali che, a causa dell’età o della malattia, hanno assicurato la loro partecipazione e il loro amore alla Chiesa attraverso l’offerta della sofferenza e della preghiera. E vorrei dirvi che l’altro ieri il Cardinale Mejía ha avuto un infarto cardiaco: è ricoverato alla Pio XI. Ma si crede che la sua salute sia stabile, e ci ha mandato i suoi saluti.

 

Non può mancare il mio grazie anche a quanti, nelle diverse mansioni, si sono adoperati attivamente nella preparazione e nello svolgimento del Conclave, favorendo la sicurezza e la tranquillità dei Cardinali in questo periodo così importante per la vita della Chiesa.

Un pensiero colmo di grande affetto e di profonda gratitudine rivolgo al mio venerato Predecessore Benedetto XVI, che in questi anni di Pontificato ha arricchito e rinvigorito la Chiesa con il Suo magistero, la Sua bontà, la Sua guida, la Sua fede, la Sua umiltà e la Sua mitezza. Rimarranno un patrimonio spirituale per tutti! Il ministero petrino, vissuto con totale dedizione, ha avuto in Lui un interprete sapiente e umile, con lo sguardo sempre fisso a Cristo, Cristo risorto, presente e vivo nell’Eucaristia. Lo accompagneranno sempre la nostra fervida preghiera, il nostro incessante ricordo, la nostra imperitura e affettuosa riconoscenza. Sentiamo che Benedetto XVI ha acceso nel profondo dei nostri cuori una fiamma: essa continuerà ad ardere perché sarà alimentata dalla Sua preghiera, che sosterrà ancora la Chiesa nel suo cammino spirituale e missionario.

Cari Fratelli Cardinali, questo nostro incontro vuol’essere quasi un prolungamento dell’intensa comunione ecclesiale sperimentata in questo periodo. Animati da profondo senso di responsabilità e sorretti da un grande amore per Cristo e per la Chiesa, abbiamo pregato insieme, condividendo fraternamente i nostri sentimenti, le nostre esperienze e riflessioni. In questo clima di grande cordialità è così cresciuta la reciproca conoscenza e la mutua apertura; e questo è buono, perché noi siamo fratelli. Qualcuno mi diceva: i Cardinali sono i preti del Santo Padre. Quella comunità, quell’amicizia, quella vicinanza ci farà bene a tutti. E questa conoscenza e questa mutua apertura ci hanno facilitato la docilità all’azione dello Spirito Santo. Egli, il Paraclito, è il supremo protagonista di ogni iniziativa e manifestazione di fede. E’ curioso: a me fa pensare, questo. Il Paraclito fa tutte le differenze nelle Chiese, e sembra che sia un apostolo di Babele. Ma dall’altra parte, è Colui che fa l’unità di queste differenze, non nella "ugualità", ma nell’armonia. Io ricordo quel Padre della Chiesa che lo definiva così: "Ipse harmonia est". Il Paraclito che dà a ciascuno di noi carismi diversi, ci unisce in questa comunità di Chiesa, che adora il Padre, il Figlio e Lui, lo Spirito Santo.

Proprio partendo dall’autentico affetto collegiale che unisce il Collegio Cardinalizio, esprimo la mia volontà di servire il Vangelo con rinnovato amore, aiutando la Chiesa a diventare sempre più in Cristo e con Cristo, la vite feconda del Signore. Stimolati anche dalla celebrazione dell’Anno della fede, tutti insieme, Pastori e fedeli, ci sforzeremo di rispondere fedelmente alla missione di sempre: portare Gesù Cristo all’uomo e condurre l’uomo all’incontro con Gesù Cristo Via, Verità e Vita, realmente presente nella Chiesa e contemporaneo in ogni uomo. Tale incontro porta a diventare uomini nuovi nel mistero della Grazia, suscitando nell’animo quella gioia cristiana che costituisce il centuplo donato da Cristo a chi lo accoglie nella propria esistenza.

Come ci ha ricordato tante volte nei suoi insegnamenti e, da ultimo, con quel gesto coraggioso e umile, il Papa Benedetto XVI, è Cristo che guida la Chiesa per mezzo del suo Spirito. Lo Spirito Santo è l’anima della Chiesa con la sua forza vivificante e unificante: di molti fa un corpo solo, il Corpo mistico di Cristo. Non cediamo mai al pessimismo, a quell’amarezza che il diavolo ci offre ogni giorno; non cediamo al pessimismo e allo scoraggiamento: abbiamo la ferma certezza che lo Spirito Santo dona alla Chiesa, con il suo soffio possente, il coraggio di perseverare e anche di cercare nuovi metodi di evangelizzazione, per portare il Vangelo fino agli estremi confini della terra (cfr At 1,8). La verità cristiana è attraente e persuasiva perché risponde al bisogno profondo dell’esistenza umana, annunciando in maniera convincente che Cristo è l’unico Salvatore di tutto l’uomo e di tutti gli uomini. Questo annuncio resta valido oggi come lo fu all’inizio del cristianesimo, quando si operò la prima grande espansione missionaria del Vangelo.

 

Cari Fratelli, forza! La metà di noi siamo in età avanzata: la vecchiaia è – mi piace dirlo così – la sede della sapienza della vita. I vecchi hanno la sapienza di avere camminato nella vita, come il vecchio Simeone, la vecchia Anna al Tempio. E proprio quella sapienza ha fatto loro riconoscere Gesù. Doniamo questa sapienza ai giovani: come il buon vino, che con gli anni diventa più buono, doniamo ai giovani la sapienza della vita. Mi viene in mente quello che un poeta tedesco diceva della vecchiaia: "Es ist ruhig, das Alter, und fromm": è il tempo della tranquillità e della preghiera. E anche di dare ai giovani questa saggezza. Tornerete ora nelle rispettive sedi per continuare il vostro ministero, arricchiti dall’esperienza di questi giorni, così carichi di fede e di comunione ecclesiale. Tale esperienza unica e incomparabile, ci ha permesso di cogliere in profondità tutta la bellezza della realtà ecclesiale, che è un riverbero del fulgore di Cristo Risorto: un giorno guarderemo quel volto bellissimo del Cristo Risorto!

Alla potente intercessione di Maria, nostra Madre, Madre della Chiesa, affido il mio ministero e il vostro ministero. Sotto il suo sguardo materno, ciascuno di noi possa camminare lieto e docile alla voce del suo Figlio divino, rafforzando l’unità, perseverando concordemente nella preghiera e testimoniando la genuina fede nella presenza continua del Signore. Con questi sentimenti – sono veri! – con questi sentimenti, vi imparto di cuore la Benedizione Apostolica, che estendo ai vostri collaboratori e alle persone affidate alla vostra cura pastorale.

 (15 Marzo 2013)

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Tettamanzi è un cardinale già arcivescovo di Milano in pensione Qualcuno di Repubblica ha desiderato sentyrlo a proposito della elezione di papa Francesco. Dopo tutto è stato il mio Arcivescovo. Mi è parso allora giudizioso riportare le sue risposte alle domande che Gli furono rivolte. Ecco il servizio apparso su Repubblica.

 

Tettamanzi e il verdetto del Conclave intervista a Dionigi Tettamanzi 

a cura di Zita Dazzi - “la Repubblica” del 16 marzo 2013

Cardinale Dionigi Tettamanzi, quello che ha eletto Jorge Mario Bergoglio è stato uno dei Conclavi più brevi della storia.

Quella che molti ipotizzavano potesse trasformarsi in unacomplicata trattativa, pare essere stata una scelta largamente condivisa. «Il momento che abbiamo vissuto dimostra, ancora una volta, ma in un modo eccezionale, la singolare giovinezza della Chiesa: ho potuto constatare e gustare una giovinezza che proviene dallo Spirito della Pentecoste e che è donata come grazia e responsabilità a tutti coloro che si lasciano rinnovare nel cuore e nella vita da questo stesso Spirito: per il bene e la gioia di tutti».

Angelo Scola, nominato da Ratzinger suo successore come arcivescovo di Milano, è uscito sconfitto dal Conclave. C’è chi dice che nemmeno i porporati ambrosiani e lombardi  l’abbiano appoggiato. Come commenta queste ricostruzioni?

«Siamo tenuti al più ferreo segreto sul Conclave. La verità, aldilà della varietà delle ricostruzioni, è che i cardinali hanno riflettuto e agito nel segno dell’unità e della fraternità per il bene della Chiesa e dell’umanità oggi».

Lo stupore universale quando è stato pronunciato il nome del successore di Benedetto XVI: eminenza, che cosa ha provato lei, mentre Papa Francesco era affacciato su quella piazza piena di fedeli?

«I primi gesti e le prime parole del nuovo Papa mi hanno fatto entrare nel suo cuore: dall’alto della Loggia vedevo, avvolta nelle tenebre della sera e insieme nelle luci del flash, la folla che gridava la sua gioia per l’Habemus Papam, ma le mie orecchie si sono subito tese all’ascolto della voce del Papa appena eletto. E così mi è stato dato di cogliere un po’ i suoi stessi sentimenti».

Che sentimenti pensa provasse Jose Mario Bergoglio?

«Penso che fosse animato e sostenuto in particolare dalla sua fede semplice e grandiosa. Mi ha colpito il suo avvicinarsi in modo immediato alla gente, il suo entrare nel cuore di tutti».

Chiunque abbia ascoltato le sue prime parole è rimasto colpito. Cos’è che ha marcato la differenza rispetto al passato?

«Mi sembra che straordinario sia stato il suo forte accento sulla fraternità, sull’amicizia e sulla fiducia: valori di cui l’umanità intera ha, soprattutto oggi, un immenso bisogno».

Qual è il messaggio che Papa Francesco ha voluto trasmettere alla mondo rivolgendo il suo «buonasera» ai «fratelli e sorelle » assiepati in piazza San Pietro?

«Quel suo immediato riferimento alla fraternità è frutto della paternità universale di Dio. Quelle parole volevano rassicurare “il popolo” sull’amore di Dio e della Chiesa, trasmettere un’immagine positiva e confortante, qualcosa che desse sicurezza dopo lo smarrimento degli ultimi tempi».

E poi c’è stato quel minuto di silenzio chiesto da Bergoglio con la piazza che è ammutolita all’istante. Anche questo momento è stato unico, non è vero?

«Davvero è stato avvincente e coinvolgente il richiamo del Papa a un momento di silenzio per porsi in ascolto di Dio e per implorare da lui, per sé e per tutti, la sua benedizione di Padre, fonte di vita e di coraggio. Solo l’esperienza di sentirsi amati da Dio può ricaricare la vita, specie nelle situazioni più pesanti e drammatiche, di speranza e di fiducia ».

Durante l’omelia nella “Messa pro ecclesia” nella cappella Sistina, il Papa ha esortato i cardinali ad «avere il coraggio, proprio il coraggio, di camminare in presenza del Signore». Che cosa significa quest’appello?

«È una chiamata esaltante e impegnativa quella rivolta da Papa Francesco a tutti gli uomini: diventare ed essere discepoli autentici, umili e coraggiosi di Cristo Signore e della sua croce quale testimonianza di un amore che non ha confini».

Eminenza, lei e Bergoglio siete amici di vecchia data, avete collaborato dal ’90 al ’95 nella segreteria della commissione episcopale del Sinodo dei vescovi. È immaginabile la vostra commozione nel saluto che vi siete scambiati ieri. Con quali parole vi siete abbracciati?

«Nel saluto finale del Papa io ho promesso una non piccola preghiera quotidiana per lui e per il suo servizio d’amore misericordioso rivolto alla Chiesa e all’umanità: una piccola goccia, la mia, nell’oceano delle preghiere che salgono a Dio da ogni parte del mondo.

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Forse non dovrei....Ma questo articolo potrebbe esserci di aiuto per 'capire' qualcosa del 'nuovo' che si fa avanti nella Chiesa. Non sono sempre favorevole a prendere come verità assoluta quanto mi tocca leggere sui quotidiani. Ma, se saprò usare un pizzico di spirito critico dalle opinioni dei giornalisti, posso ricavare anche del 'buono' . Come penso in questo caso. Allego poi anche due video che permettono di mettere in relazione (non tanto di confronttare ) il ministero petrino da parte dei due ultimi pontefici.

Un grazie a questa 'agenzia' L'Huffington Post  | e di questo servizio a cura di Piero Schiavazzi.

Papa Francesco: il Pontefice dei due mondi, l'analisi (VIDEO Cfr.  sotto)

 

 

Entrando nella sala che Antonio da Sangallo immaginò regale e chiamò “Regia”, per ricevere l’omaggio del corpo diplomatico, Francesco si è accorto di essere un monarca. Per di più assoluto. E la percezione non deve avergli fatto piacere.

Tra gli affreschi che celebrano i successi temporali dei suoi predecessori, dalla sottomissione di Barbarossa fino alla vittoria di Lepanto, il Papa Re ha provato un senso di costrizione. Lo sguardo ha tentato invano una fuga verso l’alto, respinto da un trionfo di stucchi dorati, nel sontuoso soffitto che Paolo III Farnese commissionò a Perin del Vaga, discepolo di Raffaello.

Appena eletto, Francesco aveva rifiutato la SCV 1, berlina presidenziale, riparando sul pullmino dei cardinali. Ma oggi non ha potuto sottrarsi al trono e alle sue responsabilità, sedendovi e diventando Pontefice, appellativo che ha usato per la prima volta, in una cornice e con un’accezione geopolitica.

“Uno dei titoli del Vescovo di Roma è Pontefice, cioè colui che costruisce ponti, con Dio e tra gli uomini. Desidero proprio che il dialogo tra noi aiuti a costruire ponti fra tutti gli uomini”.

Nell’incontro con gli ambasciatori, che si tiene all’inizio di ogni anno, la barca di Pietro circumnaviga velocemente il globo, mandando segnali d’avvistamento e gettando l’ancora sulle priorità. Dal timone nella nave, le terre emerse e quelle emergenti del pianeta multipolare sono apparse frammentate al nuovo Papa, prive di collegamenti.

Se costruire ponti diventa pertanto, da oggi e costituzionalmente, il suo programma geopolitico, fare da ponte è già e costitutivamente, per lui, un mandato antropologico.

Papa dei due mondi, che incarna e porta dentro di sé una tensione esistenziale, non solo progettuale all’unità: tra il Nord e il Sud, ma anche tra Occidente e Oriente, vicino e lontano, dai confini dell’Islam a quelli del celeste impero.

“Le mie stesse origini poi mi spingono a lavorare per edificare ponti… e così in me è sempre vivo questo dialogo tra un capo del mondo e l’altro”.

A distanza di due mesi, nel Palazzo Apostolico, l’incontro con i diplomatici è andato in scena due volte: all’indomani dell’Epifania, con Ratzinger, e in edizione straordinaria, per il debutto di Bergoglio.

Questo consente una lettura comparata dei due discorsi, pronunciati dall’unica cattedra che secondo Limes, insieme a Washington e in attesa di Pechino, è in grado di esprimere e imprimere visioni geopolitiche unitarie.

Una specificità che Benedetto e Francesco hanno richiamato entrambi con orgoglio, al momento di issare le vele.

“La Chiesa, fin dai suoi inizi, è orientata kat’holon, abbraccia cioè tutto l’universo e con esso ogni popolo, ogni cultura e tradizione”, aveva esordito Ratzinger il 7 gennaio.

Quello di oggi “vuole essere idealmente l’abbraccio del Papa al mondo. Attraverso di voi incontro i vostri popoli”, ha ripreso Francesco, proseguendo la navigazione.

Le rotte dei due discorsi, perfettamente sovrapponibili, osservano le stesse coordinate.

Stesso nemico strategico: il relativismo. “Non vi è vera pace senza verità”, ha subito chiarito Bergoglio. “Non vi può essere pace vera se ciascuno è la misura di se stesso, se ciascuno può rivendicare sempre e solo il proprio diritto, senza curarsi allo stesso tempo del bene degli altri”.

Anche l’obiettivo della lotta alla povertà è apparso identico nel ragionamento dei due pontefici. Altrimenti “la pace rimane solo suono di parole”, aveva concluso Benedetto XVI.

Ma il vascello di Francesco, rispetto a quello del predecessore, ha mostrato quell’arma in più, di lunga gittata, con cui Wojtyla dominò i mari e che Ratzinger, paradossalmente, ha posseduto a tratti e solo in extremis, dal giorno in cui ha deciso di non essere più Papa.

Un’arma di lunga gittata e al tempo stesso di precisione, che salta le mediazioni politico-diplomatiche, puntando su tutti e su ciascuno: “…e così posso, in un certo senso, raggiungere ciascuno dei vostri concittadini, con le sue gioie, i suoi drammi, le sue attese, i suoi desideri”.

Nell'affresco rinascimentale della Sala Regia, gli ambasciatori di 180 paesi hanno ritrovato dopo otto anni un comunicatore abile e globale, capace di attraversare le pareti del palazzo e rivolgersi direttamente ai popoli, nelle piazze delle città e su quella, più grande di tutte, del piccolo schermo.

E quando le parole non basteranno, il Papa dei due mondi userà i gesti, come ha iniziato a fare la sera dell’elezione, per esprimere quell’unità che in lui, più che a un progetto missionario, risponde a un istinto identitario, genetico prima che geopolitico.

L'udienza al corpo diplomatico di Francesco (22 marzo, in italiano)

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Ho atteso questo evento....Non capita spesso, nel tempo e nei secoli che un Papa emerito, pure lui vestito di bianco incontri il Papa reggente. Così è capitato oggi a mezzogiorno. Dall'elicottero scese Papa Francesco subito introdotto in Castelgandolfo. L'attendeva il Papa emerito Ratzinger. Un incontro che il video 'racconta': sorprendendo  le emozioni di entrambi. Io non mi permetto di commentare questo evento: ciò che hanno vissuto questi uomini di fede appartiene alla loro vicenda personale, cristiana e sacerdotale. E credo debba essere 'vista' con gli occhi della fede prima ancora che con le sensazioni umane. Rimane lo stupore che è qualcosa di indicibile. Sento anche in questo caso che Qualcuno sta lavorando nella Santa Chiesa: che gli uomini che umanamente ora la reggono sappiano essere docili all'azione misteriosa ma vera e forte dello Spirito. Il video lo si trova poco sotto.

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Vaticaninsider è un'agenzia interessante perchè si occupa dei 'fatti' della Chiesa. E' un'espressione del quotidiano 'La stampa'. Mi servo di Zenit, raccolgo notizie anche da una mia e-mail dove ogni giorno Gabriele Bottai pubblica notizie tratte da diversi periodici cattolici e non..Insomma non sono a corto di notizie sulle vicende della Chiesa in generale e in particolare di Papa Francesco. Devo dire che 'subito' appena eletto è apparso un sito 'personale' dal titolo 'Ascoltiamo Papa Francesco' dove vengono riportati i discorsi e i gesti di questo Papa che sorprende il mondo e lo sollecita a riflettere....

E' il caso di oggi. Vatricaninsider infatti riporta l'articolo che segue e che non può non meravigliare chi conosce almeno in parte  la storia dell'Argentina e il ruolo che in quel paese ha svolto il 'pastore Bergoglio' arcivescovo di Buonos Aires. Lo riporto e lascio commentare chi l'avrà letto. Bisogna infatti che 'accogliamo in noi stessi' certe notizie perchè riescano davvero a costruire una 'identità del Papa appna eletto.

23/03/2013 

E Francesco convince anche la leader delle Madri di Plaza de Mayo

Hebe de Bonafini (al centro con gli occhiali)
 
Hebe de Bonafini scrive una lettera al nuovo pontefice: “Non conoscevo il suo impegno a favore di poveri”

Giorgio Bernardelli
MILANO

È stata sempre tra le sue più accese contestatrici. E anche all'indomani dell'elezione a Papa di Jorge Mario Bergoglio, il suo commento era stato un sarcastico: «Amen!». Adesso, invece, persino Hebe de Bonafini, la battagliera leader delle Madri di Plaza de Mayo, ha cambiato idea. Al punto da prendere carta e penna e indirizzare una lettera al Pontefice, chiamandolo semplicemente «don Francesco». E dichiarandosi candidamente colpita dalle tante testimonianze della gente delle villas - i quartieri poveri di Buenos Aires - sulla loro amicizia con il cardinale Bergoglio.

Classe 1928 - madre di Jorge Omar e Raul Alfredo, uccisi tra il 1977 e il 1978 insieme alla nuora María Elena Bugnone Cepeda, durante la dittatura militare - Hebe de Bonafini è il volto dell'ala più dichiaratamente schierata a sinistra del movimento delle Madri di Plaza de Mayo. Con lei il tema della memoria delle vittime della dittatura militare si è sempre saldato al «riscatto degli oppressi»: non ha mai nascosto la sua vicinanza politica a figure quali Fidel Castro, Hugo Chavez ed Evo Morales. Per lei persino Horacio Verbitsky - il giornalista argentino che nei giorni scorsi è stato la principale fonte delle accuse contro Bergoglio sugli anni della dittatura - è «un servo degli Stati Uniti». La sua opposizione nei confronti della Chiesa argentina, poi, è sempre stata tale che nel 2008 arrivò a guidare l'occupazione della cattedrale di Buenos Aires come forma di protesta contro la decisione del governo di tagliare alcuni fondi a sostegno di attività sociali promosse dalle Madri. E durante quell'occupazione vi furono persino atti sacrileghi.

L'entusiasmo dei poveri per Papa Francesco, però, oggi in Argentina è tale che neanche Hebe de Bonafini può ignorarlo. Di qui, dunque, la lettera inviata a Bergoglio e resa nota ieri. «Mi permetta di chiamarla don Francesco - scrive - perché è Francesco che adesso ho scoperto. Anche mio padre si chiamava Francesco ed era una santo lavoratore con le mani piene di calli per quanto si dava da fare per mantenerci. Don Francesco, non conoscevo il suo lavoro pastorale; sapevo solo che in quella cattedrale abitava il massimo dirigente della Chiesa argentina. Quella cattedrale che quando marciavamo e vi passavamo accanto cantavamo: “Siete stati in silenzio quando li portavano via”. Oggi - continua Hebe de Bonafini - con grande sorpresa, sento molti compagni raccontare del suo impegno e del suo lavoro nelle villas. E di questo mi rallegro infinitamente e sento di poter sperare in un cambiamento in Vaticano».

Non arretra comunque di un millimetro nelle sue battaglie la leader delle Madri di Plaza de Mayo. Annuncia che invierà al Papa l'elenco di tutti i sacerdoti e i vescovi desaparecidos o uccisi nel Terzo Mondo, perché la Chiesa li ricordi e faccia proprie le loro battaglie. Chiede a Papa Francesco «dal profondo del cuore, di lottare per una Chiesa dei poveri», come nella nostra «grande patria latinamericana di José de San Martín e Simon Bolivar hanno fatto migliaia di persone che hanno pagato con la vita il prezzo di questo impegno per sradicare la povertà: era il grande sogno dei nostri figli desaparecidos». «Grazie don Francesco e quando in Vaticano incontrerà il Papa - conclude ironicamente Hebe de Bonafini - gli parli di questa richiesta mia e di milioni di altre madri».

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UNA RIFLESSIONE SUL MOMENTO STORICO

DELLA CHIESA CATTOLICA

* 31 marzo 2013. Non c'ero in Piazza San Pietro questa mattina  quando Papa Francesco ho rivolto il suo messaggio pasquale all'intero mondo che lo sta giudicando' a mano a mano che lascia intravvedere il suo vero volto di uomo, di cristiano nella missione petrina di custode della fede , della promozione dell'amore e del perdono, innamorato della gente di tutto il mondo. Ho visto qualche immagine sui siti più diversi che ne hanno scritto. Mi ha notevolmente interessato un articolo apparso su un sito particolare "Huffington post" ..Prima di pubblicare in sintesi il messaggio del santo Padre vorrei che venga letta questa 'opinione'  su Papa Francesco, anzi sula Chiesa che egli  è chiamato a guidare. Ringrazio il giornalista Piero Schiavazza davvero bravo! Mi ha davvero aiutato  nel cercare di conoscere chi  è veramente Papa Francsco. Ora lo presento.

 

La prima Pasqua di Francesco sigilla una impressionante sequenza di eventi, che in sette settimane hanno cambiato per sempre la storia della Chiesa, cominciando l’11 febbraio con le dimissioni di Benedetto XVI e culminando nella chiamata dell’arcivescovo di Buenos Aires sulla cattedra di Pietro.
Il papato celebra la propria risurrezione spirituale e politica, di fronte a una opinione pubblica che appena due mesi fa vedeva in esso una istituzione in crisi e oggi coglie nel nuovo pontefice un formidabile erogatore del bene più rarefatto e richiesto dai mercati: la speranza.
“Soprattutto vorrei che giungesse a tutti i cuori questa buona notizia: c’è speranza per te”.
Dopo diciotto giorni dalla sua elezione, il Vescovo è tornato ad affacciarsi dalla loggia centrale della basilica. Ed è diventato Papa.
Nel primo discorso si era rivolto soprattutto all’Urbe, in un colloquio improntato all’intimità, nonostante i milioni di sguardi, come si addice a un presule che si presenta alla sua sposa, complice l’atmosfera romantica di una notte romana.
Allora si era sforzato di convincere i fedeli e se stesso che in fondo i cardinali avevano scelto soltanto un nuovo Vescovo di Roma, sebbene fossero “andati a prenderlo ai confini del mondo”.
Ma oggi l’interlocutore era l’Orbe e quei confini lo stringevano da vicino, con la geografia di sangue che aveva intravisto nella Via Crucis e che ha ripercorso, chiamandone per nome le singole stazioni, dove la pietra non è stata rimossa e ancora impedisce ai popoli di risorgere: dall’Oriente della Bibbia fino a quello estremo della Corea, remoto nello spazio ma incombente nelle cronache. Dal Sahara fino all’Africa profonda, con i suoi conflitti sempre nuovi e sempre prossimi all’oblio.
Ogni Papa convive con il proprio immaginario, che lo accompagna nel suo ministero. Giovanni Paolo II era attratto dalle immagini e dai gesti. Ratzinger dalle parole e dai concetti. Bergoglio è sensibile alle voci, ai rumori. Nelle sue parole risuonavano i passi dei profughi, degli sfollati di Damasco e del Centrafrica, delle vittime della “tratta delle persone, la schiavitù più estesa in questo ventunesimo secolo”.
Con Francesco d’Assisi, il Pontefice condivide la capacità simbiotica di trasferire e trasfigurare i volti del vangelo nell’umanità che gli sta innanzi.
Nelle facce della gente ha riconosciuto Maria di Magdala e Giovanni che corrono da Pietro, portatori di una domanda di risurrezione, non solo spirituale ma anche materiale
E a sua volta gli è andato incontro, rimanendo in piazza con loro, accorciando i discorsi e allungando gli abbracci, nella lingua più poliglotta e compresa dall’universo televisivo.
Guardando in basso davanti a sé, la folla di duecentocinquantamila persone, Francesco ha avvertito la vertigine, l’abisso e le distese del potere.
Le note delle bande militari lo hanno raggiunto veloci, scalando il pendio della basilica e cingendolo di quella regalità che lui rifugge.
Come se non bastasse, si è reso conto che un Papa, se dopo Porta Pia non è più re, in compenso è assurto al rango di imperatore.
Nessun sovrano ha infatti l’opportunità di attraversare e fare suo un territorio tanto vasto quanto quello che la mondovisione schiude a un pontefice, scavalcando frontiere e palinsesti.
Dal balcone Francesco ha scorto un pianeta in cerca di leadership e ha risposto attuando l’invito a uscire da se stessi, a non essere autoreferenziali, che ripetutamente in questi giorni aveva rivolto alla Chiesa.
La Pasqua costituisce un messaggio troppo grande per trattenerlo nel “recinto di San Pietro” di una interpretazione soltanto religiosa.
Non si esce dalle crisi religiose, politiche, finanziarie, guardando al passato. Davanti alle tombe vuote non si deve avere paura delle novità.
Vale per le Chiese, come pure per gli Stati e per le Borse.
“Non capita forse anche a noi così – aveva detto durante la Veglia - quando qualcosa di veramente nuovo accade nel succedersi quotidiano dei fatti? Ci fermiamo, non comprendiamo, non sappiamo come affrontarlo. La novità spesso ci fa paura. Abbiamo paura delle sorprese di Dio!”
A Buenos Aires, da cui Bergoglio proviene, l’ora della benedizione Urbi et Orbi era quella del risveglio e della colazione di Pasqua.
Nell’uovo pasquale il mondo ha trovato la sorpresa, e da oggi la conferma, di una nuova leadership, determinata e tenera, che irrompe sulla scena della storia e unisce gli uomini al di là delle appartenenze, chiamandoli a una comune professione di fede nel futuro.

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3 Giugno 2013

Un intervento di Papa Francesco che ha suscitato interesse  e attese

SOno in ritardo a darne notizia. Il  23 maggio scorso Papa Francesco ha accolto in  San Pietro i vescovi italiani, ossia la Cei a partire dai suoi organismi centrali. In quell'occasione ha offerto ai presuli italiani una meditazione che è stata giudicata  dirompente dai vaticanisti. Un'omelia che pare abbia indicato una nuova direzione al cammino della Chiesa italiana e nel contempo ha messo i vescovi nella condizione di verificarsi come Pastori invitandoli a saper condividere 'l'umano '- come direbbe oggi il nostro cardinale Scola -  nella sua dimenzsone più ampia che comprende ogni uomo e donna, di qualcunque condizione sociale, di ogni impegno politico. Mi ha costretto a leggere e meditare queste sue indicazioni...oh, non perchè sia un vescovo - ci mancherebbe anche questa - ma perchè nelle parole del Papa ho creduto di intravvedere un' apertura al mondo cme penso abbia fatto a suo tempo Papa Giovanni XXIII, il Papa della 'Pacem in terris'. Come sempre la stampa laica ne ha parlato ma solo per fare un commento un poco 'critico' non tanto delle parole del Santo Padre quanto piuttosto della situazione pastorale dei vescovi che trapela dal discorso piuttosto duro anche se morbido del Pontefice.  Intanto qui pubblico quasi l'intera omelia del Santo Padre tratta da un servizio di ''Avvenire'. Segue poi un commento di un noto vaticanista che può suggerire una lettura approfondita dell'omelia del papa. Mi sollecita il pensiero di esprimere anch'io un personale giudizio....ma prima ritengo doveroso ascoltare altre voci.....

 L'OMELIA DEL SANTO PADRE AI VESCOVI ITALIANI

Colui che scruta i cuori (cfr Rm 8,27) si fa mendicante d'amore e ci interroga sull'unica questione veramente essenziale, premessa e condizione per pascere le sue pecore, i suoi agnelli, la sua Chiesa. Ogni ministero si fonda su questa intimità con il Signore; vivere di Lui è la misura del nostro servizio ecclesiale, che si esprime nella disponibilità all'obbedienza, all'abbassamento e alla donazione totale (cfr Fil 2,6-11).

Del resto, la conseguenza dell'amare il Signore è dare tutto - proprio tutto, fino alla stessa vita - per Lui: questo è ciò che deve distinguere il nostro ministero pastorale; è la cartina di tornasole che dice con quale profondità abbiamo abbracciato il dono ricevuto rispondendo alla chiamata di Gesù e quanto ci siamo legati alle persone e alle comunità che ci sono state affidate. Non siamo espressione di una struttura o di una necessità organizzativa: anche con il servizio della nostra autorità siamo chiamati a essere segno della presenza e dell'azione del Signore risorto, a edificare, quindi, la comunità nella carità fraterna.

Non che questo sia scontato: anche l'amore più grande, infatti, quando non è continuamente alimentato, si affievolisce e si spegne. Non per nulla l'Apostolo Paolo ammonisce: «Vegliate su voi stessi e su tutto il gregge, in mezzo al quale lo Spirito Santo vi ha costituiti come custodi per essere pastori della Chiesa di Dio, che si è acquistata con il sangue del proprio Figlio» (At 20,28).

La mancata vigilanza - lo sappiamo - rende tiepido il Pastore; lo fa distratto, dimentico e persino insofferente; lo seduce con la prospettiva della carriera, la lusinga del denaro e i compromessi con lo spirito del mondo; lo impigrisce, trasformandolo in un funzionario, un chierico di stato preoccupato più di sé, dell'organizzazione e delle strutture, che del vero bene del Popolo di Dio. Si corre il rischio, allora, come l’Apostolo Pietro, di rinnegare il Signore, anche se formalmente ci si presenta e si parla in suo nome; si offusca la santità della Madre Chiesa gerarchica, rendendola meno feconda.

Chi siamo, Fratelli, davanti a Dio? Quali sono le nostre prove? Che cosa ci sta dicendo Dio attraverso di esse? Su che cosa ci stiamo appoggiando per superarle?

Come per Pietro, la domanda insistente e accorata di Gesù può lasciarci addolorati e maggiormente consapevoli della debolezza della nostra libertà, insidiata com'è da mille condizionamenti interni ed esterni, che spesso suscitano smarrimento, frustrazione, persino incredulità.

Non sono certamente questi i sentimenti e gli atteggiamenti che il Signore intende suscitare; piuttosto, di essi approfitta il Nemico, il Diavolo, per isolare nell'amarezza, nella lamentela e nello scoraggiamento.

Gesù, buon Pastore, non umilia né abbandona al rimorso: in Lui parla la tenerezza del Padre, che consola e rilancia; fa passare dalla disgregazione della vergogna al tessuto della fiducia; ridona coraggio, riaffida responsabilità, consegna alla missione.

Pietro, che purificato al fuoco del perdono può dire umilmente «Signore, tu conosci tutto; tu sai che ti voglio bene» (Gv 21,17), nella sua prima Lettera ci esorta a pascere «il gregge di Dio [...], sorvegliandolo non perché costretti ma volentieri [...], non per vergognoso interesse, ma con animo generoso, non come padroni delle persone a noi affidate, ma facendoci modelli del gregge» (1Pt 5,2-3).

Sì, essere Pastori significa credere ogni giorno nella grazia e nella forza che ci viene dal Signore, nonostante la nostra debolezza, e assumere fino in fondo la responsabilità di camminare innanzi al gregge, sciolti da pesi che intralciano la sana celerità apostolica, e senza tentennamenti nella guida, per rendere riconoscibile la nostra voce sia da quanti hanno abbracciato la fede, sia da coloro che ancora «non sono di questo ovile» (Gv 10,16): siamo chiamati a far nostro il sogno di Dio, la cui casa non conosce esclusione di persone o di popoli, come annunciava profeticamente Isaia (cfr Is 2,2-5).

Per questo, essere Pastori vuol dire anche disporsi a camminare in mezzo e dietro al gregge: capaci di ascoltare il silenzioso racconto di chi soffre e di sostenere il passo di chi teme di non farcela; attenti a rialzare, a rassicurare e a infondere speranza. Dalla condivisione con gli umili la nostra fede esce sempre rafforzata: mettiamo da parte, quindi, ogni forma di supponenza, per chinarci su quanti il Signore ha affidato alla nostra sollecitudine. Fra questi, un posto particolare riserviamolo ai nostri sacerdoti: soprattutto per loro, il nostro cuore, la nostra mano e la nostra porta restino aperte in ogni circostanza.

Cari fratelli, la professione di fede che ora rinnoviamo insieme non è un atto formale, ma è rinnovare la nostra risposta al “Seguimi” con cui si conclude il Vangelo di Giovanni (21,19): porta a dispiegare la propria vita secondo il progetto di Dio, impegnando tutto di sé per il Signore Gesù. Da qui sgorga quel discernimento che conosce e si fa carico dei pensieri, delle attese e delle necessità degli uomini del nostro tempo.
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E' l'effetto Francesco: "Ora dobbiamo rinnovarci anche noi". Dopo il discorso del Pontefice alla Cei finisce un'era. Quella cominciata con Ruini

Andrea Tornielli
Città del Vaticano

Mentre parlava con il sorriso sulle labbra, alcuni dei vescovi che stravano ad ascoltarlo in San Pietro accomodati sulle sedie di velluto bordeaux, si sono guardati negli occhi. Alla fine di quei dodici minuti, il discorso più breve rivolto da un Papa alla Cei, nulla può essere come prima per la Chiesa  italiana. Nonostante il tentativo di mettere  il silenziatore su quanto è accaduto.

Lo scorso 23 maggio, con il suo dirompente intervento all'assemblea generale dei vescovi, Francesco ha infatti lanciato un segnale inequivocabile. Non ha parlato di politica né dell'agenda dei lavori parlamentari, non si è soffermato a elencare i programmi della Conferenza episcopale. Ha tenuto una personale meditazione mettendo in guardia i vescovi dal rischio del carrierismo, dal diventare «funzionari» e «chierici di stato» distaccati dalla gente, dalle «lusinghe del denaro», dal pensare troppo all'organizzazione e alle strutture. Questo ha voluto dire ai suoi «confratelli» italiani al primo incontro ufficiale.

«Francesco - spiega lo storico Alberto Melloni - ha pronunciato un discorso morbido nelle forme ma duro nella sostanza, e ha indicato una linea diversa da quella seguita fino ad ora». Come dire che si chiude un'epoca: quella inaugurata dal cardinale Ruini e proseguita dal suo successore Angelo Bagnasco, chiamato ora ad aprirne un'altra. «Negli ultimi decenni - osserva Melloni - è stato proposto dalla Cei un progetto pastorale e politico. Ora il Papa pone al centro dell'attenzione un modello di vescovo. Per l'Italia è un grande salto».

Non si tratta di cambiare parole d'ordine, aggiungere qualche citazione sulla «povertà» o sulle «periferie», o magari cambiare la scaletta degli argomenti nei frequenti interventi pubblici. Non basta il copia-incolla per risultare in sintonia. È come se il Papa chiedesse a tutti una rivoluzione copernicana, o meglio e più semplicemente, una vera «conversione». Sono quasi tre mesi che il vescovo di Roma pescato «dalla fine del mondo» sta mostrando con il suo esempio come intenda il compito di un pastore. Nessuna formalità, nessun distacco, prediche semplici e profonde, che la gente capisce e apprezza. E quando vedi Francesco farsi inghiottire ogni mercoledì dai gorghi della folla in piazza San Pietro, rimanendovi volentieri immerso per ore come se non avesse null'altro da fare, capisci che cosa significa per lui essere «vicino» alle persone.

«Il Papa, a noi che siamo abituati a comandare credendoci già convertiti, mostra come un pastore debba stare in mezzo al gregge», dice Francesco Cavina, vescovo della terremotata Carpi. L'assemblea della Cei non ha messo a tema il nuovo pontificato. C'erano altri programmi da discutere, predisposti da tempo. E così più d'uno dei partecipanti ha ricavato l'impressione di un imbarazzo. La novità deve ancora essere digerita e assimilata, magari cercando di farla rientrare negli schemi preesistenti. «C'è il rischio, per noi pastori, di non farci interrogare da ciò che il Papa dice e dai suoi gesti così eloquenti - conferma a La Stampa un presule del Sud, il vescovo di Rossano Santo Marcianò. «Credo che dobbiamo lasciarci alle spalle - aggiunge - una mentalità e uno stile che fino ad oggi abbiamo adottato. Vedo attorno a me tanta voglia di novità, di ritorno all'essenziale».

La «voglia» di ritorno all'essenziale è quella dei semplici fedeli e di tanti sacerdoti, che hanno preso a seguire le parole del Papa e sono colpiti dai suoi gesti. Anche i vescovi hanno potuto toccare con mano questa novità. La sera del 23 maggio in San Pietro, Francesco non s'è limitato a parlare. È sceso dall'altare per abbracciare uno ad uno tutti i pastori delle diocesi italiane, un saluto durato più di un'ora. Invece di farli venire in fila davanti a lui per omaggiarlo, è andato lui da loro, sconvolgendo il protocollo e facendo storcere il naso a più di qualcuno.

Nell'udienza con il cardinale Bagnasco, un mese fa, Francesco si era raccomandato di non moltiplicare le strutture, di semplificare. La Cei negli ultimi decenni è cresciuta negli uffici, nel personale, nel numero dei progetti, nei convegni. Secondo alcuni, è cresciuta troppo. Temendo il calo del gettito dell'otto per mille, Bagnasco, da buon genovese, già da tempo ha inaugurato una specie di «spending review». Ma può bastare? Secondo il vescovo di Trieste Gianpaolo Crepaldi, «indubbiamente dobbiamo ripensare sia la pastorale sul terreno come pure certe strutture di vertice che guidano il nostro operare». Vale a dire la Cei. Visto che il Papa si appresta a riformare la Curia per renderla più snella, c'è chi si chiede se uno sforzo simile non sia forse auspicabile anche per le conferenze episcopali, così da ridurre burocrazia e sprechi.

E che dire poi dell'agenda di una Chiesa, quella italiana, che ha sempre rivendicato non solo la sua capillare presenza sociale, ma anche la sua rilevanza mediatica e il suo interventismo in politica? «Non credo che cambino le priorità nell'agenda della Cei in quanto tali - aggiunge Crepaldi - però di certo devono venire aggiornate secondo queste nuove indicazioni, a partire dallo stile efficace del Papa».

Il punto non è dunque sapere se la regia dei rapporti con la politica debba essere della Cei o alla Segreteria di Stato, come ha cercato invano di ottenere il cardinale Bertone. Francesco ha detto ai vescovi: «spetta a voi il dialogo con le istituzioni politiche». Ma presentare questa frase come una «sconfessione» di Bertone e una vittoria di Bagnasco significa ridurre alle vecchie logiche di politica ecclesiastica la portata del messaggio del nuovo Papa, sviando l'attenzione dalla vera notizia.

Una novità che non sarà senza conseguenze anche nei rapporti con la politica. «Non credo sia necessario per noi di astenerci dal parlare quando sono in gioco certi valori, ma deve cambiare il modo di farlo», sottolinea l'arcivescovo di Ferrara Luigi Negri, di origini cielline e mai silente su questi temi. Cambiare che cosa? «Dobbiamo formare dei laici che difendano i valori non negoziabili - spiega - Quanto poi a tutto il resto che riguarda la vita politica, sarebbe meglio per noi vescovi non mettere becco. I laici devono essere rispettati nella loro autonomia».

Più responsabilità per i cattolici impegnati in politica, dunque. Una via che trova d'accordo anche un altro vescovo spesso protagonista sui media, Domenico Mogavero, di Mazara del Vallo: «Se c'è da denunciare l'ingiustizia o gli attacchi alla dignità dell'uomo, bisogna parlare. Ma dobbiamo lasciare, sul versante specificamente politico, una maggiore responsabilità ai laici perché facciano le loro scelte».

Che questa possa essere una possibile conseguenza del pontificato si dice convinto il sociologo Luca Diotallevi, autore del libro «La pretesa. Quale rapporto tra Vangelo e ordine sociale» (Rubettino). Per lui, quello di Francesco «è un messaggio fortemente innovativo rispetto al modello di esercizio del ministero episcopale degli ultimi due decenni. Credo che si riapra un enorme spazio per i laici». Laici più responsabili e meno «teleguidati», meno ansiosi di ricevere benedizioni o endorsement dalle gerarchie per ogni passo nell'agone politico

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 Venerdì 5Luglio 2013

Da tutte le agenzie arriva la notizia della pubblicazione della prima Enciclica di Papa Francesco, un'enciclica, si dice, scritta a quattro con mani con Papa Benedetto XVI. Mi riprometto di raccontare le mie prime impressioni. Intanto dal sito della diocesi di Milano traggo quanto segue che in sintesi spiega il contenuto del nuovo documento pontificio.

 

 

Vaticano

 

Francesco: «La fede è destinata
a diventare annuncio»

Presentata l’enciclica “Lumen Fidei”, nata da una prima stesura di Benedetto XVI a cui Papa Bergoglio ha aggiunto ulteriori contributi: «Credere non è un atto privato»

 

papa francesco inaugurazione pontificato
5.07.2013

La fede «non è un salto nel vuoto», o una «illusione», ma una luce «capace di illuminare tutta l’esistenza dell’uomo» e di dare a esso «occhi nuovi» per viverla e interpretarla. È quanto si legge nell’introduzione di Lumen Fidei, la prima enciclica di Papa Francesco, che - come spiega lui stesso - si aggiunge alle encicliche di Benedetto XVI sulla carità e la speranza e assume il «prezioso lavoro» compiuto dal Papa emerito, che aveva già «quasi completato» l’enciclica sulla fede. A questa «prima stesura», Papa Francesco aggiunge oggi «ulteriori contributi».

«È urgente recuperare il carattere di luce proprio della fede, perché quando la sua fiamma si spegne anche tutte le altre luci finiscono per perdere il loro vigore», l’intento di fondo della prima enciclica del Papa, in cui fin dall’inizio si prende sul serio «l’obiezione di tanti nostri contemporanei». La tesi citata dal Papa è quella di Nietzsche, che muove una critica radicale al cristianesimo partendo dall’affermazione che «il credere si opporrebbe al cercare». Il processo iniziato con l’epoca moderna ha fatto sì che «la fede ha finito per essere associata al buio»: «Lo spazio per la fede si apriva là dove la ragione non poteva illuminare, lì dove l’uomo non poteva più avere certezze. La fede è stata intesa allora come un salto nel vuoto o come una luce soggettiva».

Poco a poco, però, «si è visto che la luce della ragione autonoma non riesce a illuminare abbastanza il futuro», che «alla fine resta nella sua oscurità e lascia l’uomo nella paura dell’ignoto». E così «l’uomo ha rinunciato alla ricerca di una luce grande, di una verità grande, per accontentarsi delle piccole luci che illuminano il breve istante, ma sono incapaci di aprire la strada». Ma «quando manca la luce - ammonisce il Papa - tutto diventa confuso, è impossibile distinguere il bene dal male, la strada che porta alla méta da quella che ci fa camminare in cerchi ripetitivi, senza direzione». «La Chiesa - ricorda il Papa - non presuppone mai la fede come un fatto scontato». Proprio nell’Anno della Fede indetto da Benedetto XVI, a 50 anni dal Concilio, Papa Francesco definisce la fede come «luce per la strada, luce che orienta il nostro cammino del tempo»: una luce che «procede dal passato» e «viene dal futuro». «La fede non abita nel buio, è una luce per le nostre tenebre», scrive il Papa, che cita la definizione di Dante nella Divina Commedia: “favilla / che si dilata in fiamma poi vivace / e come stella in cielo in me scintilla”. «Proprio di questa luce della fede vorrei parlare - aggiunge il Papa - perché cresca per illuminare il presente fino a diventare stella che mostra gli orizzonti del nostro cammino, in un tempo in cui l’uomo è particolarmente bisognoso di luce».


Il contrario dell’idolatria

«La fede è l’opposto dell’idolatria; è separazione dagli idoli per tornare al Dio vivente, mediante un incontro personale». È quanto scrive Papa Francesco nel primo capitolo della Lumen fidei. «Credere - spiega il Papa - significa affidarsi a un amore misericordioso che sempre accoglie e perdona, che sostiene e orienta l’esistenza, che si mostra potente nella sua capacità di raddrizzare le storture della nostra storia». La fede, prosegue il Papa, «consiste nella disponibilità a lasciarsi trasformare sempre di nuovo nella chiamata di Dio». In questo sta il «paradosso» della fede: «Nel continuo volgersi verso il Signore, l’uomo trova una strada stabile che lo libera dal movimento dispersivo cui lo sottomettono gli idoli».

L’opposto della fede è dunque l’idolatria, incalza il Papa, che cita Martin Buber per spiegare come «l’idolo è un pretesto per porre se stessi al centro della realtà, nell’adorazione dell’opera delle proprie mani». Così l’uomo, «perso l’orientamento fondamentale che dà unità alla sua esistenza, si disperde nella molteplicità dei suoi desideri; negandosi ad attendere il tempo della promessa, si disintegra nei mille istanti della sua storia». Per questo «l’idolatria è sempre politeismo, movimento senza meta da un signore all’altro»: «L’idolatria non offre un cammino, ma una molteplicità di sentieri, che non conducono a una meta certa e configurano piuttosto un labirinto».

«La fede non è un fatto privato, una concezione individualistica, un’opinione soggettiva, ma nasce da un ascolto ed è destinata a pronunciarsi e a diventare annuncio». Con queste parole il Papa spiega il senso del legame tra la fede e l’evangelizzazione. «La nostra cultura - la sua denuncia - ha perso la percezione della presenza concreta di Dio, della sua azione del mondo. Pensiamo che Dio si trovi solo al di là, in un altro livello di realtà, separato dai nostri rapporti concreti». «Ma se fosse così - l’obiezione del Papa - se Dio fosse incapace di agire nel mondo, il suo amore non sarebbe veramente potente, veramente reale, e non sarebbe quindi neanche vero amore, capace di compiere quella felicità che promette. Credere o non credere in Lui sarebbe allora del tutto indifferente».

I cristiani, invece, «confessano l’amore concreto e potente di Dio, che opera veramente nella storia e ne determina il destino finale, amore che si è fatto incontrabile, che si è rivelato in pienezza nella Passione, Morte e Risurrezione di Cristo». «Il cristiano può avere gli occhi di Gesù, i suoi sentimenti, la sua disposizione filiale, perché viene reso partecipe del suo Amore, che è lo Spirito», ricorda il Papa: in questo modo, «l’esistenza credente diventa esistenza ecclesiale», perché la fede si confessa all’interno del corpo della Chiesa, come «comunione concreta dei credenti».


Né fiaba, né sentimento

«La fede, senza verità, non salva, non rende sicuri i nostri passi. Resta una bella fiaba, la proiezione dei nostri desideri di felicità, qualcosa che ci accontenta solo nella misura in cui vogliamo illuderci. Oppure si riduce a un bel sentimento, che consola e risalda, ma resta soggetto al mutarsi del nostro animo, alla variabilità dei tempi, incapace di sorreggere un cammino costante nella vita». Al legame tra fede e verità è dedicato il secondo capitolo della Lumen fidei, “Se non crederete, non comprenderete”, in cui il Papa afferma che «richiamare la connessione della fede con la verità è oggi più che mai necessario, proprio per le crisi di verità in cui viviamo». «Nella cultura contemporanea - la denuncia del Papa - si tende spesso ad accettare come verità solo quella della tecnologia: è vero ciò che l’uomo riesce a costruire e misurare con la sua scienza, vero perché funziona, e così rende più comoda e agevole la vita. Questa sembra oggi l’unica verità certa, l’unica condivisibile con gli altri, l’unica su cui si può discutere e impegnarsi insieme». Dall’altra parte, ci sono «le verità del singolo, che consistono nell’essere autentici davanti a quello che ognuno sente nel suo interno, valide solo per l’individuo e che non possono essere proposte agli altri con la pretesa di servire il bene comune».

«La verità grande, la verità che spiega l’insieme della vita personale e sociale, è guardata con sospetto», prosegue il Papa, secondo il quale in questo modo «rimane solo un relativismo in cui la domanda sulla verità di tutto, che è in fondo anche la domanda su Dio, non interessa più». Papa Francesco stigmatizza questo atteggiamento, e lo definisce «un grande oblio nel nostro mondo contemporaneo». «La domanda sulla verità - spiega infatti - è una questione di memoria, di memoria profonda, perché si rivolge a qualcosa che ci precede e, in questo modo, può riuscire a unirci oltre il nostro io piccolo e limitato». «Con il cuore si crede», afferma il Papa citando San Paolo e ricordando che «il cuore nella Bibbia, è il centro dell’uomo, dove s’intrecciano tutte le sue dimensioni: il corpo e lo spirito; l’interiorità della persona e la sua apertura al mondo e agli altri; l’intelletto, il volere, l’affettività. Se il core è capace di tenere insieme queste dimensioni, è perché è il luogo dove ci apriamo alla verità e all’amore e lasciamo che ci tocchino e ci trasformino nel profondo». La fede, cioè, «trasforma la persona intera, in quanto essa si apre all’amore», e «la comprensione della fede è quella che nasce quando riceviamo il grande amore di Dio che ci trasforma interiormente e ci dona occhi nuovi per vedere la realtà».


La nuova evangelizzazione

«Chi crede non è mai solo», perché «la fede tende a diffondersi, ad invitare altri alla sua gioia». È quanto scrive il Papa nel terzo capitolo, “Vi trasmetto quello che ho ricevuto”, incentrato sull’importanza della nuova evangelizzazione. Il Papa cita Tertulliano per ricordare che «chi riceve la fede scopre che gli spazi del suo io si allargano, e si generano in lui nuove relazioni che arricchiscono la vita». «È impossibile credere da soli», ammonisce il Papa: «La fede non è solo un’opzione individuale che avviene nell’interiorità del credente, non è rapporto isolato tra l’io del fedele e il Tu divino, ma il soggetto autonomo e Dio».

La fede, in altre parole, «si apre per sua natura al noi, avviene sempre all’interno della comunione della Chiesa». Nel Credo, infatti, «è possibile rispondere in prima persona solo perché si appartiene a una comunione più grande». La fede è «una», e «deve essere confessata in tutta la sua purezza e integrità», si legge nell’enciclica, dove sulla scorta delle parole del beato John Henry Newman si sottolinea che «la fede si mostra universale, cattolica, perché la sua luce cresce per illuminare tutto il cosmo e tutta la storia».


«Un bene anche per le nostre società»

«La fede non allontana dal mondo e non risulta estranea all’impegno concreto dei nostri contemporanei», perché «senza un amore affidabile nulla potrebbe tenere veramente uniti degli uomini». Ne è convinto il Papa, che nel quarto e ultimo capitolo dell’enciclica, “Dio prepara per loro una città”, si sofferma sul rapporto tra Chiesa e mondo. «La fede è un bene per tutti, è un bene comune - afferma il Papa - la sua luce non illumina solo l’interno della Chiesa, né serve unicamente a costruire una città eterna nell’aldilà; essa ci aiuta a edificare le nostre società, in modo che camminino verso un futuro di speranza». Il primo ambito in cui «la fede illumina la città degli uomini», per il Papa, si trova in famiglia, come «unione stabile dell’uomo e della donna nel matrimonio», che nasce «dal loro amore, segno e presenza dell’amore di Dio, dal riconoscimento e dall’accettazione della bontà della differenza sessuale, per cui i coniugi possono unirsi in una sola carne e sono capaci di generare una nuova vita». Poi i giovani: qui il Papa cita le Giornate mondiali della gioventù, in cui giovani mostrano «la gioia della fede» e l’impegno a viverla in modo saldo e generoso: «I giovani hanno desiderio di una vita grande. L’incontro con Cristo le dona una speranza che non delude. La fede non è un rifugio per gente senza coraggio, ma la dilatazione della vita».


«L’autorità viene da Dio per essere al servizio del bene comune»

«La fede ci insegna a vedere che in ogni uomo c’è una benedizione per me, che la luce del volto di Dio m’illumina attraverso il volto del fratello». Nell’ultimo capitolo il Papa parla della «dignità unica della singola persona» come acquisizione propria del cristianesimo, «non così evidente nel mondo antico». La fede nel Dio creatore ci fa inoltre «rispettare maggiormente la natura, facendoci conoscere in essa una grammatica da Lui scritta e una dimora a noi affidata perché sia coltivata e custodita». Nasce da qui la necessità di «trovare modelli di sviluppo che non si basino solo sull’utilità del profitto, ma che considerino il creato come dono, di cui siamo tutti debitori».

Altro imperativo, per il Papa, è quello di «individuare forme giuste di governo, riconoscendo che l’autorità viene da Dio per essere al servizio del bene comune». «Quando la fede viene meno, c’è il rischio che anche i fondamenti del vivere vengano meno», scrive Papa Francesco citando Eliot ed esortando a «non vergognarsi» della propria fede. «La luce della fede non ci fa dimenticare le sofferenze del mondo», sottolinea il Papa, richiamando gli esempi di San Francesco e di Madre Teresa di Calcutta.

 

 

 

Papa Benedetto accoglie Papa Francesco. Un evento storico!

Al termine di questo video ognuno di noi potrebbe desiderare di confessare le emozioni provate. Forse è stato visto con occhi umani. Uno dei soliti incontri tra i potenti della terra...Ma qualcuno potrebbe aver visto qualche cosa d'altro...Forse vale la pena di pensarci su...!