IL NEPAL

Ricordi di un viaggio indimenticabile e sogno per un viaggio del futuro

Premetto che mi risulta impossibile raccontare quei giorni. Sono lontani nel tempo. Il viaggio infatti si è svolto nel tempo del mio ministero in Garbagnate Milanese, con un gruppo di amici della parrocchia. Per la verità allora amavo filmare quanto mi capitava di vedere di interessante. Anche allora ho filmato a lungo sia l'India del Nord come il Nepal. Ma la cassetta l'ho usata ...stupidamente, per riprendere una finale di champions, da perfetto tifoso di calcio. Puertroppo ho usato la xassetta del Nepal, così è andata perduta con mia profonda rammarico. Mi sono rimasti però alcuni precisi ricordi che vorrei mettere a fuoco e  accompagnarli poi da testimonianze di altri 'viaggiatori' pescati in Wikipedia. Lo scopo è qello di avere disponibili alcune idee su qella società così diversa e nel contempo tentare di prepararmi a un desiderato o sognato viaggio di ritorno, soprattutto a Katmandu.....Prima però vorrei ricordarmi di quel gioviale piccolo nepalese che appena arrivato a Katmandu mi rimase appiccicato per giorni. Non ne ricordo il nome, ma iil suo modo di presentarsi sì. Stringendomi la mano mi sussurrava ridendo: ""Turista fai-da-te? No Alpitour? Ahi ahi ahi ahi ahi...". L'ho lasciato per tornare a casa: con l'ultima stretta di mano gli consegnavo un' offerta....!

 

La piccola dea di Kathmandu

Mercoledì 11 Luglio 2012


Kathmandu, Nepal - L’ultima volta che sono passato per Kathmandu, sono andato a vedere la Kumari. La dea bambina si è affacciata dal balcone che dà sul cortile interno del Kumari Ghar, la “casa dell’incarnazione” in cui vive prigioniera. Se ne è rimasta una ventina di secondi a guardare dall’alto in basso i suoi fedeli adoranti come se fossero trasparenti e poi è tornata dentro. Dietro il rimmel che le alterava lo sguardo e l’Occhio di Fuoco, il sacro chakchuu, che le orna sempre la fronte, la piccola aveva l’aria un po’ scazzata. Certo non deve essere facile fare la dea bambina... Io, che ho una spiccata tendenza naturale a fare la cosa sbagliata nel momento sbagliato, le ho fatto “ciao ciao” con la mano ma la piccola dea non mi ha risposto. Mi hanno spiegato che potevo ritenermi assai fortunato. Se la Kumari avesse anche solo posato gli occhi su di me come minimo mi toccava una grave perdita finanziaria. Se avesse tremato (eventualità da non scartare, considerato che in Nepal fa un freddo da battere brocche) sarei finito presto in galera (altra eventualità da non scartare per tutta una serie di vicende che non vi sto a raccontare). E se, sempre nel guardarmi, le fossero lacrimati gli occhi, oltre a rovinarsi il trucco, avrebbe significato che per me era già stampato un bel biglietto di sola andata per andare a spalare carbone nelle miniere di messer Satanasso. Come direbbe il mio amico Tex Willer.
Insomma, c’è tutta una cabala interpretativa dei gesti della piccola dea che i fedeli che dalla sera alla mattina affollano il cortile del suo palazzo, prendono per oro colato. Una cabala tutta in negativo. Anche se la Kumari ride o scherza, per te sono comunque cavoli amari. L’auspicio migliore, mi hanno raccontato, si ha quando la dea si comporta come se non si accorgesse di te. E se ci riflettete un momento, in questo concetto ci potete trovare una profonda saggezza sul rapporto sbilanciato che ha l’uomo con il suo dio, comunque se lo immagini. Solo nelle religioni occidentalizzate, e più ricche, il credente si rivolge a dio per ottenere un guadagno. Tra gli altri popoli va già bene quando la divinità ti risparmia le consuete disgrazie.
Bisogna anche anche considerare che, alla fin fine, la Kumari è l’incarnazione sì di una dea, ma di una dea terribile: Kalì, l’inaccessibile.

 

Una partita a dadi
La leggenda che sta alla base del culto della dea bambina di Kathmandu racconta che in una fresca notte d’estate - e vi assicuro che da quelle parti anche in estate le notti sono sempre fresche - il re Jayaprakash Malla giocava a dadi con la dea Durga, cosa che gli capitava di fare di sovente, considerato che la dea era la patrona del suo lignaggio reale. Adesso dovete sapere che la dea Durga, una delle tante versioni di Kalì, era quella che popolarmente viene definita una gran figa e, per non indurre in tentazione i poveri mortali, mascherava la sua avvenenza dietro un manto di divinità. Tutto procedeva come al solito, quella sera: il re stava bene attento a non vincere e la dea si godeva la sua partita a dadi pensando di essere una grande giocatrice quando nella stanza entrò un grosso serpente rosso. Credo che non ci sia bisogno di scomodare Freud per spiegarvi che cosa significa l’arrivo del grosso serpente, giusto? Fatto sta che nelle testa del povero re cominciarono ad affastellarsi una serie di pensieri assai poco decenti su cosa avrebbe voluto farci con quel gran pezzo di divinità invece di stare a perder tempo con quello stupido gioco. Ma Durga - Kalì si accorse subito del mutato atteggiamento del re che invece di guardare i dadi le guardava altre cose. Si infuriò come solo una dea terribile sa infuriarsi. Uscì dal palazzo reale sbattendo la porta e avvertendo il re che non sarebbe più tornata se non incarnata in una bambina pura - Kumari significa per l’appunto “vergine” - che lui avrebbe dovuto onorare col rispetto che si deve ad una dea. Cominciò così la ricerca della bambina posseduta dallo spirito di Durga - Kalì e nacque il culto della Kumari, la piccola dea protettrice della dinastia reale e di tutto il popolo nepalese.
Questa perlomeno è una delle tante leggende, così come mi è stata raccontata. Di mio ci ho messo solo il termine “gran figa” per rendervi bene l’idea. Ma vi avverto che esiste perlomeno un altro centinaio di versioni sull’origine della Kumari. E tutte diverse. La verità, tanto nella storia quanto nel mito, è un concetto tutto nostro. In Nepal non gliene frega niente a nessuno e ciascuno la racconta come la vuole.

Nel bel mezzo di Kathmandu
Oggi la Kumari, che quando era soltanto una bambina si chiamava Matina Shakya, abita l’antico palazzo di legno nero e di mattoni rossi posto a lato della Durbar Square, la piazza principale di Kathmandu. La porta del cortile su cui si affacciano i balconi dell’appartamento della dea, al primo piano, è sempre aperta. Dentro ci trovate a tutte le ore del giorno varie decine di fedeli che fremono nell’attesa che la Kumari appaia alla finestra. Attendono anche delle ore tra i fiori profumati del cortile, pregando sottovoce per non disturbare sua santità. In un angolo c’è una piccola porta, anch’essa sempre aperta, che conduce direttamente alle stanze della dea. C’è solo un cartello che ti prega di non entrare a meno che tu non sia la reincarnazione del dio Rama che nel “Who is who” delle divinità induiste sarebbe lo sposo della dea Kalì. Io sono stato lì lì... ma poi ho deciso che fare la reincarnazione di Rama era troppo pure per me. Sono stato comunque fortunato perché dopo un paio di minuti sul balcone si è affacciato il Chitaidar, per metà sacerdote e per metà maggiordomo della Kumari, per avvisare che sua santità stava per degnarsi di mostrare il suo bel viso. Mentre tutti si inginocchiavano, mi si sono avvicinate le guardie del palazzo per ordinarmi di tener buona la reflex, che fare foto non ufficiali della dea era strettamente proibito. Al diavolo anche le divinità incarnate! Venti secondi dopo era già tutto finito. I fedeli con l’aria soddisfatta - la Kumari non li aveva cagati neppure di striscio - uscivano cercando fantasiose interpretazioni sui battiti delle lunghe ciglia della piccola dea. Solo allora mi venne da riflettere che nel cortile c’erano sia fedeli induisti che buddisti. La cosa mi colpì alquanto (nonostante tutti i viaggi che ho fatto continuo a ragionare da occidentale e cerco le contraddizioni su tutte le cose). Come è possibile che la stessa dea incarnata sia venerata da due religioni diverse? Ma ciò può stupire solo chi non conosce - e conoscere vuol sempre dire amare - questo incredibile Paese dove la marjuana cresce spontanea ai bordi delle strade. Per i nepalesi pregare è un atto naturale come vivere, mangiare e fare l’amore. Dei e dee ce ne sono tanti, conosciuti e sconosciuti, e neppure il bramino più santo può vantarsi di padroneggiare a fondo tutta la sterminata biblioteca sacra. I comportamenti delle divinità, se possono insegnare qualcosa all’uomo, alla fin fine risultano misteriosi proprio come misteriosa, alla fin fine, è la nostra vita su questo piano di esistenza. Girare in senso orario attorno ad uno stupa che simboleggia buddha o rintoccare le mille campanelle attorno ad un tempio per attirare l’attenzione di Visnù non vale né più né meno che inginocchiarsi davanti ad un crocifisso o in direzione di un mihrab sciita. “Gli dei sono molto suscettibili ed è bene pregarli tutti“ mi ha spiegato l’amico nepalese che mi ha fatto da interprete e che, quando viene in Italia, non trascura mai di andare a sentire qualche messa. L’amico mi ha pure confessato che trova molto sciocco l’atteggiamento di tanti occidentali, convinti che il loro dio sia unico e migliore degli altri. Mi ha chiesto perché continuiamo a ragionare come dei bambini ma non ho saputo dargli una risposta.

Kumari si nasce
Vale la pena di spendere due parole su come viene scelta, oggi come cento anni fa, la Kumari. Per prima cosa la bambina deve appartenere all’alta casta Newar Shakya propria di chi lavora o commercia oro, argento e pietre preziose. I suoi genitori devono risiedere a Kathmandu da almeno tre generazioni e essere di provata fedeltà alla famiglia reale. Alla sua identificazione partecipano otto grandi saggi tra i quali il sacerdote induista di Durga, alti prelati buddisti e l’astrologo del re. La candidata deve essere perfetta nel fisico, non avere cicatrici e presentare le cosiddette “32 perfezioni divine” tra le quali figurano: occhi neri e profondi, piedi e braccia proporzionate, cosce di daino, organo sessuale non sporgente, lingua piccola, corpo come un banano (non ho capito cosa significhi), guance come quelle di un leone (come prima), ciglia come quelle di una mucca (ancora meno), denti perfetti e... una bella ombra!
Una volta dimostrato di possedere questi requisiti - e vorrei sapere come fanno a valutare l’ombra - la candidata deve sottoporsi ad una serie di esami atti a testarne il carattere divino. La Kumari non può piangere ma nemmeno ridere. Una dea infatti è sempre disinteressata alle vicende umane. Deve essere soprattutto una bambina tranquilla, considerato che ogni suo movimento viene sempre interpretato in termini di spaventose sciagure per i fedeli e per il Paese. Per saggiarne la “tranquillità” le bambine vengono sottoposte ad una prova terrificante: sono chiuse in una stanza buia riempita di teste di capre mozzate e di bufali scannati mentre uomini mascherati da demoni urlano per spaventarle. La bimba che si addormenta “tranquilla” è la vera Kumari.
Quando mi hanno raccontato questa storia, ho chiesto cosa fanno ingurgitare (o fumare) alla povera dea prima della prova ma mi hanno risposto che “sono riti segreti”.
Il compito della Kumari è fondamentalmente quello di farsi adorare e di porre la tika, il sacro segno rosso, sulla fronte del re del Nepal che una volta all’anno si reca nel suo palazzo per baciarle i piedi. Per tutta la durata della sua carica, la Kumari non può lasciare i suoi appartamenti se non in rare celebrazioni religiose dove viene trasportata su una speciale portantina dorata. I sacri piedini della dea non possono mai posarsi sul vile terreno. Neppure le scarpe può indossare. Al massimo calze ma solo se di seta rossa. Dopo che gli otto saggi hanno riconosciuto la sua divinità, i genitori si fanno immediatamente da parte e potranno rivedere la figlia dea solo in casi eccezionali e nelle vesti di semplici fedeli. Alla fanciulla sono concessi solo due compagni di gioco attentamente selezionati tra i bambini maschi della sua casta. Ovviamente la Kumari non va a scuola. Una dea sa sempre tutto. Il suo Chitaidar copre comunque anche le funzioni di precettore, pur se non può certo costringerla a studiare e neppure chiederle di impegnarsi in una cosa qualsiasi. Tutto le viene insegnato solo le lei lo desidera.

Kumari non si muore
La dea bambina rimane in carica sino alla prima perdita di sangue. Il che non significa necessariamente la prima mestruazione. Basta anche una piccola ferita o un graffio. Quando capita, la dea Kalì si riprende la sua divinità e va alla ricerca di un’altra bambina meritevole di ricevere cotanto dono. L’oramai ex Kumari viene accompagnata fuori dal palazzo e privata di tutta la sua venerabilità dopo un’ultima una cerimonia che dura 4 giorni. Chi lo sa come appare in quel momento il mondo che sta fuori dal cortile del Kumari Ghar alla piccola ex dea? La ragazzina fa ritorno alla sua famiglia con il solo conforto di un vitalizio di circa 6 mila rupie al mese. Neanche 100 euro per noi ma quattro volte un salario medio per un nepalese. In futuro potrà anche sposarsi se lo desidera, ma il suo sposo, racconta la tradizione, è destinato a morire tossendo sangue dopo circa sei mesi dalle nozze.
Ma il Kumari Ghar, il palazzo prigione della piccola Kalì, rimarrà vuoto solo per poco tempo. A Kathmandu gli otto si mettono immediatamente alla ricerca un’altra Kumari mentre la vita sotto il Sagaramāthā, la Grande Madre Celeste che gli inglesi hanno voluto chiamare Everest, scorre come tutti gli altri giorni.
Di giorno, quei catorci che qui chiamano automobili si incolonnano in file lunghe chilometri davanti ai distributori vuoti. Di notte, il flusso della corrente elettrica si interrompe puntualmente, nonostante le quotidiane dichiarazione del Governo che tutto funziona alla perfezione, e l’intera vallata piomba nel buio. La gente per scaldarsi esce di casa e accende grandi falò ai bordi delle strade. Sono le uniche luci che illuminano l’ampia valle del Bagmati dopo la luna e le stelle. Vista dall’alto, dal santo monastero buddista di Kopan dove i monaci intonano con voce profonda l’om padme hum, Kathmandu sembra uno sterminato accampamento di nomadi. Quando il partito comunista ha vinto le elezioni ponendo fine alla guerra civile, l’India e la Cina hanno staccato la spina dei rifornimenti energetici. La vita è dura per “questa piccola radice tenera che cerca di crescere tra due macigni” come recita un antico detto sul Nepal.
Ma tutto questo la Kumari non lo sa.

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Emerge dalla mia memoria per la verità un poco stanca data l'età un ricordo sbiadito anche nei suoi contorni pur se ancora 'visibili', coome in un sogno. Si camminava su un sentiero sterrato sopra il fiume, tra erbe di tutti i tipi. La guida ci ferma e indica una pianticella invitandoci a staccarla: era marjuana. Sinceramente ero curioso se in quello stato naturale quell'erba poteva produrre effetti 'particolari' per i giovani e non solo che ne fanno uso in occidente. Qui era lì sul sentiero e in quantità. Proseguendo si  intravvedeva il luogo dove venivano celebrate le cremazioni. Ci siamo arrivati davanti: al di là del fiume un gruppo di persone erano raccolte attorno a un fuoco: era la pira dove veniva bruciata la salma di  qualcuno...

.Ricordo di essere rimasto a lungo pensoso: La foto che ho trovato indica proprio il luogo dove ci siamo fermati e prendere coscienza di una 'verità', la morte, vissuta in una modalità per noi incomprensibile.....Ma la morte era uguale a quella di un cristiano.... Pensavo e mi veniva di pregare quasi per dire al Signore dell'umanità da Lui salvata di accogliere quell'uomo (o donna) la cui salma ardeva, di accoglierla perchè è un'anima salvata dal sacrificio del suo Cristo. Non era commiserazione...a nessuno veniva in mente di ridere...eravamo davanti a un mistero che questa gentile gente viveva da millenni secondo le tradizione dei loro padri.....

Qualche giorno fa mi  sono sentito curioso: sono andato alla ricerca di qualche notizia su questa esperienza che avevo fatto tanti anni e ho trovato un bell'articolo in Wikipedia. Lo pubblico interamente - penso con il permesso del suo capace  scrittore - anche se non condivido proprio in tutto le sue riflessioni.

La cremazione dei morti nel tempio di Pashupatinath

Scritto da Manlio Caliri   
Mercoledì 25 Gennaio 2012 12:08

In maniera inspiegabile alcuni paesi hanno da sempre esercitato un fascino particolare nel mio immaginario.

Sin da piccolo, dalle radici della mia fantasia, alcuni luoghi emergevano più di altri, come inafferrabili gemme in mezzo al grande calderone dei paesi del mondo, creando inevitabilmente in me un'attrattiva misteriosa ed irresistibile.

Così è stato per il Vietnam, l’Ecuador, la Cambogia, il deserto Algerino, la Mongolia... ed anche per il fantomatico Nepal, impervio cuore dell’Asia meridionale.

L’immagine accesa della capitale, Kathmandu, insieme all’incredibile scenario della catena dell’Annapurna, l’Himalaya, l’Everest e il K2 continuano, oggi come allora, ad essere autentici miti inestricabilmente connessi con le pluriennali leggende sugli instancabili portatori ed eccezionali guide di alta montagna, gli impareggiabili sherpa.

Ma anche la sacralità dei templi induisti e buddisti non si sottrae al magnetismo di un paese diventato rifugio di ciò che una volta era il libero Tibet, ormai da decenni divenuto territorio cinese.

Nel dicembre del 2009 anch'io ho avuto la fortuna di visitare quei luoghi.

Prima tappa, sei giorni di cammino sull’Annapurna, attraverso il fantastico circuito di Jomson, lungo la valle del Kali Gandaki, per raggiungere quasi 4000 metri di quota, tra vallate e scenari da favola.

Rientrato nella capitale, Kathmandu appunto, l’immersione in un’atmosfera piena di fascino e contraddizioni fu totale, un'esperienza realmente entusiasmante ed al tempo stesso inaspettatamente sconcertante.

Nella periferia orientale della città si erge, su uno dei posti più sacri dell’intera valle di Kathmandu, Pashupatinath,uno dei templi induisti più importanti di tutto il subcontinente indiano.

 

 

Particolare del Tempio di Pashupatinath

 

Pashupatinath si affaccia sulle rive del fiume sacro Bagmati, che nasce sulle colline dei monti Shivpuri a nord di Kathmandu, attraversando il Nepal e l'India. Da sempre questo posto inverosimile, fuori dal nostro tempo e dalla nostra realtà, è meta di pellegrinaggio di decine di migliaia di fedeli e sadhu (asceti indù).

In questo luogo dedicato al culto di Shiva (probabilmente la divinità più importante per i nepalesi, nella valle di Kathmandu è venerato soprattutto come Pashupati, signore degli animali e conservatore di tutti gli esseri viventi) si effettuano anche la maggior parte delle cremazioni dei morti indù.

È, infatti, la sacralità del fiume Bagmati a rendere questo tempio teatro di un gran numero di cerimoniali funerari di questo tipo.

I riti funebri indù variano in base a diversi fattori, le linee dettate dai Purana (testi sacri indù) indicano anche le modalità del lavaggio del cadavere e della vestizione con abiti tradizionali. Il corpo viene denudato e coperto da un telo che varia di colore a seconda del sesso, se si tratta di un maschio o di una vedova è di colore bianco, se di una donna sposata con marito in vita o giovane donna non sposata, rosso o giallo.

Non appena legati i pollici e gli alluci insieme, i parenti maschi del defunto portano la barella funebre sulle spalle fino al luogo della cremazione, se possibile passando per luoghi significativi per la persona defunta, durante la vita appena terminata.

Il fatto che mi fossi precedentemente documentato in merito ai rituali sulla cremazione mi aveva sicuramente creato una sorta di preparazione a quello che mi si sarebbe presentato agli occhi.

 

Sacerdoti attorno alla salma

 

Una volta all’interno dell’area del tempio, l’atmosfera, gli odori, il crepitio delle pire, l’andirivieni dei trasportatori di legna e degli addetti al fuoco con le loro sequenze automatizzate, la pacata e rispettosa rassegnazione dei parenti mi hanno creato invece grande turbamento.

Sicuramente uguale sensazione ha vissuto anche il mio compagno di viaggio il quale, dopo neanche 15 minuti di permanenza in quel contesto, ha preferito lasciare me e quella scena con un laconico: «ci vediamo dopo fuori».

Secondo la religione induista ogni individuo, dopo la morte, rinasce reincarnandosi in un altro corpo. Per favorire ciò un ruolo importante lo esercitano i riti di cremazione eseguiti nei cosiddetti ghat, gli altari in pendenza a bordo del fiume sacro.

Eccomi così, immobile ma intimamente agitato ed a rispettosa distanza, di fronte ad uno di essi. Immediatamente scorgo un capannello di gente attorno ad alcuni uomini avvolti in una sorta di sudario bianco: i sacerdoti.

Guardando meglio, dopo poco mi rendo conto che ai loro piedi si trova, adagiato su una rudimentale barella di legno, un corpo, avvolto completamente in un lenzuolo colorato.

 

 Il corpo disteso sul ghat

 

Questa è la fase della commemorazione del corpo da parte di parenti e amici; presiedono il rito generalmente il figlio maschio primogenito se il defunto è il padre, il maschio ultimogenito se la defunta è la madre, accompagnati dalle preghiere del sacerdote. Le donne raramente sono ammesse alla cerimonia.

In seguito la barella in legno viene adornata di fiori, coi quali si ricoprirà il defunto.

Dopo aver adagiato il corpo sul ghat, i sei sacerdoti lo ricoprono con teli colorati recanti orazioni e iniziano a cospargerlo di polvere di fiori ed a recitare preghiere.

A questo punto il cadavere viene sollevato dall’altare sul fiume e trasportato a braccia, tre persone per lato, verso la pira, che nel frattempo è stata allestita dagli operatori del tempio.

Dopo aver effettuato tre giri con il defunto attorno alla pira, la salma viene adagiata sui ceppi, e dopo ulteriori tre girotondi attorno alle spoglie, durante i quali i sacerdoti prestano particolare attenzione a mantenere sempre il contatto tra di loro (quasi a voler creare un cerchio di delimitazione attorno al morto), ci si avvia verso la parte finale della cerimonia.

 

 I sacerdoti eseguono i giri attorno alla salma rituali prima della vera e propria cremazione

 

Tutti gli eventuali gioielli indossati dal morto vengono rimossi e si pone dello sterco di vacca sul petto del defunto, come tradizione impone.

Il figlio dovrà poi fare tre volte il giro della pira in senso antiorario, aspergendola con acqua o ghee (burro chiarificato) contenuti in un recipiente di terracotta che poi verrà rotto schiantandolo al suolo.

Lo stesso figlio accenderà i legni in corrispondenza della testa del defunto e abbandonerà la cerimonia.

Quest’ultimo gesto dà il via libera all’accensione della pira da parte degli addetti.

Durante il rogo si recitano delle preghiere per incoraggiare le varie parti del corpo a riunirsi con gli elementi della natura: la voce con il cielo, gli occhi con il sole, il respiro col vento e così via... Quando le fiamme avranno consumato il corpo - è necessaria qualche ora - i partecipanti al funerale torneranno a casa, si laveranno, si vestiranno di bianco (in segno di lutto) e puliranno la casa perchè considerata impura, contaminata dalla morte; sino alla completa pulizia della casa, nessuno si recherà al tempio o a casa d'altri.

Un ulteriore approfondimento mi ha portato a capire che la cerimonia di cremazione induista non avviene solo all’interno del tempio. Il rito comincia già prima della morte. La persona in fin di vita, quando possibile, viene trasportata a casa e posta col viso rivolto ad Est. Una lucerna viene accesa vicino al capo del moribondo. Nel mentre vengono recitati dei versi sacri nel tentativo di rianimare la persona e farla tornare in salute. In caso di decesso la cerimonia viene iniziata da alcuni mantra che vengono sussurrati all'orecchio destro del defunto. Nel frattempo la bocca e la fronte del defunto vengono segnate con pasta di sandalo, cui successivamente verranno versate gocce di latte o di acqua del Gange. La successiva cremazione dovrebbe avvenire, se possibile, lo stesso giorno del decesso. 

 

 Cremazione del corpo

 

Dopo due o tre giorni la persona che ha presieduto i riti tornerà allo Shmashan (Il cimitero indiano dove vendono bruciati o seppelliti i morti) per recuperare le ceneri del defunto che verranno nuovamente asperse d'acqua e separate quelle scure provenienti dal legno da quelle chiare facenti parte del corpo. Verranno recuperati anche i frammenti ossei ancora integri chiamati Fiori. Questi resti verranno poi dispersi assieme a fiori freschi e lampade votive, nel fiume o in altre acque considerate sacre, tramite una cerimonia chiamata Visarjanam.

Nei seguenti 10 giorni si osservano ulteriori riti atti a facilitare la migrazione dello spirito al regno degli antenati. Questa fase è molto importante per l’anima del defunto perché se i riti vengono omessi o mal applicati, l'anima si trasformerà in uno spirito maligno, un Bhuta. Questi riti comprendono l'offerta di palline di riso, Pinda, alla foto del defunto, ai corvi, ai pesci del fiume o semplicemente abbandonate all'aperto. Dopo una settimana, un mese e in fine un anno dopo la morte della persona amata, i parenti officiano con un sacerdote la cerimonia chiamata Shraddha, di omaggio e ringraziamento agli antenati tra i quali considerano il defunto facente parte.

Con grande stupore vengo successivamente a sapere che questo complesso rituale  veniva eseguito sino al 1920 seguendo la pratica tradizionale del sati, secondo la quale anche le mogli, ancora in vita, venivano gettate sulla pira funeraria del marito. Fortunatamente la pratica poi è diventata fuorilegge e dunque soppressa.

 

Sicuramente il Nepal è stato uno dei viaggi più affascinanti e coinvolgenti. Potere avvicinarsi a dei luoghi ricchi di fascino ed approfondire quelle che sono le tradizioni e gli usi di un popolo così lontano da noi, e non solo in termini di distanze chilometriche, rappresenta un grande arricchimento ed un continuo stimolo alla conoscenza.

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UN  DEVOZIONE  IMPRESSIONANTE ALLA DEA KALI' AL TEMPIO PIU' ANTICO DEL NEPAL: DAKSHINKALI

Mi sarà perdonato se, rincorrendo le mie memorie un poco sfumate per il tempo (proprio come le fotografie...) mi imbatto in un pomeriggio fuori Katmandu, sulle colline che la circondano. La guida ci aveva parlato di un tempio dedicato alla dea del sangue, la dea Kalì, meta di schiere di pellegrini perchè è il santuario più antico di tutta l'India e il Nepal:DAKSHINKALI

 

  Vengono giù in 'fila indiana' portando i doni da lasciare alla dea o da sacrificare a Lei. Molti avevano in mano sinistra, mi pare, una conchiglia e dentro un fiore e un frutto: uno spettacolo straordinario.

Altri salivano al tempio passando attraverso bancherelle ai lati della strada dove sostavano per acquistare doni o anche per prendersi qualcosa da mangiare sui verdi prati delle colline vicine. Ci siamo arrivati vicini, ma fuori dal recinto dove operava ininterrottamento un bramino tagliando la testa a polli, galline, capre e  gettando parte del sangue nello sfiatatoio sul fondo del recinto e parte spiaccicandolo sul muro esterno del santuario mentre l'indù, devotamente, quasi con timore entrava nel tempio (solo loro infatti sono ammessi) Sono rimasto filmando, assai a lungo per cercare di capire quale significato religioso poteva avere quel massacro...Le mani si tendevano, qualcuno dava dei soldi, altri  facevano passare gli animali...L'offerta partiva dal cuore del 'devoto' di Shiva: è questo sentimento che si traduce nel dono del sangue alla dea poichè poi la carcassa dell'animale sacrificata veniva ridata al 'devoto' che con la famiglia si spostava sui bellissimi prati delle collne, accendevano il fuoco e mangiavano l'offerta! La calca, ricordo, era impressionante: non solo turisti ma anche indù....Tra le sbarre del recinto riuscivo a vedere il rabbino sacrificare con energia e velocemente gli animali offerti dai 'devoti'....Mi vedo lasciare quell'angolo meraviglioso di natura, e quel luogo 'religioso' con l'anima in subbuglio. Cercavo di dare risposte ad alcune domande...Non ci sono riuscito e ho rimandato a tempi migliori una ricerca a questo proposito...Scesi un poco più a valle da lontano  la guida ha fermato il pulmino e ci ha indicato l'Everest che da quel punto si intravvedeva tra le nuvole.....Una giornata che mi  ha scorticato l'anima.....

Ora è arrivato il tempo utile per fare qualche ricerca servendomi anche di qualche altra esperienza e pubblicando di seguito anche qualche video del posto.

DAKSHINKALI


Diverso è il clima che si respira a Dakshinkali,una località situata ai piedi delle colline, all’estremità meridionale della Valle di Kathmandu. Qui sorge il tempio dedicato ad un’altra divinità, la dea Kali, la moglie di Shiva nella sua incarnazione più crudele.
Ogni martedì e sabato, giorni considerati infausti, centinaia di fedeli giungono al tempio per portare offerte e sacrificare animali alla sempre irata Dea Nera. Le vittime sacrificali preferite dai Nepalesi sono i galli, simbolo di stupidità, seguiti dalle capre, simbolo di invidia. Tutti gli animali devono essere rigorosamente di sesso maschile.
Uomini, donne, bambini, ciascuno attende in ordine il proprio turno.
Lungo la strada ci sono un sacco di bancarelle dove acquistare fiori, yogurt, dolci da offrire alla dea o da consumare sul posto.
Anche qui ci si bagna, ci si purifica, si accendono lumini e bastoncini d’incenso. Poi si entra nel tempio vero e proprio, vietato ai non induisti. E’ qui, tra isterismo e frenesia, che ha luogo il sacrificio alla dea.

Un rito religioso dai risvolti macabri che per noi è davvero difficile comprendere e soprattutto accettare. I Nepalesi di fede induista, tuttavia, ci spiegano che per loro si tratta di qualcosa di assolutamente naturale, tant’è che, compiuto il rito le carcasse delle vittime vengono pulite e macellate sul posto per poi essere riconsegnate agli offerenti che le andranno a consumare insieme agli amici ed ai parenti sui prati circostanti.
Festa e sacrificio, gioia e dolore, alla fine ci appaiono semplicemente come le due facce di una stessa medaglia su cui si regge l’armonia di un popolo per cui la fede è al tempo stesso rito collettivo e ricerca individuale, punto di riferimento e linea di confine.

 


 

 

La 'dea bambina' a Katmandu

Il filmato è fedele: ci sono stato avendo in testa tante domande da farmi...quasi male! Alle divinità più complicate dell'olimpo indù, freddi, immobili, distaccati ci si trova qui davanti a una personcina custodita con premura, venerata proprio come una dea, ma chiusa nel suo palazzo.....

La cremazione al tempio di Katmandu

Forse, incalzati dai tanti problemi del nostro quotidiano, a chi capiterà di leggere queste notizie che vengono da lontano

Al tempio della dea Kalì sulle colline di Katmandu: DAKSHINKALI

Il mio racconto e quello di una giovane ragazza cercano di far capire unoa delle devozioni più diffuse nell'India, quella rivolta alla dea del sangue. E' un'esperienza traumatica e comunque induce a riflettere....